Vivere per la proposta di legge Eutanasia Legale

Libertà sessuale, libera sessualità- 1976 - Adele Faccio

Piano improvisation di Salvatore Maresca Serra

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giovedì 8 agosto 2024

Il FOLLE TEATRO DELLA MATURITA'

  di Cristina Agazzi 

 Ogni anno a luglio vengono restituiti prima i dati Invalsi e poi i risultati delle stesse classi alla maturità. E sono sempre opposti. 

Le eccellenze all’Invalsi sono il 22% al Nord e l’8% al Sud. Mentre alla maturità (100 e 100 e lode) il 18% in Calabria, tra il 13 e il 15% in Puglia, Sicilia, Campania e tra il 4 e il 6% in Veneto, Lombardia e Val d’Aosta. 

Allora iniziano le solite giustificazioni: l’Invalsi non valuta il percorso del ragazzo né la sua creatività, è nozionistico e soprattutto – essendo a risposta multipla casuale e copiabile. 

Smentiamo coi fatti: se le risposte fossero casuali, le regioni top e quelle flop si alternerebbero, cosa che non avviene. Copiare è impossibile: le prove sono al computer e le domande diverse per ogni alunno. Assurda l’accusa di nozionismo, che al contrario infesta le normali lezioni e valutazioni, perché l’Invalsi richiede soprattutto capacità di leggere e interpretare con il ragionamento testi, grafici e situazioni. Manca la produzione personale, ma lo scopo è controllare gli strumenti dei ragazzi, non l’originalità e la personalità nell’usarli. 

Molti giustificano la discrepanza dicendo che l’esame permette una valutazione più libera e al Sud si valorizzano (giustamente) la crescita e il contesto di vita dei ragazzi. 

Verissimo che in certe zone è molto più duro affrontare l’impegno scolastico se si hanno gravi problemi familiari, sociali e culturali, ma non è facendo credere ai ragazzi di avere possibilità inesistenti che li si aiuta a superare le difficoltà. Inoltre al Nord c’è una forte presenza di stranieri che hanno analoghi problemi. 

Sempre facendo parlare i fatti, per accedere alla lode è obbligatorio mantenere una media nettamente superiore al 9 in tutto il triennio (e per il 100 poco meno): è credibile che chi ha tale media non riesca ad affrontare l’Invalsi?   Inoltre l’orale d’esame, spazio in cui poter valorizzare personalità e percorso del candidato, vale solo 20 punti, esattamente come ognuno dei due scritti, che devono essere valutati con griglie specifiche e dettagliate.

 Faccio l’esempio della prova di matematica allo Scientifico, dove sono competente: presenta un tale livello di difficoltà, una tale mole di argomenti e una così ampia varietà di possibili richieste che vari docenti sperano di non essere nominati perché non sicuri di saperla fare agevolmente.

 È credibile che, dove in matematica all’Invalsi il 50% dei ragazzi non raggiunge il livello base e solo il 6% l’eccellenza, si ottenga poi il massimo nella prova d’esame?

 E con un voto basso in matematica è impossibile il 100 o la lode. 

La coesistenza di questi dati è un mistero antiscientifico irrisolvibile logicamente, se non ipotizzando che le prove non siano svolte in modo completamente ‘autonomo’ dagli studenti o che le valutazioni non seguano criteri oggettivi.

 Faccio esami da trent’anni in Lombardia, la Regione con la minore percentuale di 100, eppure vedo giochi truccati: sparizione nello scrutinio finale di gravi insufficienze e innalzamento generale dei voti (specialmente nelle materie non presenti all’esame), punteggi nelle prove valutate da interni esclusivamente da 16 a 20, rialzo esasperato all’orale per avere più ragazzi con il punteggio di 100. 

Ma se accadono queste cose nella Regione più parca di voti, non oso immaginare cosa può succedere in quelle dove i 100 sono il triplo. 

Non voglio con questo colpevolizzare, ma denunciare scientificamente la realtà che tutti conoscono e nascondono. Sarebbe onesto e dignitoso ammettere, da professionisti, che la maturità è diventata un umiliante gioco delle parti che non dice nulla del ragazzo. 

E avere il coraggio di finirla con questo costosissimo, penoso teatrino.



da Il quotidiano LA RAGIONE 8 agosto 2024

lunedì 22 luglio 2024

A quando risale l’edilizia scolastica in Italia ? da OPENPOLIS

 



lunedì 22 maggio 2023

STUDENTI ITALIANI IN TENDA - Come mai ?

 In questi giorni contro il caro-alloggi per gli studenti nelle città sedi italiane  di università si sta svolgendo a macchia d'olio una forma di protesta/denuncia degli stessi che per attirare l'attenzione sul problema hanno occupato con tende gli atenei di mezza Italia.

Come mai ?

Fin dal 1965 noi allora  studenti chiedemmo l'accesso all'istruzione a tutti i livelli  libero e gratuito per tutti,  e lo facemmo attraverso forme di lotta durissima ma purtroppo poco efficaci, troppo tradizionali e facili da neutralizzare da parte di un potere politico in cui tutti i partiti erano ben determinati solo a cambiare qualcosa perché in realtà non cambiasse nulla,  secondo il metodo italico gattopardesco ben consolidato storicamente. 

Del resto non pretendevamo altro che fosse finalmente applicato davvero e per tutti quanto  previsto già nel 1948 dalla Costituzione della Repubblica, ma i partiti politici presenti nel Paese non ci sostennero altro che molto tiepidamente (quelli di sinistra)  quando non ci osteggiarono direttamente o soprattutto tentassero di criminalizzare le nostre rivendicazioni (centristi, democristiani e destre).

