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mercoledì 24 gennaio 2018

Settimana della Memoria della Shoa. Roma attende il suo memoriale dedicato alle vittime gay della shoa



"Qual è il più grande servizio che la conoscenza della storia ci può fornire? Quello di metterci sull'avviso.

I nazisti hanno voluto uccidere gli ebrei semplicemente perché essi erano ebrei, gli zingari perché erano zingari e gli omosessuali perché erano omosessuali: venivano tutti visti come dei devianti che dovevano essere eliminati.


 In ciò consisté la soluzione finale.

Bisogna ricordare che insieme ai sei milioni di ebrei, sono morti anche centinaia di migliaia di zingari, di omosessuali, di intellettuali e anche di oppositori politici del regime nazista, sia religiosi, sia laici.

Ci si deve rendere conto di cosa rappresenta la presa di potere di un regime dittatoriale e si deve amare e conservare questa democrazia che con tanta fatica abbiamo riconquistato.


Dovremmo cercare di trarre delle conclusioni da un'esperienza che ha travolto milioni di esseri umani e capire perché si debba conoscere questa storia, nonché quale lezione potremmo avere da questo passato".

Tullia Zevi

UN MEMORIALE  DEDICATO ALLE VITTIME OMOSESSUALI DEL NAZISMO, FU INAUGURATO  A BERLINO GIA' NEL 2008 


"L'evento avviene così tardivamente che nessuna delle vittime è presente ad assistervi".
 Così il ministro tedesco della cultura Bernd Neumann ha deplorato a fine maggio 2008 l'assenza di sopravvissuti all'inaugurazione del memoriale, nel centro di Berlino, dedicato ai Triangoli rosa, ovvero alle vittime omosessuali del nazismo.
Rudolf Brazda, vecchio Triangolo rosa di 95 anni, appresa quel giorno dalla televisione questa notizia decise subito di rompere il suo silenzio. Sua nipote si mise in contatto con l'associazione dei gay e lesbiche tedeschi (LSVD) che invitò l'anziano uomo a Berlino per raccontare la sua storia.
Nato in Sassonia da genitori cechi nel 1913, aveva 20 anni esatti quando Hitler salì al potere. Condannato nel 1934, mentre viveva con il suo compagno, a sei mesi di casa di correzione per omosessualità a norma dell'articolo 175 del codice penale. Fu quindi espulso in Cecoslovacchia, dove trovò lavoro in una troupe di teatro d'operetta facendosi notare per le sue interpretazioni di Josephine Baker.
Nel 1938, dopo l'annessione dei Sudeti, il giovane venne deportato nel campo di concentramento di Buchenwald dove fu ai lavori forzati tra il 1941 e il 1945.

"Ho avuto fortuna", confida ad Eva Bruckner dell'associazione LSVD, e spiega che la sua sopravvivenza è stata facilitata grazie ad un legame che aveva con un kapò comunista.
Ma Rudolf Brazda confessa di "aver sempre paura dei nazisti", quelli di allora e quelli di oggi, i neonazisti che perseguitano gli omosessuali in nome della razza e della purezza dei costumi.
 Dopo la guerra, liberato dal campo lasciò la Germania e si spostò in Francia, insieme al suo nuovo compagno con cui ha condiviso la sua vita per più di cinquant'anni, fino alla sua morte.

La mattina prima del Pride 2008  ha reso omaggio al memoriale dei Triangoli rosa a Berlino assieme al Sindaco.
"Noi eravamo come loro", ricorda commosso l'anziano uomo, guardando i due uomini a torso nudo che si abbracciano allacciati stretti sulla lapide del memoriale…

L'articolo 175 fu abrogato in Germania solo nel 1969, più di un secolo dopo la sua introduzione nella Legge tedesca.
L 'omosessualità invece è stata totalmente depenalizzata solo nel 1994, dopo la caduta del Muro e la riunificazione della Germania.

Nel 2002 il Governo tedesco ha deciso l'annullamento di tutte le condanne comminate durante il Terzo Reich, dimenticando quelle che vanno dal 1945 al 1969 (50mila in totale).

Poi il Governo diAngela Merkel ha deciso di fare giustizia nei confronti dei cittadini gay condannati ingiustamente a causa del Paragrafo 175 e ha proposto il 22 marzo 2017 un disegno di legge per cancellare le sentenze contro l’omosessualità emesse durante l’epoca nazista. 

 Per i cittadini tedeschi, condannati per esser gay, il Governo tedesco ha fissato l’indennizzo a 3mila euro (cifra forfettaria) oltre alla somma di 1.500,00 euro per ogni anno di reclusione.

                                                         ******

Nel 2018  ROMA ancora attende il suo Memoriale dedicato alle vittime omosessuali del nazismo, come chiesto anche da me personalmente già dal 2003.

Mi auguro, assieme a tutte la gente omolesbotransbisex, che il memoriale della shoah degli ebrei e di tutti gli altri oggetto della "soluzione finale" nazista sia presto una realtà anche a Roma.

AMg

domenica 10 luglio 2016

L’odio è il contrario delle idee. Proprio come i preconcetti e le mistificazioni.

Walter Veltroni  @veltroniwalter  · 10 luglio 2016
Scrivo a voi, dispensatori di odio

L’odio è il contrario delle idee. Porta prima a bruciare i libri. Poi a bruciare le persone. Non dimentichiamolo, vi prego, finché siamo in tempo



Ho nelle orecchie la voce di quella ragazza americana che parla con il poliziotto che ha appena sparato al suo ragazzo. Ho negli occhi le immagini di quell’agente di Dallas assassinato alla schiena, nel modo più vigliacco. Leggo della morte, in Italia, di un ragazzo nero ucciso da chi aveva definito sua moglie una scimmia. Siamo appena reduci dagli orrori di Istanbul e di Dacca.

Viviamo, quasi inconsapevoli, in una escalation rapida e infernale della violenza, verbale e fisica. Allora io scrivo a voi, dispensatori di odio. Scrivo a voi che non accettate l’esistenza dell’altro, che negate il diritto di avere una fede, un colore della pelle, un’idea politica, un amore diverso dal vostro.


Scrivo a voi che usate le parole come clave, che insultate chi non la pensa come voi, che vi sentite depositari di un sapere che forse domani diventerà il suo contrario. Scrivo a voi che non sapete la bellezza del dubbio, voi che pensate che la vita sia davvero senza se e senza ma, che rifiutate a priori l’idea che un altro possa mai avere ragione. Scrivo a voi che riempite le 140 parole di un tweet di entusiasmo quando muore qualcuno che non era come voi o che aveva avuto il torto del successo nella vita.


Non vi meravigliate, voi, se poi succede quello che è successo a Fermo, civile cittadina del centro Italia. L’odio è un virus, cambia colore e forma, come una malattia imprevedibile. E presto diventa metastasi e genera spasmi violenti. L’odio nasce dalle parole, la più delicata forma di vita che esista. E le parole, specie i media, devono ponderarle, perché sono pietre. So bene che le merci più vendute, in questa fase di “mercato”, sono proprio l’odio e la paura.


Ma so anche che dentro ogni operatore di quella fragile materia che sono le notizie o ancor di più in chi fa politica dovrebbe albergare un codice etico. Dobbiamo sapere che ora tutto il dolore del mondo entra nelle nostre case, subito, senza mediazioni. Portato da immagini tremolanti di cellulari, da telecamere fisse che vigliano sulla nostra sicurezza, l’orrore compare in tempo reale sui nostri telefoni, sui nostri computer, sui televisori accesi. Abbassare la febbre, fare politica rispettando l’altro, restituire ai media il compito non solo di informare ma di far capire, imporre la fine delle urla e degli insulti come codice comunicativo normale, è davvero così difficile?


Forse si perderà un punto di share o qualche voto ma si aiuterà il mondo a non perdere la testa. Perché il mondo, tutti noi, possiamo davvero, smarrire, giorno dopo giorno, i valori che ci hanno fatto liberi, aperti, inclusivi. Contano, certo, le condizioni materiali della società, la sua insopportabile ingiustizia, la totale assenza di speranza e di una politica alta, coraggiosa e forte, contano quei mutamenti sociali, culturali, antropologici a cui tante volte ho fatto riferimento su queste colonne.


Ma contano anche le nostre parole, la nostra responsabilità. Urlare o ragionare, insultare o rispettare sono scelte che ciascuno di noi deve fare, dentro di sé. Specie chi informa, chi ha responsabilità comunicative o politiche. Il mondo, in altre fasi storiche, è slittato, applaudendo, verso l’odio e l’orrore, ha gioito per la guerra e tollerato o sostenuto le più odiose discriminazioni.


“Un uomo che sia stato nel pericolo quando ne esce dimentica la sua paura, e spesso anche i suoi propositi”, scriveva Tucidide nell’Ifigenia in Tauride. Chi ci ha messo al mondo ha visto con i suoi occhi portare via i padri, le sorelle, i figli da uomini investiti dal loro Führer o dal loro Duce del compito di estirpare la mala pianta della diversità.  Nel fumo del gas delle docce di Birkenau sono passati gli ebrei, gli antifascisti, gli omosessuali, gli zingari.Ognuno di loro era diverso dal nazismo o dal fascismo perché aveva una religione o un pensiero proprio, non conforme all’ imposta “normalità”.