 La lotta per l'istruzione libera, gratuita e garantita per tutti andò tuttavia avanti fino ad ottenere la conquista di una legge ad hoc, i cosiddetti Decreti Delegati, assieme alla liberalizzazione dell'accesso all'Università al termine degli studi superiori, salvo il pagamento di tasse di iscrizione di modico importo.

Potremmo dire che fu una stupenda vittoria per la cultura  e l'uguaglianza nel nostro Paese, ma questo frutto meraviglioso conteneva diversi bocconi avvelenati che allora ai più sfuggirono ma che erano destinati addirittura a sgretolare non solo le nuove conquiste, ma anche l'efficacia culturale di tutta l'operazione.  

 Mi riferisco in primo luogo alle impossibilità di strutture, pensate e realizzate per una popolazione universitaria di dimensione ridotta, "elitaria" e in gran parte residente nel territorio dell'Università,  di accogliere una massa di studenti non solo di provenienza cittadina, ma proveniente da tutta Italia e anche dall'estero. Essi avrebbero necessitato non solo di aule, laboratori biblioteche e spazi studio più capienti e adeguatamente organizzati, ma anche di alloggi adatti, gratuiti o a prezzo basso.

Quello che fu realizzato per ovviare a queste necessità fu già allora assolutamente inadeguato e nell'arco di mezzo secolo ciò che è stato realizzato è ancora penosamente carente e ormai carissimo, specie in città come Roma Milano Napoli, dove i tradizionali affittuari di camere per studenti, compresi i conventi,  sono passati in gran numero ad essere gestori di Bed&Breakfast e case/vacanze, molto più remunerativi, con la conseguenza di far lievitare sempre più gli affitti.

Ometto volontariamente la questione del reclutamento e della retribuzione dei docenti, assistenti, ricercatori universitari, che è lontanissima da ogni forma di uguaglianza a pari livello con quelli di altre università occidentali.

Mi corre l'obbligo di promuovere una riflessione  sulla questione partendo da un sistema completamente diverso da quello italiano  e considerato da sempre incredibilmente più efficiente, e per farla è il caso di confrontare qualche dato realisticamente.

Parto dagli USA , con questi dati che recupero dal sito WE-wealt.com 

 VisualCapitalist – basato sui dati di U.S. News & World Report – ha evidenziato quali sono le 50 migliori università americane, dalle Ivy League agli istituti pubblici. 

A livello metodologico, diversi sono stati i parametri che hanno concorso al punteggio finale:

- Tassi di laurea = 22%.

- Reputazione accademica degli studenti = 20%

- Risorse della facoltà = 20%

- Risorse finanziarie per studente = 10%

- Performance del tasso di laurea = 8%

- Selettività degli studenti per la classe d'ingresso autunnale = 7%

- Mobilità sociale = 5%

- Indebitamento dei laureati = 5%

-Tasso medio di donazione degli Alumni = 


Le top 10 università americane 

Si pensa spesso che le università della Ivy League siano le migliori scuole d'America, ma in realtà solo quattro delle magnifiche otto - Princeton, Yale, Columbia, Brown, Harvard, Cornell, Dartmouth, Pennsylvania -  rientrano nella top 10. 



I tassi di ammissione

Tra le prime 10 scuole l'ammissione è molto competitiva e nessuno dei tassi di accettazione supera il 7%. Il Massachusetts Institute of Technology (MIT), l'Università di Stanford e il Caltech sono tra le università più difficili da ammettere, con solo il 4% dei candidati che riceve l'entusiasmante lettera di accettazione. Le università dell'Illinois e del Wisconsin, invece, accettano il 60% dei candidati.


Il costo dell'istruzione americana

Le tasse universitarie statunitensi sono famose per essere inaccessibili. Combinando tutti i prestiti federali e privati del Paese, il debito totale degli studenti ammonta a 1,75 trilioni di dollari: si tratta di un ammontare medio di 28.950 dollari  (.26,758.02 EUR)


La scuola più costosa d'America è la Columbia University, con un costo di ammissione di ben 65.524 dollari, con alcune stime che indicano tassi ancora più alti per l'anno accademico 2022/2023. La meno costosa tra le prime 50 è invece l'Università della Florida, con 6.380 dollari per la retta annua, più di 10 volte più economica della Columbia.

Intendo paragonare questi dati con quelli di altri paesi occidentali.


AMg

venerdì 23 novembre 2018

Saper valutare = crescere culturalmente.

La capacità di misurare, valutare e rendere conto delle proprie azioni dovrebbe costituire una delle basi imprescindibili su cui edificare la professionalità docente e la qualità del lavoro didattico ed educativo nella scuola.

La capacità di valutare obbiettivamente e scientificamente le proprie azioni, il proprio impegno (ovvero la propria reale capacità professionale, pedagogico/educativa) è indispensabile per essere prima o poi (si spera prima) in grado di valutare le azioni e l'impegno altrui.
Ma tale capacità non è innata e automatica, anzi, se non viene sviluppata correttamente finisce per scomparire progressivamente, atrofizzarsi, essere sostituita con personali ed estemporanei criteri di valutazione personale (magari clientelare o di comodo), e ha certamente bisogno di un luogo apposito, istituzionale e uguale per tutti, per essere appresa e collaudata...
Il luogo previsto per apprendere e sviluppare tale capacità è l'istituzione scolastica e in particolare la Scuola Pubblica, fin da Napoleone Bonaparte.
Perché solo la scuola pubblica, in ogni ordine e grado di studio, ha per sua stessa natura l'adempimento di questo compito principale ( anche se non se ne parla spesso), che è parte integrante, e direi fondamentale, del processo formativo individuale e collettivo, quello attraverso il quale un popolo intero viene messo in grado di progredire nel percorso di conquista delle libertà civili.