Dai gulag staliniani sono passati quelli che disobbedivano al partito e quelli che avevano un altro modo di ragionare. Avevano altre idee. (*)Le idee: alimento rivoluzionario, meraviglioso e permanente stimolo sovversivo. Le idee non vivono in un recinto, hanno bisogno di praterie libere. Le idee, per essere tali, hanno bisogno di essere ascoltate, discusse, forse accettate. Ma in primo luogo hanno bisogno di essere esaminate come diceva Ezra Pound, “ad una ad una”. L’odio è il contrario delle idee. Porta prima a bruciare i libri. Poi a bruciare le persone. Non dimentichiamolo, vi prego, finché siamo in tempo.
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(*)  Eh no, caro Walter, riguardo al " Partito Padre URSS" della tua formazione politica, incarnato pesantemente da Stalin, tu dimentichi volutamente  qualcosa che non è un particolare di poco conto.

"Dai gulag staliniani sono passati quelli che disobbedivano al partito e quelli che avevano un altro modo di ragionare. Avevano altre idee."

Quelli che tu chiami "disobbedienti al partito" erano ebrei, omosessuali, antistalinisti, antistatalisti, donne che osavano ribellarsi al Potere statalista e maschista, moltitudini  di semplici contadini Georgiani, e degli altri popoli agricoli dell'Impero Sovietico che si sono ribellati all'esproprio delle loro terre e dallo sradicamento dai loro territori per esser mandati a produrre come schiavi nelle fabbriche di Stato.

 Per tutta questa gente non ci sono stati solo i gulag, i campi di lavoro forzato in Siberia, ma anche l'essere oggetti/soggetti di spionaggio e intimidazione, di torture e carcerazioni con processi farsa nelle carceri della Lubianka, di ricoveri forzati in cliniche psichiatriche completi di elettroshock e castrazioni chimiche, e tutto il repertorio della sperimentazione pseudo scientifica atta a riconvertirli in bravi cittadini obbedienti.
Di tutto ciò la incombente presenza della famigerata"Cortina di Ferro" ha coperto per anni l'infamia e così bene che nessuno è riuscito e riesce a sollevarla senza rimetterci la pelle.

Perciò caro Walter, smettila una buona volta di  fare "il bue che dice cornuto all'asino.

 Non bisogna avere paura di liberarle tutte, le informazioni e le idee, perché ogni informazione falsa o incompleta prima o poi si ritorce contro chi l'ha inventata e propagandata.
Ci vuole tempo, è vero, e bisogna che ci sia chi pretende la verità  libera dalle mistificazioni, senza farsi prendere in giro e senza rinunciarvi, ma alla fine la verità viene sempre alla luce e si ritorce sempre contro chi ha preteso di nasconderla e/o mistificarla.
 Ed è quello che puntualmente, sia pure con più di 70 anni di ritardo, sta avvenendo.
Pretendere di minimizzare le responsabilità della parte politica cui ti ispiri, anche se comprendo che devi difendere le posizioni e gli interessi di bottega, non ti fa onore, credimi.

  Spero che questa mia possa davvero servire a far sì che tu e quelli del tuo partito, e non solo del tuo, siate consapevoli delle vostre responsabilità nella conoscenza della realtà storica e facciate una vera autocritica del vostro stesso operato degli ultimi 70 anni. Altrimenti sarà difficile se non impossibile costruire un Paese civile in un mondo civile.
Grazie

Alba Montori




venerdì 16 gennaio 2015

La lettera aperta al presidente Hollande

Che la presenza di Mahmoud Abbas ( peraltro così inquietantemente allegro) sia stato il motivo della non -presenza di Obama ? 

Che gli Usa abbiano voluto prendere le distanze da stati che pur colpiti dal terrorismo islamico sono comunque pronti a riconoscere lo stato Palestinese di Abbas , di Hamas ed Hezbollah?

Leggete e diffondete, diamo spazio di comunicazione almeno noi gente laica e liberale a chi nel suo paese non ha voce e viene perseguitato per le sue idee.

Grazie


AMg





Da L'Opinione.it

A Sua Eccellenza, François Hollande

Caro Signor Presidente,

Innanzitutto, vorrei esprimere le mie sincere condoglianze per la morte di cittadini innocenti nei recenti attacchi terroristici di Parigi.

In secondo luogo, vorrei scusarmi con Lei per la mia decisione di non rivelare la mia identità. Dopo aver letto la mia lettera, si renderà conto perché la gente come me ha paura di rivelare la vera identità. Ho deciso di scriverLe questa lettera dopo aver sentito il mio presidente, Mahmoud Abbas, dichiarare che Lei lo aveva invitato a partecipare alla manifestazione anti-terrorismo di Parigi organizzata all’inizio di questa settimana.

Come molti palestinesi, io ritengo che la partecipazione del presidente Abbas a una manifestazione contro il terrorismo e gli attacchi alla libertà di espressione sia un atto di ipocrisia – un modo di comportarsi che non è estraneo ai dirigenti dell’Autorità palestinese.

In realtà, molti palestinesi sono caduti dalle nuvole nel vedere il loro presidente in prima fila durante la manifestazione organizzata a Parigi per protestare contro il terrorismo e gli attacchi alla libertà dei media.

La partecipazione del presidente Abbas a questa grande marcia è un insulto alle vittime degli attacchi terroristici. Ed è anche un insulto ai valori occidentali, tra cui la libertà di espressione e la democrazia.

Eccellenza, io e altri giornalisti che viviamo sotto il governo dell’Autorità palestinese in Cisgiordania siamo i primi a essere offesi dall’invito che Lei ha esteso al presidente Abbas di partecipare alla manifestazione contro il terrorismo.

Senza alcun dubbio, Lei è ignaro del fatto che il presidente Abbas è personalmente responsabile delle punizioni inflitte ai giornalisti che osano criticarlo ed esprimere le loro opinioni in pubblico. Naturalmente, Eccellenza, non possiamo biasimarLa di non essere a conoscenza di questi attacchi alle libertà pubbliche perché i grandi media, compresi i quotidiani e le riviste francesi, ignorano deliberatamente queste pratiche. Noi vediamo quotidianamente che i media occidentali, compresi i quotidiani e le riviste francesi, non si preoccupano di queste violazioni, a meno che non siano commesse da Israele.

Per questo, Lei, Eccellenza, non è probabilmente a conoscenza del fatto che molti giornalisti palestinesi sono stati arrestati e intimiditi dalle forze di sicurezza del presidente Abbas nel corso degli ultimi anni. Sì, proprio così, questo è lo stesso Abbas che è venuto a Parigi a esprimere le sue condoglianze per la brutale uccisione dei giornalisti di Charlie Hebdo.

L’esempio più recente di repressione messa in atto contro i giornalisti palestinesi si è verificato poco prima che Lei, Eccellenza, telefonasse al presidente Abbas per invitarlo a Parigi. L’episodio riguarda una mia collega, Majdolin Hassouneh, che è stata arrestata per “non aver tenuto a freno la lingua”, ossia per aver insultato il presidente Abbas.

Eccellenza, mi permetta di dirLe che sbaglia, se crede che Abbas e la sua Autorità palestinese siano tolleranti verso la satira e verso ogni forma di critica. E naturalmente, Lei non ha sentito parlare della decisione dell’Ap di cancellare l’unico programma popolare di satira trasmesso da Palestine TV, dal titolo Watan ala Watar (Il paese appeso a un filo).

Lo show fu cancellato nel 2011 perché il presidente Abbas ritenne che esso aveva “oltrepassato il limite” prendendosi gioco dei suoi alti funzionari a Ramallah. Questo è lo stesso Abbas che è venuto a Parigi a protestare contro il massacro al settimanale satirico Charlie Hebdo.

Inoltre, Eccellenza, se Lei vuole un’ulteriore prova della repressione esercitata dal presidente Abbas contro la satira politica, può chiedere ai comici Abdel Rahman Daher e Mahmoud Rizek. I due si trovano attualmente in Giordania perché hanno paura di tornare in Cisgiordania. No, Eccellenza, non temono di far ritorno a casa per colpa di Israele. Essi hanno paura di essere arrestati dalle forze di sicurezza del presidente Abbas, che accusano i due uomini di aver oltraggiato il loro capo.

Il presidente Abbas, Eccellenza, dovrebbe essere l’ultima persona a marciare in onore dei giornalisti che sono stati massacrati a causa della loro attività satirica. La sua partecipazione alla manifestazione di Parigi non è solo un insulto alla memoria dei giornalisti uccisi, ma a tutti coloro che credono nella libertà di espressione e dei media.

Desidero inoltre portare all’attenzione di Sua Eccellenza il fatto che, mentre il presidente Mahmoud Abbas partecipava alla grande marcia parigina, un gruppo per la difesa dei diritti umani ha pubblicato un rapporto che accusa l’Autorità palestinese di “fare guerra” agli studenti universitari in Cisgiordania. Secondo il documento, nel corso delle ultime settimane, le forze di sicurezza di Abbas hanno arrestato 24 studenti per “motivi politici”.

Anche in questo caso, sono certo che Sua Eccellenza non ha sentito parlare della repressione dei campus universitari perché i media occidentali e i giornalisti stranieri che lavorano qui non diffondono queste notizie. Lei avrà letto e sentito parlare di questi episodi solo quando sono coinvolti l’esercito o la polizia israeliani.