Attenzione però,  se la classe "docente" ( che sarebbe parte di diritto della classe dirigente) non è un grado di adempiere a questo compito, nel paese invece di progredire si può facilmente tornare indietro, e distruggere o rendere inefficaci anche le conquiste di diritti e libertà civili, sociali e politiche, già acquisite.

Osservando cosa succede in Italia, si deve constatare che si continua ormai da decenni a ignorare del tutto tale necessità; il potere politico ( che tradizionalmente ha un eccellente parco votanti nella scuola) pretende di "riformare" la scuola solo partendo da orari di "cattedra",  discipline (altrimenti dette materie) da insegnare, reclutamento dei docenti di ogni ordine e grado  in base a "titoli" di studio e sociali (leggi clientele che nulla o quasi hanno a che spartire con una reale capacità professionale, pedagogico/educativa oltre che didattica), modificare orari di lezione e competenze.

 Negli ultimi 40 anni abbiamo dovuto veder subire dalla Scuola pubblica varie e variegate riforme, di facciata, rivelatesi fallimentari sul piano di quel che più conta, ovvero la qualità dell'istruzione ottenuta da ciascun allievo al termine del percorso di studi garantito dalla Costituzione attraverso lo Stato, ma che hanno prodotto uno stato di precarietà e diffidenza collettiva e di perdita di valore intrinseco del lavoro docente, ma anche del lavoro degli studenti.
  Quanto di ciò che agli studenti degli ultimi 25 anni è stato chiesto di apprendere sarà di stimolo per loro a continuare nel percorso di quella "conoscenza che si sviluppa nell'arco dell'intera vita", in ottemperanza al dettato costituzionale di "educazione permanente"?
 Quanto del percorso formativo che hanno completato, magari con successo, li ha realmente formati, posti in grado cioè di essere consapevoli delle proprie capacità cognitive e dei modi e mezzi per incrementarle ?
Le riforme messe in atto finora si sono qualificate come inesorabilmente di facciata e peggio ancora fallimentari, disorganiche perché senza far concretamente nulla per modificare sistemi e criteri collettivistici di valutazione del lavoro educativo, ovvero del progetto e del prodotto culturale ( discente e docente) rispetto ai bisogni di una società in difficile evoluzione da una cultura della parola scritta ( il testo unico uguale per tutti scelto dallo stato nella persona del docente) a quella del web ( con l'accesso a portata di click per scelta individuale a tutti i testi presenti sul pianeta).
Perciò occorre dotare tutti gli attori dell'istruzione pubblica (docenti e studenti) di responsabilità individuale a  tutti i livelli, di capacità di autovalutazione corretta del proprio livello di professionalità: senza questo non risulterà mai possibile produrre una effettiva capacità culturale di apprendimento attraverso l'analisi dell'errore, del proprio in primo luogo.

E' inevitabile  che l'incapacità diffusa di analisi e di assunzione di responsabilità individuale e collettiva nella scuola si proietti poi da essa in tutti gli ambiti della vita sociale e politica individuale e collettiva con le conseguenze catastrofiche sul piano socio politico culturale che sono sotto gli occhi di quelli che hanno occhi per vedere, ma che poi si sentono impotenti e frustrati in ogni tentativo di contrastarla.

Per me la questione più urgente è: come fare per ricostruire o meglio rielaborare il tessuto di conoscenze e competenze che fino a 30 anni fa ancora esisteva, anche se in disagio, con i materiali umani che ci sono disponibili  nella scuola pubblica italiana, per ottenere una accettabile capacità valutativa ?
Chi ha competenze e proposte operative le renda disponibili, c'è da studiare e da lavorarci, per tutta la gente di buona volontà senza risparmio di energie, e senza protagonismi e risposte prestampate.

 La questione è sul tavolo, e va affrontata e risolta, perché ne va della cultura, la nostra.

Alba Montori

sabato 17 novembre 2018

LA SCHIAVITÙ INVISIBILE E IL BUSINESS DELLA PROSTITUZIONE

 CAMPIDOGLIO -  25 novembre 2018   H.9/18
Sala della Protomoteca 

  ore  9, 30 - 13, 00 

h. 9, 30 - 10, 30:  
Saluti e apertura dei lavori 
Introduce e coordina:
Gemma Guerrini,
Presidente della Commissione Capitolina delle Pari Opportunità

VIRGINIA RAGGI,
Sindaca di Roma Capitale

FLAVIA MARZANO,
Assessora di Roma Capitale per Roma Semplice e Pari Opportunità

LAURA BALDASSARRE,
Assessora di Roma Capitale per la Persona, la Scuola e la Comunità solidale

FABIO MASSIMO CASTALDO,
Vice Presidente Parlamento Europeo

Sono stati invitati

VINCENZO SPADAFORA,
Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, delegato alle Pari opportunità, politiche giovanili e servizio civile universale

MARIA EDERA SPADONI,
Vice Presidente della Camera dei Deputati

 h. 10, 30 - 13, 00: Interventi

10, 30-ALESSANDRA MAIORINO
(Senato della Repubblica, Comm.ne tutela e promozione diritti umani),
Donne, prostitute e schiave? 

10, 45-FABIANA DADONE
(Camera dei Deputati, Comm.ne inchiesta mafie e associazioni criminali),
Mafie, migranti e tratta di esseri umani: nuove forme di schiavitù 

11, 00-MARIA GRAZIA GIAMMARINARO
(Relatrice Speciale ONU),
I diritti umani delle donne soggette alla tratta per fini di sfruttamento sessuale: politiche di prevenzione e di empowerment

11, 15-JACOPO MARZETTI
(Garante infanzia e adolescenza Regione Lazio),
Azioni a contrasto e prevenzione della prostituzione minorile 

11, 30-MONICA ROSSI 
(Ufficio Speciale Rom – Roma Capitale),
La trappola dell'etnicità: gabbia e risorse

11, 45-SUOR EUGENIA BONETTI
(Ass.ne “Slaves No More”),
Luci e ombre della donna africana tra passato e presente: aspetti socio-culturali e religiosi della donna nigeriana

12, 00-IRENE CIAMBEZI
(Ass.ne “Papa Giovanni XXIII”),
Tratta e differenze culturali: un approccio relazionale per la tutela delle vittime. L'esperienza di Apg23 

12, 15-ORIA GARGANO
(Presidente “Ass.ne Be Free”),
La tratta a scopo di sfruttamento sessuale: una violazione dei diritti umani

12, 30-ROBERTA PETRILLO
(Ass.ne “Save the Children”),
Piccoli schiavi invisibili. Minori vittime di tratta e grave sfruttamento in Italia 

12, 45-SANDRA ABBONDANDOLO
(Tutrice minori stranieri non accompagnati),
La legge n. 47/2017: l'esperienza del tutoraggio dei minori vittime di tratta

h. 13, 00 - Conclusioni GEMMA GUERRINI,
Presidente Commissione Capitolina delle Pari Opportunità

PAUSA 

TI AMO DA VIVERE  ore 14, 30 - 17, 00 

Introduce e coordina: FLAVIA MARZANO,
Assessora di Roma Capitale per Roma Semplice e per le Pari Opportunità

MARCO PICISTRELLI, Mostra fotografica sul femminicidio 

TANI NEFER, psicologa, Cos’è il femminicidio 

LOREDANA NABORRI, Letture di brani poetici 

DANIELA MOCCIA, interpretazione del monologo Nannarella di Giulia Ricciardi e del monologo Finché morte non ci  separi di  Francesco Olivieri
Le interpretazioni saranno accompagnate da brani musicali e intervallate da video realizzati da MARCO PICISTRELLI

lunedì 13 marzo 2017

Un sorprendente manuale di educazione sessuale cinese...

Ecco da [Shangaiist] una pagina dal manuale di educazione sessuale per i giovani cinesi, che viene a rispondere alle richieste e alle ripetute dimostrazioni degli studenti per avere risposta al bisogno di informazioni corrette e complete [Pechino 2014]:

"China introduces surprisingly progressive sex education curriculum for kids, some parents freak out"
BY KENNETH TAN IN NEWS ON MAR 6, 2017 5:30 PM


"I bambini cinesi ora hanno un corso di educazione sessuale di cui possiamo essere fieri” scrive il quotidiano statale Global Times su Weibo, il Twitter cinese. Il giornale, molto fedele alle linee del governo, si riferisce ai nuovi testi del Gruppo Editoriale dell’Università Normale di Pechino che sono stati distribuiti agli studenti delle scuole primarie [Shangaiist]. Se fino all’anno scorso gli alunni ricevevano libri in cui, per esempio, si bollavano come “degenerate” le ragazze che hanno rapporti prima del matrimonio [Shangaiist], ora è stato fatto un salto in avanti evidente. E, per qualcuno, anche scioccante.

Già in seconda elementare i manuali spiegano, con testi e disegni molto chiari, come funzionano gli organi genitali e come nasce un bambino. Raccontano che bisogna seguire i propri desideri e le proprie aspirazioni senza lasciarsi sviare dagli stereotipi di genere (una bambina può diventare una poliziotta intransigente o un’intrepida astronauta, esattamente come un bambino può diventare un maestro d’asilo o un infermiere amorevole). E insegnano cosa sono le molestie sessuali e come cercare di sfuggirle, chiedendo aiuto ai genitori o alla polizia. I testi non tacciono neppure del fatto che a volte certe attenzioni inappropriate degli adulti possono arrivare non da sconosciuti, ma da parenti e amici.

I diversi temi sono riproposti e approfonditi dalla seconda alla sesta elementare. Il tema generalmente tabù [Il Grande Colibrì] dell’HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili (MST), per esempio, è affrontato a partire dalla quinta, quando si spiega l’importanza dell’uso del preservativo nei rapporti eterosessuali e omosessuali.

Già, perché il corso di educazione sessuale parla spesso e volentieri dei diversi orientamenti. Sin dalla seconda elementare, i bambini imparano che c’è chi ama le persone del sesso opposto e c’è chi invece ama le persone dello stesso sesso e che va benissimo così, perché “l’amore è una cosa meravigliosa” sempre e comunque. E ci sono pure le persone bisessuali e anche per loro vale lo stesso discorso: “Saresti scioccato da una persona a cui piace sia il piccante che il dolce?”.