Non voglio rubarle troppo tempo, Eccellenza, parlandole dell’ambiguità e dell’ipocrisia del presidente Abbas in fatto di terrorismo. Potrebbe imparare molto a riguardo andando su Internet e vedendo, con i suoi occhi, in che modo il presidente spesso scusa ed esalta il terrorismo e i terroristi.

Lei potrebbe anche scoprire che il nostro presidente, che presto festeggerà il suo 80° compleanno, è disposto a rimanere sveglio tutta la notte per accogliere i palestinesi rilasciati dalle carceri israeliane dove erano rinchiusi per aver ucciso degli ebrei e per aver compiuto degli attacchi terroristici non meno gravi di quelli che il Suo paese ha subito la settimana scorsa.

Scoprirà anche, Eccellenza, che il nostro presidente premia i terroristi accordando loro dei salari mensili e altri privilegi.

Quale sarebbe la Sua reazione, se qualcuno decidesse di ricompensare finanziariamente le famiglie dei terroristi che hanno massacrato i civili innocenti a Parigi?

Eccellenza, forse ora è troppo tardi per parlare della decisione di invitare il presidente Abbas alla manifestazione contro il terrorismo. Per quanto ci riguarda – me e molti palestinesi – il danno è già stato fatto. Noi la vediamo così: il presidente Abbas è riuscito ancora una volta a ingannare Lei e il resto della comunità internazionale schierandosi dalla parte dei buoni nella lotta al terrorismo e l’estremismo. Peggio ancora, il presidente Abbas è riuscito a creare la falsa impressione di preoccuparsi della libertà di espressione e del giornalismo indipendente.

Senza alcun dubbio, i palestinesi come me, ora pagheranno un prezzo più alto perché Abbas è stato incoraggiato dalla sua partecipazione alla manifestazione di Parigi. Il presidente Abbas adesso intensificherà i suoi attacchi alle libertà pubbliche perché sa che la comunità internazionale vedrà solo le foto che lo ritraggono mentre marcia insieme a Sua Eccellenza e altri leader mondiali in difesa della libertà di espressione.



Estendendo l’invito al presidente Abbas, Lei ha causato dei danni ai palestinesi come me, speranzosi che qualcuno – magari anche un leader come Lei – avrebbe finito per mostrare ciò che realmente è la dittatura dell’Autorità palestinese. La partecipazione del presidente Abbas alla manifestazione di Parigi è un duro colpo per le persone che come me sono veramente contrarie al terrorismo e alla repressione della libertà di espressione.

Eccellenza, ora che il danno è già stato fatto, tutto ciò che resta alla gente come me è pregarLa di prendere in considerazione tutto ciò che ho detto nelle future relazioni con il presidente Abbas. Non esiti a sollevare tali questioni con il presidente Abbas, la prossima volta che lui Le chiederà di appoggiare la creazione di uno Stato palestinese indipendente. In caso contrario, la Francia contribuirà a instaurare un’altra dittatura araba corrotta e repressiva, una dittatura che esalterà e ricompenserà i terroristi che non sono differenti da quelli che hanno compiuto gli attentati di Parigi. E per finire, Eccellenza, mi auguro che Lei ora comprenda perché ho troppa paura a rivelare la mia identità.

Cordiali saluti,

Un giornalista palestinese senza nome e senza voce

(*) Traduzione a cura di Angelita La Spada



lunedì 5 gennaio 2015

La guerra di De Gasperi e quella di Renzi con… Peppe Sini

Ospito volentieri questo gustoso e illuminante scambio epistolare riportato da Tusciaweb
Qui di seguito la lettera iniziale “Dalla parte di Abele” che ha dato origine al carteggio, poi la lettera di Matteo Renzi e la risposta di Peppe Sini.

La lettera “Dalla parte di Abele” che ha dato origine al carteggio

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri,

ricorre domani, 4 novembre, l’anniversario della conclusione della scellerata “inutile strage” della prima guerra mondiale.

E ricorre quest’anno altresì il centenario dell’inizio di quella scellerata “inutile strage”.

Alcuni movimenti nonviolenti, antimafia, per i diritti umani, il 4 novembre ricorderanno in varie città d’Italia tutte le vittime di tutte le guerre con l’iniziativa “Ogni vittima ha il volto di Abele”, recando omaggi floreali e sostando in silenzio dinanzi alle tombe e alle lapidi che ricordano alcuni degli innumerevoli esseri umani che la guerra ha ucciso.

Queste commemorazioni esprimono una profonda e ineludibile verità: che la guerra è nemica dell’umanità; e che quindi è necessità, diritto e dovere dell’umanità intera abolire la guerra.
E per abolire la guerra occorre abolire gli eserciti e le armi.

*
Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri,

in questo stesso 4 novembre in cui le persone amiche della nonviolenza esprimono il loro lutto per gli assassinati ed il loro impegno ad opporsi alla continuazione delle stragi, sciaguratamente lo stato italiano “festeggia” la guerra e i poteri assassini: così recando ancora un’estrema infame offesa alle vittime della guerra.

Non solo: lo stato italiano, in flagrante violazione del dettato della Costituzione della Repubblica Italiana che ripudia la guerra, continua a prendere parte a guerre in corso.

Non solo: lo stato italiano continua a consentire che in Italia si producano e si vendano armi che vengono poi utilizzate per minacciare, terrorizzare ed assassinare degli esseri umani in tante parti del mondo.

Non solo: lo stato italiano continua a sperperare immense risorse (70 milioni di euro al giorno) del popolo italiano per le spese militari, per il riarmo assassino, per la partecipazione alle guerre.

Non solo: lo stato italiano continua a far parte di un’organizzazione terrorista e assassina come la Nato.

Non solo: lo stato italiano continua ad essere alleato e quindi complice di paesi e coalizioni internazionali responsabili di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità.

Non solo: lo stato italiano continua ad essere corresponsabile delle stragi nel Mediterraneo provocate dalle misure razziste italiane ed europee che impediscono ad esseri umani che ne hanno estremo bisogno e assoluto diritto di giungere nel nostro paese in modo legale e sicuro e di esservi accolti in pienezza di diritti e dignità.

*

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri,

il primo dovere di ogni essere umano, e quindi anche di ogni istituzione democratica, è rispettare e salvare le vite.

Ascoltando il monito di questa dolorosa ricorrenza, nel lutto inestinguibile per le vittime della guerra di cui si fa memoria, il Governo e il Parlamento vogliano finalmente far cessare gli abominevoli scandali sopra richiamati ed impegnarsi ad avviare una concreta e coerente politica di pace.

Ogni vittima ha il volto di Abele.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Rispetto per la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani.
Solo la nonviolenza può salvare l’umanità.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani”

Viterbo, 3 novembre 2014

 ———-

La lettera di risposta del presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi

Gentile Peppe,

la ringrazio per la sua lettera. Con piacere apprendo della vostra iniziativa e voglio dirle che, con tutto il cuore, come cittadino, come padre, come uomo, comprendo le ragioni e i sentimenti che muovono le vostre parole e le vostre azioni.

Come presidente del consiglio sento il dovere di dirle che ho una grande responsabilità: garantire la sicurezza del nostro Paese, anche rispettando gli accordi internazionali che garantiscono importanti e delicati equilibri, raggiunti con fatica, impegno e molti sacrifici.

Lei mi scrive che per abolire la guerra occorre abolire gli eserciti e le armi. Ma è come dire che per smettere di litigare bisogna smettere di parlare. Non è vero. Per abolire la guerra occorrono coerenza, dialogo, comprensione. E serve, soprattutto, vivere nella realtà, che non è fatta soltanto di desideri e speranze – che animano la nostra volontà! - ma anche di sofferenza e problemi complessi, che noi siamo chiamati a riconoscere ed affrontare nella loro sfacciata crudeltà.

Mi auguro che lei possa comprendere il mio punto di vista, così come io ho cercato di comprendere il suo. E spero che lei possa riuscire ad avere fiducia nell’operato della nostra difesa e del governo.

Un caro saluto,

Matteo Renzi

30 dicembre 2014

 ———-

La risposta del responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo, Peppe Sini

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri (o – se preferisce – gentile Matteo),

in primo luogo la ringrazio di cuore della sua lettera e della squisita cortesia con cui l’ha redatta.

In secondo luogo devo tuttavia confermare quanto già esposto nella mia lettera “Dalla parte di Abele” del 3 novembre sollecitando nuovamente la cessazione delle attuali sciagurate politiche di guerra ed insistendo nella richiesta di un impegno di pace e rispetto dei diritti umani adeguato e coerente.

Mi permetta infine di dirle in tutta sincerità ed in spirito di fraternità che la sua fiducia negli eserciti e nelle armi, ovvero la sua fiducia nella bontà dell’uccidere gli esseri umani (poiché a questo purtroppo eserciti ed armi servono) è davvero mal riposta. Uccidere non è mai un bene, ma la più inammissibile delle azioni. Ogni essere umano ha diritto alla vita.

La sicurezza comune, la civile convivenza, può essere garantita solo dalla nonviolenza, e dalle esperienze e gli istituti da essa ispirati, come il disarmo e la smilitarizzazione dei conflitti, i corpi civili di pace, la difesa popolare nonviolenta: esperienze ed istituti che in parte sono già entrati nel corpus legislativo e nella pratica amministrativa ma che occorre ulteriormente potenziare (come propongono ad esempio alcune recenti importanti iniziative promosse dal “Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace” e dalla “Tavola della pace”, come dalla “Rete della pace”).

La invito pertanto nuovamente ad adoperarsi affinché il governo da lei presieduto receda da disastrose politiche di guerra e si impegni ad avviare una politica di pace con mezzi di pace, una politica che salvi le vite invece di sopprimerle.

Sarebbe un grande bene se il governo italiano volesse fare la vera e più urgente riforma di cui l’umanità ha bisogno: la scelta di una politica finalmente integralmente umana, la scelta della nonviolenza.

So che lei ha studiato la figura e l’opera di Giorgio La Pira: la esorto a trarne feconda ispirazione.

Augurandole ogni bene, le invio un cordiale saluto

Peppe Sini, responsabile del Centro di ricerca per la pace e i diritti umani

Viterbo, primo gennaio 2015
........................
Ed infine un commento e qualche riflessione di Renzo Trappolini 

 Commentando il botta, risposta e controbotta di Peppe Sini e Matteo Renzi (li chiamo per nome secondo lo stile presidenziale), citata da tutti i media italiani, il direttore di Tusciaweb mi ha sparato a bruciapelo la domanda: “Chissà come avrebbe risposto De Gasperi?!?”.

Non ho conosciuto De Gasperi e i tempi sono cambiati. Però, considerando che oggi la guerra degli occidentali contro i ribelli afghani – che resistono – sta durando più di due volte e mezza la seconda guerra mondiale, vien da ricordare il tempo in cui De Gasperi agli inizi del ‘900 fu deputato trentino nel parlamento austriaco: “rappresentante di un popolo di sentimenti italiani, suddito austriaco e cattolico militante”, secondo la definizione della figlia Maria Romana.

Posizione quanto mai difficile. Vedendo “lampeggiare il metallo dell’odio antico” diceva “eppure bisogna guardarsi, parlare”, ma non ebbe timore, il 28 settembre 1917 di gridare di fronte al parlamento austriaco, in difesa dei diritti naturali di chi era nato italiano e anelava all’indipendenza: “lasciate che il conto dei tiranni aumenti finché un giorno solo paghi la colpa generale e quella di ciascuno”. Era il verso di un poeta e lui lo commentò: “Questo giorno deve venire e verrà. Sarà il risultato di questa guerra . E’ la vittoria del principio democratico”.

Parole che paiono echeggiare lo spirito della teologia della liberazione. Quella che in Sudamerica, in anni recenti, armò per la democrazia oppressa preti e vescovi come Camilo Torres ed Helder Camara che i pacifisti del’68 presero a simbolo. Come Oscar Romero il vescovo ucciso sull’altare dalla dittatura del Salvador, il suo paese.

Quando la seconda guerra mondiale che “un uomo solo volle” finì con la nostra disfatta, toccò a De Gasperi presentarsi di fronte ai vincitori sapendo che “tutto, tranne la vostra personale cortesia è contro di me e soprattutto la mia qualifica di ex nemico mi fa considerare imputato”. Il New York Times gli scrisse in una lettera aperta: “Voi, nonostante tutto, foste ascoltato dai milioni che anelano alla pace. Che un giorno lo spirito che vi ispira trionfi”.

Forse la Nato nacque allora ed anche il Patto di Varsavia con il Comecon che i paesi comunisti strinsero per difendersi dagli occidentali. In difesa sia ad est che ad ovest con le basi, i missili e gli scudi spaziali. Dismessi o meglio “messi” sul libero mercato delle armi dopo il crollo del muro di Berlino, perché dietro ogni guerra ci sono anzitutto i soldi, la ricchezza di pochi che aumenta come la povertà dei tanti.

Al senato italiano De Gasperi , nel 1949, spiegò: “O aderiamo al Patto che esiste in ogni caso al di fuori di noi, o neutralità. Ma la neutralità è impossibile per la nostra insufficienza finanziaria”.

Il Pci si oppose allora con un durissimo ostruzionismo, ma nel 1975, con Berlinguer, cambiò idea.

I tempi erano cambiati ed oggi lo sono ancora di più.

Ma la questione non si chiuderà certo qui perchè nel Viterbese c'è
Effedieffe, la casa editrice     con il suo giornale online

martedì 30 dicembre 2014

Da RightsReporter:Esclusivo: ONG e la macchina dell’odio antisemita. Contro Israele la “strategia di Durban”

Una macchina delle menzogne contro Israele studiata a tavolino e perfettamente collaudata quella messa in piedi dalle ONG del “blocco anti-israeliano” e che Gerald M. Steinberg chiama la “strategia di Durban”.

By Rights Reporter -  dic 23, 2014

Nei giorni scorsi siamo tornati a parlare con diversi cooperanti di alcune ONG che operano in West Bank e a Gaza dopo che nello scorso mese di luglio avevamo approfondito il discorso sulla differenza tra “ONG vere” e odiatori di professione che operano in Palestina. Lo abbiamo fatto perché l’assalto diplomatico e mediatico contro Israele non è mai stato così forte e ne volevamo capire i motivi dato che proprio la cosiddetta “società civile” è una parte fondamentale di questo assalto.



Già in occasione del colloquio di luglio avevamo evidenziato come chi veramente lavora per la pace non ama molto quelle ONG come la ISM (International Solidarity Movement) e altre simili che non hanno realmente alcun progetto di sviluppo della Palestina ma hanno solo progetti volti a incrementare l’odio tra israeliani e palestinesi, e questo nonostante ricevano cospicui aiuti anche e soprattutto dall’Unione Europea. Apprendiamo così che alla base di tutto c’è una vera e propria strategia concordata tra le “ONG spazzatura”, un piano ben congeniato chiamato “strategia di Durban”.

A capire cosa sia la strategia di Durban giunge in nostro aiuto Ngo Monitor, una organizzazione che da anni monitora le attività delle Organizzazioni non Governative in Palestina. In particolare lo fanno attraverso le parole di Gerald M. Steinberg, già direttore del Program on Conflict Management and Negotiation presso la Bar-Ilan University ed editore di ngomonitor.org.

La strategia di Durban

Secondo Gerald M. Steinberg non vi è nulla di casuale nella strategia di Durban ma c’è un vero e proprio patto scellerato tra diversi attori della società civile, alcuni anche di importanza mondiale, come per esempio Amnesty International, Human Rights Watch e persino alcune agenzie delle Nazioni Unite. L’obbiettivo principale è quello di denigrare Israele e di farlo passare come un “nuovo Sud Africa”, ma anche quello di dare credito a menzogne storiche e di renderle così reali (una bugia ripetuta tante volte diventa verità). La strategia di Durban partì nel 2002 subito dopo l’inizio della “operazione scudo difensivo” e fu inaugurata dalle menzogne di Saeb Erekat sul supposto “massacro di Jenin” un massacro che non ci fu  ma che invece venne ripreso come “verità conclamata” dai maggiori media internazionali. Quella fu la prima vera prova generale di quella che poi sarebbe diventata una vera e propria strategia politico-militare adottata dalle ONG, dalla OLP e da Hamas, appunto la strategia di Durban. Da quella prima “prova generale” scaturirono decine e decine di nuove menzogne molte delle quali volte a dipingere Israele come uno Stato di apartheid. Menzogne sul muro difensivo, sulla discriminazione verso i cittadini arabo-israeliani, centinaia di false informazioni e fotografie sul conflitto di Gaza che in brevissimo tempo diventavano virali e sebbene più volte sbugiardate venivano spacciate come la verità assoluta.

Le ONG e la strategia di Durban

bds 

 Dal 2002 la strategia di Durban ha fatto molta strada ed è diventata un vero e proprio piano studiato a tavolino e messo in pratica da decine di ONG che dietro alla facciata “umanitaria” non fanno altro che fomentare odio usando in maniera sistematica la menzogna. A dare il via ufficiale alla strategia di Durban come vera e propria arma è stata una riunione tra i responsabili per il Medio Oriente delle maggiori ONG internazionali tra le quali Amnesty, URW, ISM, Christian Aid, IHH e altre del “blocco anti-israeliano”, riunione che, secondo quanto ci viene riportato da una ONG che vi partecipò credendo si trattasse di un coordinamento umanitario, avvenne nel giugno del 2009 nella sede della IHH a Istanbul, in Turchia. In quella occasione vennero definiti tutti i dettagli del “piano” e persino i suoi tempi di attuazione. In quella occasione si decise di potenziare la campagna di boicottaggio e disinvestimento contro Israele (BDS) decidendo anche come alimentarla con un sistema mediatico già collaudato e inaugurato proprio da Saeb Erekat con la finta strage di Jenin. Venne deciso di potenziare la battaglia per portare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale per “crimini di guerra”. Venne poi deciso di creare una vera e propria “macchina della menzogna”, una macchina potentissima che si avvale di centinaia di migliaia di volontari in tutto il mondo pronti a rilanciare qualsiasi menzogna su Israele e nel frattempo a oscurare (o cercare di giustificare) gli atti di terrorismo commessi da Hamas e dagli altri gruppi terroristici. Parole come “resistenza” in luogo di “terrorismo”, oppure “occupazione” in luogo di “terre contese” entrano quindi nel lessico comune dei fomentatori di odio. Fotografie dei massacri in Siria vengono consapevolmente e deliberatamente distribuite come atti successi a Gaza o in Cisgiordania. A dare peso alle menzogne non ci pensa solo il web dove queste menzogne diventano virali, ma soprattutto il “mantello umanitario” dal quel provengono. E la strategia di Durban decolla definitivamente.