Non è giusto discriminare le persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali), spiegano i libri, e quando succede non bisogna accettarlo. Perché tutti abbiamo diritto ad amare chi vogliamo e a essere felici con lei o con lui. Per questo i volumi sono popolati da ragazzi che sognano altri ragazzi, da uomini che preparano la cena per i compagni, da donne innamorate che passano il tempo libero insieme, da ragazze che parlano tranquillamente del proprio orientamento a genitori solidali. Scene semplici di una vita quotidiana serena e piena d’affetto e di rispetto.

E tra queste scene spuntano anche coppie omosessuali con figli e altre che si sposano. Il corso, infatti, spiega ai bambini delle elementari che in alcuni paesi del mondo esiste il matrimonio tra persone dello stesso sesso, anche se non è riconosciuto in Cina, almeno “per ora”, come annota sorprendentemente il libro.

Ovviamente il nuovo corso di educazione sessuale ha suscitato l’entusiasmo delle femministe e degli attivisti per i diritti delle persone LGBTQI, ma ha creato molte polemiche sui social network. Le critiche, però, non si sono concentrate sull’apertura alla diversità sessuale né si sono trasformate in stupidi complottismi su improbabili “ideologie gender”: è il disegno di un rapporto sessuale etero ad avere imbarazzato molti adulti, con Weibo che si è riempito di testimonianze di genitori che sono arrossiti vedendo l’immagine. D’altra parte sono cresciuti in scuole dove i libri di testo non raccontavano il sesso, ma lo demonizzavano come “degenerazione”.

Ringrazio del riassunto dell'articolo su shanghaiist.com   
Pier Cesare Notaro  
Pier
©2017 Il Grande Colibrì

giovedì 10 dicembre 2015

IL GENERE: una guida orientativa gratuita per tutti

ON LINE 
 LIBERAMENTE SCARICABILE /Free Download
gratuitamente

GUIDA AL GENDER


Guida sipsis


gender_cos__è_e_cosa_non_è


a cura di 
Federico Ferrari
Enrico Maria Ragaglia
Paolo Rigliano.

SIPSIS-Società Italiana di Psicoterapia per lo Studio delle Identità Sessuali  


Sintetiche, chiarissime e facilmente accessibili, queste guide sono eccellenti strumenti per studenti, famiglie, educatori, operatori del sociale e tutte le persone che vogliono capire cosa si nasconde dietro la campagna fondamentalista contro la teoria del gender, e comprendere in modo diretto e nello stesso tempo scientificamente rigoroso i termini, le questioni e le distinzioni che riguardano le complesse identità sessuali di ognuno.

DIFFONDIAMO DIFFONDIAMO DIFFONDIAMO
A TUTTI


 buona lettura 

mercoledì 4 novembre 2015

4 novembre 1966. E seguenti...

Ricordo molto bene quel giorno del 1966: ero all'Accademia di Belle Arti di Roma nella mia aula a disegnare dal  vero con i miei compagni e la nostra modella aveva la radiolina accesa per sentire e farci sentire un po ' di musichetta, quando cominciarono ad arrivare le prime frammentarie notizie di quanto stava accadendo a Firenze, ma anche nella Maremma: l'Arno straripato in più aree che aveva invaso la città,  l'Ombrone più a sud che aveva rotto gli argini e il ponte dell'Aurelia, l'Esercito che stava partendo al soccorso.

 Erano circa le 11.30 e con due amici ci guardammo, sconvolti , ma con lo stesso pensiero.
Dabbasso c'era un telefono a gettone, uno dopo l'altra chiamammo a casa per dire che non saremmo tornati per pranzo e neanche per cena, inventammo lì per lì di dover lavorare urgente a un progetto chiesto dal prof. di architettura  Per tre quattro giorni dovevamo lavorare a tempo pieno dove eravamo più attrezzati per disegnare assieme.
Non so come reagirono gli altri genitori, ma mia madre incasso' la bugia senza problemi.

 E partimmo, prima in autostop, poi beccammo lungo la via Aurelia una colonna di camion dell'esercito in marcia per raggiungere Firenze da sud attraverso la Maremma. Il ponte sull'Ombrone era scomparso e il fiume aveva occupato la pianura scorrendo come un vero fiume in piena.
04.11.1966 Alluvione di Firenze a Prato



La colonna che ci ospitava riuscì a passare solo perché nel tempo che ci avevamo messo ad arrivare fin lì i soldati di stanza a Grosseto erano riusciti a costruire un ponte di fortuna. Proseguimmo, sballottati dentro al camion che non era certo comodo, non riuscivamo ad orientarci, la notte calò presto come sempre in novembre e poi continuava a piovere. Quando finalmente riuscimmo ad arrivare, per quale strada non so, probabilmente la Cassia, ormai quasi albeggiava.











I ponti avevano retto all'urto della piena: passando dal ponte Santa Trinita si vedeva il Ponte Vecchio ancora ben saldo, ma con le botteghe praticamente sott'acqua,
Ci distribuirono degli stivali di gomma che indossammo lasciando le nostre scarpe sul camion, poi ci scaricarono tutti in piazza Santa Croce e mentre gli altri andavano a vedere di informarsi su come e dove renderci utili, ricordo che sono entrata come un lampo dentro la chiesa.




Il pavimento era ancora tutto coperto di fango che mi arrivava quasi al bordo degli stivali e si vedeva però che l'acqua era arrivata ben più su, fino ad ingoiare quasi interamente il Crocifisso meraviglioso di Cimabue di cui ricordavo ogni centimetro.....