Le altre ONG

Alla strategia di Durban si oppongono un manipolo, purtroppo ristretto, di ONG serie che invece di lavorare per fomentare odio lavorano per la pace e per programmi di sviluppo seri. Il problema è che non possono lavorare perché gli viene consapevolmente impedito. Per fare un esempio, un progetto per l’istruzione presentato da una importante ONG italiana da implementare in Cisgiordania non è stato approvato dalla Autorità Nazionale Palestinese solo perché, a detta loro, promuoveva la teoria dei “due Stati per due popoli”. Un progetto sanitario che avrebbe migliorato notevolmente l’autosufficienza a livello medico della Cisgiordania è bloccato da due anni (sebbene finanziato dalla Unione Europea) semplicemente perché la ANP non ha alcun accesso ai fondi e pretende una “tangente” su quei soldi. Quando l’Unione Europea ci ha risposto in merito alla destinazione dei fondi europei alla Palestina (qui trovate il report) abbiamo iniziato a cercare i riscontri scoprendo una marea di progetti di sviluppo finanziati ma mai implementati, in alcuni casi per la impossibilità delle ONG serie di implementarli e in altri casi per la vera e propria scomparsa dei fondi. Ma su questo torneremo a breve in maniera più dettagliata.

Quello che ci appare chiaro è che in Palestina operano due tipi di “organizzazioni umanitarie”, quelle della strategia di Durban che fomentano odio e vogliono una continua situazione di conflitto, e quelle serie che invece operano (opererebbero se gli venisse permesso) per la pace. Ai primi dei palestinesi on gliene frega nulla, ai secondi interessa solo operare per la pace. Purtroppo al momento sono i primi ad avere la meglio.

 Scritto da Noemi Cabitza e Sarah F.

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sabato 27 dicembre 2014

A costo di scontentare parenti ed amici, senza pietà? Buon Natale, Buon Anno.

Con  "Il consumismo 'appiccicoso' e soffocante del Natale" il mio amico Vittorio Lussana ha assolutamente colto nel segno.

"Un supermercato strutturato e composto da ‘mini-boutique’ al posto dei tradizionali banconi non trasforma affatto uno ‘store’ in un mercato rionale, bensì rende l’idea di una globalizzazione ormai giunta al ridicolo, poiché convinta di potersi evolvere in avanti guardando all’indietro." 


E conclude:
" Un discorso di estrema solitudine, trascinato verso la deriva dell’inattuale ed espulso da ogni forma di gregarietà, che diviene il luogo di una generica ed esigua affermazione."

Insomma, la strennite acuta come antidoto alla solitudine ? Probabilmente, ma non solo.





Perché il consumismo ad ogni costo, nel senso proprio del costo, che tende ad appiattire qualunque forma di iniziativa personale nella proposta come nella scelta di un dono appropriato, risponde evidentemente in ultima analisi unicamente a uno scopo: è che deve "far fare bella figura" a chi lo fa, al minimo costo, possibilmente. E per aiutarti a consumare  eccoti persino disponibile il consigliere esperto, il "curatore specializzato "... Ohibò.

 Però la soluzione a questa forma aberrante di consumismo natalizio ( e non solo) esiste ed è molto semplice: abolire la "sindrome della strenna" si può.

 Basterebbe smettere di andare a cercare regali da comperare, ovunque, a partire dai negozietti e dalle bancarelle per finire ai supermarket e megastore.
 Basterebbe smettere di regalare alcunché a TUTTI, a cominciare dai propri cari per finire con tutte quelle persone, parenti, amici e conoscenti di ogni età, quelli che si aspettano il regalo come una sorta di tassa dovuta e quindi garantita.



 Certo smettendo di andare ad acquistare, incartare e donare tutto il regalabile si potrà probabilmente scontentare un sacco di gente,  e scoprire improvvisamente di non essere più popolari e amati come pensavamo di essere..

Potremmo persino scoprirci improvvisamente antipatici perfino a coloro da cui siamo sempre stati convinti  di essere amati incondizionatamente, ovvero per ciò che siamo e non per quel che siamo stati nel tempo in grado di regalargli, puntualmente a ogni ricorrenza.



Ma riuscire a scoprire se ci sono e quali sono le persone che davvero sono in grado di apprezzare noi così come siamo, per ciò che siamo, nudi e crudi per così dire,  quelle cioè che sanno tenerci in conto NON per ciò che possono riuscire a ottenere da noi, e dalle nostre tasche,  è un dono meraviglioso che possiamo farci senza spendere neanche un centesimo.
 Ed è un dono a noi stessi che non ha prezzo, credetemi, come ricorda una nota pubblicità.

 Che se poi avete paura di scoprire quanto siete apprezzati davvero e per sentirvi più tranquilli e gratificati avete bisogno di regalare a ciascuno qualcosa di appropriato, costoso, di lusso e  come si deve, qualcosa insomma che vi faccia fare "bella figura ", potete sempre usare la carta di credito o il bancomat.

Che la Luce del Sole illumini le vostre vite e le vostre menti, auguri per il prossimo anno.
Alba Montori

mercoledì 6 novembre 2013

CANCELLIERI SOTTO ACCUSA ? E DI CHE, DI AVER FATTO IL SUO LAVORO ?

Caso Cancellieri, vengono al pettine i nodi del Pd

Stefano Menichini nel suo editoriale «I democratici, il ministro e le carceri» (“Europa”, 5 novembre) centra perfettamente il problema, questione su cui converrebbe riflettere e cercare di ragionare. Ma prima, e preliminarmente: ancora sfugge di cosa sia esattamente colpevole il ministro Annamaria Cancellieri. Si comprende la “crociata” di “Repubblica”: vuole la fine del governo Letta, e per questo obiettivo tutto va bene. Ma chi al partito di “Repubblica” non è iscritto o militante?
Teniamoci ai fatti. Ci sono state delle intercettazioni telefoniche. C’è stato un interessamento da parte del ministro sullo stato di salute di una persona detenuta, attraverso il Dap. Il magistrato ha ascoltato il ministro. Se nelle parole e nel comportamento del ministro avesse ravvisato qualcosa di penalmente rilevante, si sarebbe attivato. Non lo ha fatto. Il procuratore di Torino Giancarlo Caselli, sul cui conto tutto si può dire, ma non che sia persona che si genuflette dinanzi a ministri e “potenti”, assicura di non aver avuto alcun tipo di pressione o interferenza. La stessa cosa dicono al Dap. Dunque?
Si obietta che la cosa è “politica”, di “costume”: perché la detenuta in questione si chiama Giulia Ligresti, un nome “eccellente”, e “amica”. E c’è chi rimprovera che non analoga attenzione e sensibilità viene mostrata nei confronti dei “poveri cristi”. Non sembra vero, e lo stesso ministro Cancellieri ha già fatto presente di essersi attivata per moltissimi altri casi, di signor Mario Rossi o Giuseppe Bianchi. Il fatto è che della salute in carcere di Mario Rossi o di Giuseppe Bianchi si occupano in pochi, e ai giornali non interessa minimamente di Mario Rossi o di Giuseppe Bianchi; i nostri giornali invece sono sempre molto interessati quando si tratta di un personaggio “eccellente”.

Nel caso specifico: eccellente o meno, venuta a conoscenza delle precarie condizioni di salute di Giulia Ligresti cosa avrebbe dovuto fare il ministro? Voltare la testa? Restare indifferente? Attendere che accadesse l’irreparabile? Cos’e insomma scandaloso, che il ministro della giustizia si sia adoperata per la tutela della salute di una persona detenuta – eccellente o no che sia poco interessa – oppure scandaloso è non occuparsene? Personalmente mi conforta che ci sia un ministro della giustizia che cerca, prova e a volte riesce a coniugare le ragioni della legge con quelle dell’umanità.
Ma del ragionamento di Menichini quello che più interessa e credo dovrebbe interessare è laddove pone la domanda: «Con quale Pd avrò a che fare fra un mese». A leggere le cronache di questi giorni non si può che rimanere esterefatti. Uno dei candidati alle primarie, Pippo Civati, riferendosi alla situazione di Napoli dice: «Vedo che qui il Pd fa tessere al ritmo di mille al giorno, ma questo non ha senso e falsa il risultato». In provincia di Catania sospesi i congressi in tre paesi, Ognina Picanello, Santa Maria di Locodia e Camporotondo etneo, dopo aver constatato che molti si erano presentati nei circoli con persone che pagavano le tessere al posto loro. A Palermo nel giro di un paio di giorni gli iscritti sono aumentati di quattro o cinque volte rispetto al 2012. A Caserta rinviato il congresso e si ipotizza il commissariamento. Roberto Morassut spedito a “controllare” la regolarità dei congressi nel Salento, dichiara: «Nel partito sono rimasti solo gli apparati, che si combattono tramite il tesseramento». A Teramo si registra un impressionante balzo: gli iscritti nel 2012 erano poco meno di 3.200. Oggi sono quasi 9 mila. Ad Avellino arrivano i “rinforzi”: una cinquantina di nuovi iscritti risultano residenti a Casalnuovo, provincia di Napoli. E uno potrà pensare: cose che capitano nel Sud d’Italia.
A Torino gli iscritti nel 2012 erano 12mila. Oggi risultano distribuite 25mila tessere. Come si spiega? Giovanni Lunardon, spedito a indagare, la mette così: «Le 26mila tessere sono date dalla somma delle 12.347 degli iscritti del 2012, a cui si aggiungono le 4.337 bianche dei circoli, cioè il 30 per cento, la quota fisiologica date per i nuovi iscritti, poi ci sono le mille richieste del coordinamento provinciale per sopperire eventuali mancanze». Chiaro. A Torino tutti i vecchi iscritti si ri-iscrivono in automatico, nessuno che dissenta, che cambi idea, che muoia. Poi c’è un 30 per cento in bianco lasciato ai Circoli, e vai a capire perché; e poi altre mille, nel caso non sia sufficiente il 30 per cento in bianco. Solo che sommando tutto si arriva 17.684. Per arrivare a 26mila, all’appello ne mancano ancora 8mila e rotti. «Sono dei doppioni inviati per sbaglio a 29 circoli su tutta la provincia».
Fermiamoci qui, ma per ogni esempio fatto se ne potrebbero citare altri dieci.
E si arriva alla domanda posta da Menichini: con quale Pd avremo a che fare fra un mese? Il “caso” Cancellieri, con tutta la coda di titubanze, tentennamenti, strumentalizzazioni, calcoli e retro-pensieri, questo stato di confusione (chiamiamola confusione) mostra e rivela.
Se per esempio Walter Veltroni, per esprimere solidarietà a Ottaviano Del Turco gli manda un biglietto con scritto: «Ti auguro di poter provare la tua innocenza», e sono certo che lo ha fatto non in buona, ma in ottima fede, io prendo atto di un virus che ci ha contagiato e di un’epidemia che si è estesa assai più di quanto si creda e appaia. Io imputato devo provare la mia innocenza? Non è l’accusa che deve provare la mia colpevolezza? È giunto il moment per il Pd di raccogliere quello che sciaguratamente e sgangheratamente è stato seminato. I nodi insomma, vengono al pettine; il problema, per dirla con Leonardo Sciascia, è: il pettine c’è?



 

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. 
 Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è 
iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente 
del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

venerdì 5 aprile 2013

AFFISSIONI POLITICHE ABUSIVE. CHI PAGA?


Riccardo Magi, Segretario di Radicali Roma, ci informa della situazione di incredibile malcostume politico che imperversa a Roma e delle iniziative messe in atto dalla sua Associazione perché cessi al più presto.


COMUNE DI ROMA, ECCO I NUMERI DEL DANNO ALLA COLLETTIVITA' DELLE AFFISSIONI POLITICHE ABUSIVE. CHI PAGA?

DI CERTO NON I PARTITI NE' I CANDIDATI

dossier Radicali Roma

 

Ecco i numeri del danno alla collettività delle affissioni abusive. Chi paga? Non i partiti Nello stesso spazio di pubbliche affissioni in viale Marconi nell'arco di tre giorni hanno affisso abusivamente i consiglieri pdl Quarzo e Tredicine e il candidato alle primarie sindaco Sassoli...

 

Le affissioni politiche abusive, tratto distintivo della politica romana, nel dibattito dei giorni scorsi sono state ridotte a un fatto interno a una coalizione, da regolare in base al "codice etico" della stessa e ricorrendo ai "garanti" delle primarie del centrosinistra. Si tratta invece di vera e propria evasione fiscale con violazione della legge e del regolamento comunale. Le "affissioni killer" massicce utilizzate da partiti e candidati invadono in modo selvaggio i muri, le recinzioni ma sopratutto gli spazi comunali delle pubbliche affissioni causando un danno grave alle casse della città oltre che ai privati (società, associazioni, ecc.) che hanno acquistato quegli spazi pagandoli anticipatamente al comune e se li vedono ricoprire dal partito, dall'assessore, dal consigliere, dal candidato di turno. 

I DATI

La conseguenza è il crollo del valore di quegli spazi, il crollo delle commesse, il crollo degli introiti per il Servizio affissioni e pubblicità di Roma Capitale, guarda caso in coincidenza con periodi elettorali. I dati del registro cronologico delle pubbliche affissioni parlano chiaro se si confrontano i primi tre mesi del 2012 con lo stesso periodo del 2013. Nel gennaio 2012 il servizio di pubbliche affissioni di Roma Capitale ha avuto 18 committenti per un introito mensile di 12.359,58 euro, nello stesso mese del 2013 i committenti sono scesi a 5 ma si è mantenuto l'introito a 12.871,15 euro con un grosso acquisto di un solo committente; a febbraio 2012 15 committenti per un introito di 12.563 euro, che a febbraio 2013 - il mese delle elezioni politiche - diventano 5 committenti per un introito di 2973 euro; marzo 2012, 24 committenti per 27.343,95 euro mentre a marzo 2013 si conferma il crollo si a di committenti, solo 7, che di introiti con 3656,35 euro. In totale nei primi tre mesi del 2012 ci sono stati 57 acquirenti per un totale di 52.266,53 euro da confrontare con i 17 acquirenti e i 19.500,5 euro dello stesso periodo di quest'anno.

IL CONFRONTO CON LE ALTRE CITTA'

Questi nuovi dati confermano che Roma è l'unico comune ad avere un servizio di pubbliche affissioni in passivo (passivo che aumenta in modo esponenziale ogni anno) mentre per gli altri grandi comuni italiani lo stesso servizio è fonte di entrate significative da riutilizzare per la collettività. Mentre Roma nel 2009 dal servizio ha avuto introiti complessivi di 510 mila euro, Genova e Torino più del doppio con circa 1,2 milioni l'anno; Milano il quadruplo con 2,2 milioni. E tra queste Roma ha di gran lunga più metri quadri di spazi di affissione delle altre. A Roma "i dati dimostrano come gli introiti dei diritti di affissione non siano neppure sufficienti a coprire le spese sostenute per l'affissione materiale", così l'Autorità per il controllo dei servizi pubblici locali in una indagine del gennaio 2011.

I PARTITI E I POLITICI NON PAGANO

Quel che è certo è che nel registro per i primi tre mesi del 2013 non compare mai come acquirente il nome di un partito o di un candidato (o di un committente responsabile della loro campagna) a dispetto dell'occupazione massiccia degli spazi Spqr a cui abbiamo tutti assistito. Non compaiono i Tredicine, dei Quarzo, dei Sassoli - consiglieri comunali PdL i primi due, candidato sindaco alle primarie del centrosinistra quest'ultimo - che nell'ultima settimana hanno riempito gli impianti comunali di affissioni. Calma consiglieri e candidati, non vi scaldate, il registro per legge e' pubblico ed e' una prova schiacciante della vostro abusivismo e dell'evasione fiscale. E pensare che i soggetti politici avrebbero anche la riduzione del 50% sulla tariffa.

FORSE QUALCOSA STA CAMBIANDO?

Grazie alle denunce che abbiamo presentato in Procura, Corte dei Conti e Guardia di Finanza e alla visibilità di questa battaglia di legalità ancora prima che per il decoro, nelle quale ci affiancano molti cittadini, comitati, blog, forse qualcosa sta per cambiare se è vero che negli ultimi giorni nei corridoi dell'ufficio affissioni e pubblicità di Roma Capitale può capitare di incontrare persino qualche politico e persino qualche consigliere comunale, categoria che quasi mai negli anni scorsi si abbassava ad acquistare gli spazi delle pubbliche affissioni come ogni comune mortale.

LE SCUSE NON REGGONO

Sassoli ha detto di essere arrabbiato anche lui perchè contro la sua volontà sono stati attaccati dei suoi manifesti fuori dagli spazi. Ma il problema sono i suoi manifesti attaccati negli spazi comunali senza che abbia pagato la tassa e quindi danneggiando il comune e l'acquirente regolare dello spazio. Miccoli ha dato la colpa ad Alemanno che non avrebbe installato le plance elettorali ma per legge quelle devono essere utilizzate nella campagna elettorale cioè a partire da un mese prima delle elezioni. Tredicine dice ai cittadini critici di girare la testa dall'altra parte e si commenta da solo.


Chi volesse collaborare alla campagna  contro le "affissioni killer" può segnalare direttamente a  Riccardo Magi (www.radicaliroma.com ) le affissioni abusive, meglio se documentandole con foto e/o filmati.


lunedì 17 ottobre 2011

indignados? IO, INDIGNATA DA SEMPRE, STO CON MARCO.


 Tesorini belli, guardate che io sono stufa di propaganda ANTI.
 Il mio cervello è miracolosamente ancora attivo e ben funzionante, malgrado il bombardamento massiccio nel più puro stile lavaggio del cervello imposto dai media al "popolo bue", ovvero la stragrande maggioranza delle anime pie di questo paese, già ben allenate dai preti e dal vaticano fin dalla più tenera età.  

Anche se non volete ammetterlo, vi ricordo che Berlusconi, Bossi e company hanno ottenuto la maggioranza dei consensi, con la legge elettorale scelta dal Parlamento Italiano, di tipo bolscevico, a liste non scelte dal basso ma dall'alto, e bloccate.