Crocifisso di Santa Croce 


 Questo sopra è l'immagine di come è ora, dopo anni di restauro.
Solo parte della testa era ed è stata risparmiata dall'onda puzzolente..
In quell'alba grigia, in mezzo al fango, sono rimasta lì davanti, a piangere come un'imbecille, e ancora adesso mi viene da piangere ogni volta che ci penso.



 Poi mi sono buttata nel lavoro assieme agli amici vecchi e nuovi e a mani nude, con i vestiti coi quali eravamo partiti, abbiamo come formiche operose raccolto pulito alla meglio spostato trascinato quintali di codici alluvionati strappati dalle viscere del Palazzo Vecchio, dall'Archivio di Stato di Firenze, opere d'arte sommerse dal fango, senza curarci del cibo e del sonno, caricandoli sui camion coi quali eravamo arrivati per portarli dove potessero essere salvati, puliti, restaurati.

 In gran parte furono portati nell'Archivio di Stato all'EUR.









4 novembre 1966 a Firenze gli Angeli del fango




Firenze, Piazzale Michelangelo

angeli del fango


Firenze, Angeli del Fango





all'Accademia dei Georgofili



all'Archivio Centrale dello Stato a Roma-EUR



Qualcuno ci ha chiamato "angeli del fango", ma avevamo di angelico probabilmente solo l'ingenuità e la purezza d'animo di adolescenti ben allevati, ben educati ad amare la cultura e probabilmente l'aspetto, adolescenti o poco più come eravamo ma già pronti a metterci in gioco per ciò che ritenevamo importante.
E aiutare i Fiorentini a salvare la loro Cultura, che era (ed è) anche Nostra Cultura, sapevamo per istinto e per educazione civile che era non solo importante, ma indispensabile.
Il fango invece era tanto, appiccicoso, puzzolente e terribile, pronto ad ingoiare tutte le stupende opere dell'ingegno e della meravigliosa tecnica che sono l'indispensabile per l'arte, pronto a diventare un veicolo di infezioni e malattie pericolose. Pronto a divorare le carte, le miniature, le dorature, i materiali dei colori distesi sulle tavole per rappresentare la bellezza...

Quell'alluvione e ciò che ne seguì fu in realtà una opportunità fantastica per conoscere e conoscerci tra noi, scambiarci esperienze, pensieri, informazioni, amicizia, sesso. Perché non c'era il web, allora, e per comunicare avevamo a disposizione la scuola ( non tutti), il telefono ( non tutti e solo se ti conoscevi ) e la posta, che funzionava, allora.
Eh sì, perchè chiacchierammo e parlammo e come no, mentre ficcavamo le mani nella melma per ripescare i codici dell'archivio e i pacchi di lettere e ce li passavamo di mano in mano fino ai camion dove i soldatini, nostri coetanei in divisa, li stipavano per portarli ai centri di recupero....

Nei centri di recupero ci ritrovammo poi per mesi in molti  "angeli" a proseguire il lavoro di salvataggio, staccando foglio da foglio, mettendo tra le pagine quintali di carte assorbenti, lavorando di notte, dopo scuola e/o lavoro, con sul naso sciarpe intrise di profumi dozzinali e fortissimi che compravamo ai grandi magazzini per riuscire a sopravanzare e ignorare il puzzo orribile dei residui dell'alluvione in via di decomposizione sulle carte.

Ma è stata anche quella una esperienza eccezionale: mi sono passate per le mani lettere autografe preziose, da messaggi di Machiavelli a contratti di Donatello  e mappe catastali delle famiglie fiorentine dal 1200  complete di disegno acquarellato delle intere costruzioni in varie viste e persino degli animali e degli alberi presenti!

Sono convinta che i fermenti studenteschi che già avevano cominciato a coagularsi intorno alla questione Zanzara a Milano e  intorno all'omicidio di Paolo Rossi a Roma trovarono terreno eccellente di coltura proprio là, in quella incredibile esperienza tra il fango dell'alluvione e la montagna di carte degli archivi dove i documenti della Storia ci sono stati letteralmente messi in mano per studiarceli dal vero e non per sentito dire e abbiamo avuto l'opportunità imprevista di conoscerci liberamente.
Come è andata poi fa parte del mito. Ma la Storia è nei documenti.

venerdì 4 settembre 2015

Gli italiani ''analfabeti funzionali''

Gli italiani detengono record mondiale di ''analfabetismo funzionale''

"E’ in grado di leggere e scrivere ma non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane per spazio o per tempo. Parliamo di chi appartiene alla categoria degli "analfabeti funzionali", la cui "medaglia d’oro", tristemente, è assegnata agli italiani.

Italia al primo posto: il 47% degli abitanti del Belpaese, infatti, secondo uno studio dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) - dunque secondo una fonte internazionale autorevole - si informa (o non si informa), vota (o non vota), lavora (o non lavora), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare.

Una capacità di analisi, quindi, che non solo sfugge la complessità, ma che anche davanti ad un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale, lo spread) è capace di trarre solo una comprensione basilare. In altre parole soffre di analfabetismo funzionale. E la percentuale è talmente alta (47%) da far balzare il nostro Paese al vertice di questa speciale classifica.

VIDEO Il potere ci vuole ignoranti

Con il termine “analfabetismo funzionale” si designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Un analfabeta è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.

Un analfabeta funzionale non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico. Non è capace di leggere e comprendere la società complessa in cui vive. Un analfabeta funzionale, pertanto, traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette. La crisi economica? Soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto. La guerra in Ucraina? E’ un problema solo se aumenta il prezzo del gas. Il taglio delle tasse? E’ giusto anche se corrisponde ad un taglio dei servizi pubblici.

Uno status che può avere risvolti negativi sia sul singolo individuo che sulla collettività. Coloro che sono analfabeti funzionali, infatti, possono essere soggetti a intimidazione sociale, a rischi per la salute, a varie forme di stress, a bassi guadagni ed altre insidie associate alla loro inabilità. Poi c’è la correlazione tra crimine ed analfabetismo funzionale, ben nota ai criminologi ed ai sociologi di tutto il mondo. Nei primi anni 2000 è stato stimato che il 60% degli adulti nelle carceri federali e statali degli Stati Uniti erano funzionalmente o marginalmente analfabeti, e l’85% dei delinquenti minorenni aveva problemi riguardanti la lettura, la scrittura e la matematica di base.

E, ancora, l’impatto negativo sull’economia. Uno studio intitolato “Literacy at Work” (“Alfabetismo sul lavoro”), pubblicato dal “Northeast Institute” nel 2001, ha rilevato che le perdite economiche attribuite a carenze nelle abilità di base ammontano a miliardi di dollari all’anno a causa della bassa produttività, degli errori e degli incidenti riconducibili all’analfabetismo funzionale.

La ricerca sociologica ha dimostrato che i paesi con livelli inferiori di analfabetismo funzionale tra le loro popolazioni adulte tendono ad essere quelli con i più alti livelli di alfabetizzazione scientifica tra la classe inferiore dei giovani che si avvicinano alla fine dei loro studi accademici formali. Questa corrispondenza suggerisce che un fattore che contribuisce al livello di alfabetizzazione civica di una società è la capacità delle scuole di far sì che gli studenti raggiungano l’alfabetismo funzionale richiesto per comprendere i testi e i documenti di base associati ad una cittadinanza competente." da pupia.tv

sabato 15 agosto 2015

italialaica news n. 19/2015

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Editoriale






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lunedì 10 agosto 2015

Ho voluto fare la prof, proprio perchè c'era chi non voleva la facessi.

Questo articolo, che riporto integralmente sotto, spiega in modo esauriente a mio parere perché non ho mai avuto alcuna stima di Ida Magli, specie all'interno della lotta e della cultura femminista.
 Anzi, penso chiarisca una volta per tutte con quale tipo di pseudocultura femminista mi sia dovuta ritrovare a sopravvivere all'interno della scuola italiana di Stato e non, oltre che nella vita civile. 
 Perché non è certo la mancanza di parità numerica tra maschi e femmine tra le presenze docenti a rendere sempre più pesante la scarsità di cultura e sopratutto di professionalità pedagogico/didattica nella Scuola Italiana. Magari fosse solo questo.

 E tuttavia la scuola continua malgrado gli stravolgimenti culturali, legislativi e finanziari, malgrado TV e media, a funzionare e, incredibile, persino a garantire al Paese gente abbastanza preparata da riuscire anche a inventarsi un lavoro quando non ce l'ha, ad essere utile a se stessa e agli altri, a fare una buona figura quando se ne va a studiare/lavorare all'estero. 

A mio parere l'unica cosa che abbia in un certo qual modo permesso comunque la trasmissione di un certo qual buon senso del rispetto umano attraverso la scuola sia stata proprio la presenza in stragrande maggioranza di donne, le quali, magari in mancanza di professionalità didattica e pedagogica, hanno sempre comunque riversato in essa il sano e solido buonsenso casareccio che ogni "cuore di mamma" eredita comunque dal femminile familiare. 
Certo, la scuola è diventata sempre più una succursale della famiglia, ma forse non è stato un danno per alunni e studenti, visto che le famiglie di origine li hanno sempre più barbaramente  ed egoisticamente parcheggiati nelle scuole di ogni ordine e grado, aggiungendoci anche magari quella di calcio, di nuoto, di danza, e di tutto quello che è possibile per tenerli occupati...

 Dal blogautore  Nonvolevo fare la prof
8 agosto 2015

Ida Magli, il problema delle donne che non sanno insegnare la cultura e la tv che fa didattica al posto delle femmine

Un giorno qualcuno dovrà fare uno studio serio sull’impatto della televisione in Italia. Cominciando, mi viene da dire, non dal volgo, da sempre accusato di essere schiavo della De Filippi di turno, ma dagli intellettuali. A leggere certi loro scritti, sembra infatti che siano del tutto ed ancora schiavi dell’immaginario televisivo: non perché adorano la De Filippi medesima, va da sé, ma perché sono ancora atavicamente convinti, come degli undicenni cresciuti a pane e tv e poco altro, che lo schermo sia la grande innovazione, il sapere passi necessariamente per un filmato tv e che la vera cultura si possa passare solo ed esclusivamente attraverso questo mezzo: la televisione.

Dopo il geniale Baricco che proponeva lezioni capovolte senza sapere nemmeno gran bene come andassero organizzate, stavolta a suggerire nuove modalità didattiche è Ida Magli, a dimostrazione che in Italia sinistra e destra sulla scuola sono accomunate da un pensiero forte: quello di non capirne un accidenti.