Non li ho certo eletti io, Berlusconi&Boxxi, come  Bindy & Kompagni. Perchè sapevo che non avrebbero in nessun modo potuto rappresentare verità, giustizia, onestà e trasparenza, oltre ad amore e rispetto dei diritti fondamentali.

Ho votato per quelli che negli ultimi sessant'anni non si sono mai stancati di cercare di realizzare ciò, malgrado le lusinghe, le minacce, le offese, l'ostracismo, le denigrazioni: il mio animo è sereno. La minoranza assoluta della minoranza, ovvero i radicali.

La situazione dell'Italia è la fotografia del "bello della democrazia":  la maggioranza c'è...e gli altri si attaccano.

E per questo sono libertaria, e anche nonviolenta.

E Pannella e qualche altro radicale sono eroi unici in un popolo di 3i (ingrati ignoranti ignobili).

Alba Montori

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GLI INDIGNADOS? IO SCELGO PANNELLA TUTTA LA VITA - VIDEO

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lunedì 17 ottobre 2011
 
Ebbene si', lo confesso. Sono indignato anch'io. C'e' qualcosa che non torna, del resto, nei discorsi del giorno dopo. 
 
Nella difesa dei principi della manifestazione degli indignados di sabato scorso 'sabotati' dalla violenza dei black bloc nella sconcertante cornice di una Roma messa a ferro e fuoco sotto gli occhi increduli di tutta l'Italia e del mondo intero.
 
Scene di ordinaria follia, ma anche paradossi di una iniziativa che, sulla carta, aveva come obiettivo quello di esaltare e rilanciare il valore della democrazia partecipativa. 
 
Democrazia appunto. Bella parola, ma improvvisamente svuotata di significato da una diversa forma di violenza che non si esercita ne' con le spranghe ne' con le bombe carta. Ma attraverso la prevaricazione, la supponenza, la prepotenza e l'ignoranza.
 
Il caso di Marco Pannella e' emblematico. 
 
Guardare quel video che testimonia come gli sia stato impedito di partecipare ad una manifestazione libera e non violenta (cosi' e' stata definita) deve far riflettere tutti. Vedere un uomo di ottant'anni che ha scritto pagine importanti della storia di questo Paese (ricordate il referendum sul divorzio), che sta portando avanti con coraggio una battaglia di dignita' contro il degrado e il sovraffollamento carcerario, da sempre immune dagli intrighi della politica con la 'p' minuscola, fatta di inciuci, compromessi e poltrone, l'uomo che da sempre si identifica per antonomasia con la 'non violenza', che per i suoi principi ha messo e continua a mettere a repentaglio la propria salute con reiterati e prolungati scioperi della fame, ricoperto di insulti e sputi proprio da coloro che si definiscono 'pacifici' e' una ferita per tutto il movimento degli indignados ben piu' grave di quella inferta dalle violenze materiali dei black bloc. 
 
Vedere persone anziane che inveiscono contro il leader dei Radicali ci fa ricordare come il nostro sia un Paese senza memoria e spesso ingrato. 
 
Vedere quattro ragazzotti arroganti, anzi, quattro coglioncelli, imitare l'esempio dei piu' vecchi getta un'ombra anche sulle generazioni piu' giovani, che rivendicano diritti oltraggiando le liberta' degli altri. Il tutto mentre il video testimonia la presenza di quei tanto menzionati black bloc, con tanto di caschi e cappucci, sfilare tranquillamente in mezzo ai sedicenti pacifisti. Ecco, il fatto che anziche' isolare questi personaggi la preoccupazione principale fosse quella di cacciare Pannella, getta nuovi inquietanti interrogativi su tutto il movimento. Io una risposta voglia darla e voglio darla senza se e senza ma: se questi sono gli indignados, io scelgo Pannella tutta la vita. Per la sua storia, per la sua onesta' per le tante battaglie da cui quei quattro imbecilli dovrebbero prendere esempio. 
 

Come il Regime ti cucina gli Indignados 


Indignados Roma, Pannella cacciato dalla manifestazione

giovedì 24 febbraio 2011

Se la prof punisce il bullo...

Il comunicato ( molto sintetico e semplice) del presidente di Arcigay lo considero efficace per comunicare una posizione di netta solidarietà all'insegnante che ha tentato, forse e solo forse maldestramente, di affermare il principio che le forme di comportamento omofobo vanno stigmatizzate e scoraggiate anche nella scuola, anche con i pochi mezzi disponibili, magari antidiluviani, ma comunque per l'appunto, scolastici.
Perché è un comunicato diretto a chi non è comunque addentro delle questioni giuridiche scolastiche e simili e quindi necessariamente conciso. Però c'è, semplice e forte.
Da rilevare comunque come la Scuola in quanto istituzione ovvero Stato, in questo caso, come quasi sempre in situazioni analoghe, lascia soli gli insegnanti di fronte alle difficoltà dell'azione educatrice: in questa vicenda non risultano prese di posizione ufficilai di organi collegiali, che pure avrebbero potuto anzi dovuto esserci.

Eppure, incredibilmente, anche nell'area cosiddetta GLBT non mancano i distinguo, perciò quando ho manifestato di apprezzare la presa decisa di posizione di Arcigay, di obbiezioni ne ho ricevute.
Interessanti però, e su cui mi proverò a rispondere, una per una.


---Un atto di bullismo (con una vittima ed un carnefice che non è deficiente, ma a sua volta è vittima di un sistema...)---

il sistema (sociale o società) è costituito dalle persone che compongono la società, ciascuno con la sua parte di responsabilità nel fare o non fare avvenire determinati comportamenti che sono contro la società.
Forse che essere gay è essere contro la società? non credo vorrai affermare questo. (soprattutto essendo gay e politicamente consapevole dei tuoi diritti negati - n.r.)

Essere bullo significa essere vittima di una società che privilegia l'omofobia ? Non credo che vorresti affermare nemmeno questo.
In una società civile ( e la nostra vuole esserlo, mi pare) esiste come prima regola di comportamento la pratica del rispetto delle persone diverse da sé, altrimenti ritorniamo all' homo homini lupus.

E' troppo comodo per troppi dire a scusante che qualcosa " è colpa del sistema"  e sono veramente stufa di sentirlo.
Sono curiosa di leggere il testo di una sentenza che commina a una prof un anno di galera per aver esercitato il suo dovere/diritto di docente in primo luogo di comportamento civile.

--- Una professoressa che - su questo non c'è dubbio - ha abusato dei mezzi correttivi (ma l'ha fatto in buona fede, perché lasciata sola dalle istituzioni, a cominciare dal suo istituto, senza strumenti che le permettessero di reagire adeguatamente davanti all'odiosità di un gesto di bullismo omofobico)--

Cosa avrebbe dovuto fare, chiudere gli occhi come evidentemente i suoi colleghi, e limitarsi a mettere note sul registro o al massimo chiedere di convocare il consiglio di classe ( può essere convocato solo su richiesta di un certo numero di prof e/o genitori e/o studenti o dai rappresentanti di classe,  dal preside che in questa vicenda brilla per la sua assenza come tutti gli altri) ?
 Gli unici strumenti che ha disposizione l' "educatore" , ancorché civico, sono tutti di carattere in qualche modo coercitivo, in questo caso più morale che fisico, com'è giusto, e tendono a persuadere, non a punire: un compito extra a casa non equivale a una scarica di bacchettate o a un ceffone o due e simili, neanche dal punto di vista emotivo, a parte le forme più commercializzate di psicologismo spinto!

---Di un genitore stronzo, che ha fatto un cavallo di battaglia di una posizione assai discutibile (difendere a spada tratta un figlio che invece dovrebbe imparare una lezione)---

A parte l'inadeguatezza della definizione del genitore, che se fosse solo quello che dici sarebbe già un complimento perché qualcosa di biologico, mi chiedo come un preside e un corpo docente di un istituto possano consentire a un genitore di un alunno bullo di denunciare e trascinare in tribunale un docente per aver agito da educatore, ovvero per aver cercato di spiegare e far capire bene a un giovane ( a cui evidentemente la famiglia ha insegnato tutto il contrario) che coetanei e altri non devono essere offesi e discriminati (quel che è peggio per divertimento).
E personalmente trovo che la prof ha semplicemente svolto la sua funzione docente anche per la sua parte più alta, quasi sempre trascurata dalla gran massa dei prof, senza tirarsi indietro e senza limitarsi all'ignavia  complice fatta di elargire nozioni sulla grammatica e la letteratura o altro.
Mi dici come faresti a far imparare una lezione a chicchessia se quando ci provi qualcuno ti denuncia perchè ciò lo disturba?