La Magli inizia l’articolo riprendendo un suo grande cavallo di battaglia, ovvero che il disastro della scuola in Italia è attribuibile alla massiccia presenza femminile nell’insegnamento. Con insegnanti femmine, è la sua tesi da sempre, i ragazzi maschi imparano poco e male, perché non riescono ad identificarsi con i docenti di sesso diverso (e questo almeno potrebbe avere una sua qualche validità dal punto di vista del transfert psicologico), ma soprattutto perché, dice la Magli, le insegnanti femmine non sono in grado di trasmettere correttamente le idea della storia, della letteratura, a capire i grandi pensatori del passato e spiegarli perché sono femmine e loro sono maschi. Le donne, insomma, sarebbero antropologicamente inadatte a spiegare la cultura, perché la cultura è maschile. Insomma, in soldoni, una donna non può capire il teorema di Pitagora davvero, e figuriamoci spiegarlo. Tanti saluti se Pitagora stesso ammetteva nella sua scuola le donne, tanto per dirne una, e persino Platone invitava a considerarle pari agli uomini: Pitagora e Platone, secondo la Magli, erano dei noti cretini.

Non è nemmeno ben chiaro come mai la Magli possa occuparsi di antropologia, scienza anche questa fondata da maschi: per le sue stesse teorie dovrebbe non capirla, ed esserle vietatissimo spiegarla, soprattutto ad allievi, o propinare le sue riflessioni ai lettori del Giornale. Ma si vede che per se stessa la signora  fa una eccezione, perché, nonostante sia femmina e docente, non risulta che abbia rinunciato alla cattedra o alla rubrica per evitare di far danni.

Ma la meravigliosa innovazione dell’articolo magliano sta nella soluzione proposta per ovviare al disastroso predominio femminile nell’insegnamento. Cito, perché è impagabile

<<“La novità sarebbe invece quella di proiettare cicli di lezioni televisive preparate da una società ad hoc con i maggiori specialisti del mondo nelle singole discipline. Non ci sarebbero più le logore ripetizioni di insegnanti che per trenta o quarant’anni parlano sempre delle stesse cose, ma i più grandi storici, i più grandi matematici, i più grandi architetti, i più grandi musicisti d’Italia e del mondo esporrebbero con la semplicità e la chiarezza che contraddistinguono coloro che sono assolutamente padroni di ciò che dicono, i diversi cicli di lezioni, di cui la Società di edizione curerebbe la traduzione nella lingua italiana per quanto riguarda gli specialisti stranieri. Questo permetterebbe di accompagnare con le immagini adatte ogni argomento e non ci sarebbe studente che non ricordi, anche senza studiarlo, ciò che ha visto: che si tratti di un castello sulla Loira o di un carme di Catullo.

Il ruolo degli insegnanti potrebbe essere quindi quello di assistere insieme agli studenti alle lezioni televisive e poi discuterle e, se necessario, spiegarle nelle ore a ciò predisposte. La scuola sarebbe così, finalmente, ricca di figure maschili, non soltanto nelle lezioni televisive, ma anche nelle aule perché dove il sapere è «sapere», vivo e profondo, i maschi non mancano mai.”>>


Cioè, spieghiamo bene, e in pratica: siccome le insegnanti donne sono delle cretine monumentali che non sono in grado di spiegare la cultura per ciò che è in quanto femmine, ad onta di anni e anni di studi, superamento di concorsi, spesso anche  approfondimenti in pubblicazioni scientifiche e decenni di pratica didattica nelle classi, la soluzione è ridurle al ruolo ancillare di accompagnatrici della classi (sperando che il compito non sia troppo difficile, chissà se ci si può fidare!), prendere una ditta (privata, magari) che prepari dei filmati/interviste con grandi pensatori (tutti maschi, è naturale: una grande pensatrice, architetta/filosofa/scrittrice/poetessa no, non esiste, non si dà), che le classi, senza alcuna distinzione di età e di curriculum di studio saranno costrette a guardare, per poi, ma eventualmente, discuterne con l’insegnante (anche se non si capisce perché, a questo punto, visto che l’insegnante è una povera cretina incapace).

Non è chiaro, dal passo, se la Magli pensi che questo trattamento vada fatto solo nelle classi con un’insegnante femmina, e se quelle invece con insegnanti maschi potranno essere esentate da questo strazio, avendo un docente che in quanto maschio può parlare di cultura con cognizione di causa (si sa, gli insegnanti maschi sono tutti più bravi e ferratissimi nella loro materia). Nè se le alunne magari, poverine, avranno diritto ogni tanto a vedere almeno un filmato in cui parli una donna, tanto per dar loro la notizia che alle volte anche le femmine possono arrivare a pensare. Ma soprattutto non mi è chiaro, e non sarebbe chiaro nemmeno alla Magli se mai avesse messo piede in una scuola reale fatta di alunni veri, come sia possibile tenere una trentina di ragazzi in età fra i 14 e i 19 anni fermi in un’aula ad ascoltare per ore dei filmati tutti uguali e probabilmente noiosissimi, dove intellettuali a loro in massima parte sconosciuti discettano di alto pensiero senza che sia possibile interagire con loro, fare una domanda diretta, chiedere che sia soddisfatta una curiosità. Immaginiamoci una bella classe di un professionale per la meccanica, per esempio, a cui il Grande Intellettuale di turno spieghi il pessimismo Leopardiano. Un successone.

Mi ricorda molto la noia infinita del mio professore del liceo che ogni tanto, quando non aveva voglia di fare lezione, ci portava a vedere degli orrendi documentari di fisica, durante i quali, approfittando della penombra, noi alunni ci dedicavano ad attività socializzanti quali sedurre i vicini di banco, giocare a battaglia navale, pianificare le feste della settimana o semplicemente dormire. Di fisica in tre anni non abbiamo imparato una cippalippa. E l’insegnante era maschio, eh.