--Di una causa e di una sentenza, giusta nel principio (perché l'abuso di mezzi correttivi c'è stato) ma esageratissima nella misura (gli hanno dato il massimo della pena! E' assurdo, soprattutto considerando la buona fede e la negligenza della scuola nella formazione dei docenti contro gli atti di bullismo!)---

Mi spiace , credo che tu non sappia in che cosa consiste l'abuso di mezzi correttivi. Come temo anche gli altri.
Magari qualcuno ha ancora  una visione "studentesca " un po' di parte della figura  del "prof" che ne influenza il giudizio ?
(la sentenza di assoluzione in primo grado è precisa e circostanziata al riguardo,in modo eccellente, leggere, prego N.R.)
In ogni caso sarebbero da leggersi la sentenza ( Appello) con relative motivazioni, che nei vari articoli non sono riportarte, per cui si può solo aspettare di poterlo fare.
Quanto alla negligenza della scuola dove tutto ciò è avvenuto, posso assicurare per esperienza personale che la formazione professionale dei docenti è affidata, quando c'è, a corsi e formatori assolutamente inadeguati altro che a fornire qualche infarinatura di conoscenza molto diluita e niente applicazione concreta. Se un prof vuole essere aggiornato e formato deve studiare, da sé, cosa che gran parte dei docenti, specie stabili, si guarda molto bene da trovare il tempo di fare, visto che deve farlo a sue proprie spese e fuori della scuola medesima.
  Inoltre di fronte a fatti gravi ( perché è molto grave che uno o più studenti se la piglino con uno dei compagni per motivi di pregiudizio omofobo) il docente è , salvo rarissime eccezioni, assolutamente solo con la sua sensibilità e la sua coscienza professionale di "educatore". Manco i sindacati lo sostengono, non solo i colleghi o le istituzioni scolastiche e lo dico per esperienza diretta pluriennale.

--Del rischio di interpretare malamente la sentenza: non è una sentenza sulla giustezza o meno degli atti di bullismo omofobico. Ma è una sentenza sulla giustezza o meno di certi metodi correttivi. Tutti noi rischiamo di interpretare la sentenza come omofobica... ma la sentenza non ha nulla a che vedere con l'omofobia. Lo so che ci fa male, ma è la verità. Non dobbiamo essere ingenui in questo. non è che, siccome la maestra è stata condannata, il giudice sta dicendo che è giusto commettere bullismo omofobico. --
La sentenza la valuteremo quando la leggeremo; tuttavia è indubbio, anche attraverso la massimalizzazione inevitabile dei media, che il messaggio che passa è che in qualche modo essa "giustifica" il bullismo omofobico dell'alunno bullo ( senza tenere in alcun conto peraltro l'offesa alla sensibilità della vittima), perché la prof "ha esagerato" a dargli una punizione che ha "offeso la sua sensibilità " di bullo e perciò doveva essere punita. E questo è il messaggio che la gente legge e introietta, che ti piaccia o no.
 Ma dico, ci rendiamo conto ?
 Questo messaggio, trasversale, significa a chiare note :
" cari prof, non dovete punire gli atti di bullismo, altrimenti rischiate di trovarvi condannati al carcere, "
 A prescindere dall'omofobia, questo è un chiarissimo avvertimento ( di tipo mafioso) ai docenti, e agli operatori della scuola in genere, a non azzardarsi a uscire dall'ambito della loro specifica nozione-lezione su materie strettamente "scolastiche", pena incorrere in gravi sanzioni, per assumersi il ruolo più alto di educatori !

--E non dimentichiamoci del fatto che nessuno ha denunciato la scuola, il ragazzino o i suoi genitori per aver commesso un atto di omofobia. Quindi, ricordiamocelo, i giudici non sono stati messi nemmeno nelle condizioni di poter giudicare l'atto di bullismo omofobico. Che, ne sono sicuro, sarebbe stato giudicato negativamente e condannato, come ogni altro atto di bullismo (contro le persone grasse, ad esempio, se ne commettono tanti).--

Quando un ragazzino commette atti di bullismo di qualunque genere, omofobia compresa, nei confronti di altro ragazzino, la logica vorrebbe che a denunciarli fossero i genitori della vittima, che in questa vicenda risultano assolutamente latitanti. E a mio avviso è inquietante: ci sarebbe da chiedersi perché non compaiono.
Appaiono invece molto attivi i genitori del "povero"(ragazzino, sconvolto dalla prof...) bullo, e ben supportati, anche( Psicologo, giudice ecc.).

Nessuno, tranne ovviamente gli insegnanti professionalmente preparati, si ricorda di considerare un semplice dato: quando gli atti di bullismo accadono a scuola, sotto gli occhi dell'insegnante, delegata alla tutela dei ragazzi (tutti, bulli e vittime in pari grado), l'insegnante medesima  è obbligata proprio dalla sua funzione professionale a intervenire, subito,  per impedire gli abusi, o "anche" successivamente richiamando gli organi collegiali alla loro funzione di vigilanza e intervento e coinvolgendoli nell'esercizio della funzione educativa, e punitiva, quando è necessario.
 Ma l'iter è comunque di un minimo di una settimana/ 10 gg, tra richiesta e convocazione!
 E nel frattempo il bullo continua a bulleggiare indisturbato contro i suoi malcapitati compagni ? E' giusto e opportuno che ciò sia?

Non ci è dato di sapere dal giornale se la prof in questione abbia richiesto verbalmente o per iscritto, supporto agli organi collegiali, dal preside ai colleghi di classe, e quante volte, e la risposta sia stata  " ma lasciamo perdere, son ragazzi, non possimo mica riunire il consiglio di classe solo per richiamare un bullo alla buona educazione !": sarebbe interessante saperlo.
 Però l'esperienza mi dice che è molto probabile sia successo qualcosa del genere.
Risultato: avrebbe la prof dovuto lasciare che il bullo continuasse a torturare la sua vittima e magari peggio, nell'attesa di riuscire a riunire il consiglio di Classe per riprenderlo e punirlo, o tentare di chiarirgli prima possibile che non si fa e chi insiste a farlo è "mancante di... educazione civica"  ?
La risposta mi appare ovvia.

Quanto ai giudici, il messaggio che arriva forte e chiaro dall'aver punito con un anno di galera l'insegnante che ha osato tentare di svolgere la parte educativa della sua funzione, in ogni caso è: "non vi azzardate a dare punizioni agli studenti, perchè ci andrete di mezzo voi".
Omofobia a parte, mi appare un messaggio pericoloso e fuorviante, oltre che assolutamente irrispettoso delle particolari prerogative della "funzione docente", così come è indicata nella legge vigente, cosa che un giudice dovrebbe quanto meno conoscere prima di emettere una qualunque sentenza che la coinvolge appieno.
 Omofobia trionfante, grazie al tribunale, sì, purtroppo, perché rafforza la convinzione che discriminare come gay qualcuno sia qualcosa "non da punire".
Ottimo risultato, non c'è che dire !
E' il mio commento finale ed è assolutamente sarcastico..

Paolo Patanè, in qualità di Presidente di Arcigay, non ha fatto altro che esprimere una posizione netta e decisa, anche se per forza di cose massimalista, in sostegno di una prof, condannata per aver sfidato l'omertoso silenzio sugli atti e comportamente omofobici nella sua scuola, per svolgere la sua funzione educativa e di sostegno degli alunni vittime degli abusi di altri alunni.
Da condividere con forza.

mercoledì 1 settembre 2010

Chi controlla il “super sindaco” di Roma capitale?

  da Radicali Italiani     articolo pubblicato su Europa, il 31/08/10

La bozza del Testo Unico di Roma Capitale (Turc) realizzata dal Comune di
Roma e dal Ministero per le Riforme, in attuazione dell'articolo 24 della
legge del 5 maggio 2009 n.42, è l'articolato che dovrebbe concedere alla
"Città eterna" deleghe importanti in materia di urbanistica, trasporti e
beni culturali, sottraendo queste competenze alla Provincia di Roma e alla
Regione Lazio.
 Lo status speciale è auspicabile, visto che non si può pensare di continuare
a governare la Capitale con gli stessi poteri concessi ad amministrazioni di
qualsiasi altra città.
 Ma tale iniziativa apre comunque dei contenziosi che la politica dovrebbe
saper risolvere, considerando che una delle anomalie italiane sono proprio
le competenze condivise che la riforma del 2001 inerente al Titolo V della
Costituzione ha aggravato e non estinto.
 Non entro qui nel merito della discussione riguardo l'area metropolitana,
anche se mi trovo pienamente d'accordo con coloro che sostengono che
ormai è anacronistico non voler estendere i confini di Roma. Ma questo
dibattito già c'è ed è giusto che vada avanti.

Purtroppo quello che manca, a mio avviso, è la discussione su come
riequilibrare i futuri poteri del "super" Sindaco.
 Chi guarda conattenzione alle migliori democrazie anglosassoni sa bene
che, lì dove c'èun forte potere accentrato su un unico decisore, è
necessario che venga equilibrato da altrettanti forti poteri di controllo
e di intervento legislativo, affidati ad altri soggetti della vita democratica.

 Purtroppo questo semplice concetto non trova vita facile nel nostro Paese.
 Chi invece la pensava così, come ben documentato dal lavoro del 2009 dei
Radicali: "la Peste Italiana", erano i nostri Padri costituenti che,
scrivendo la nostra Carta, assegnarono ai cittadini il potere di
intervenire nell'attività legislativa principalmente attraverso tre tipi
di voto: quello elettorale nazionale, quello elettorale regionale, e
quello referendario, per vagliare ed eventualmente correggere, mediante
l'abrogazione totale o parziale, le leggi varate dal Parlamento. Un
giustissimo principio, poi tradito da sessant'anni di partitocrazia, che
veniva da coloro che sulla propria pelle avevano vissuto l'incubo del
regime fascista.
 Con le dovute proporzioni, il dibattito intorno ai decreti su Roma Capitale
manca proprio di questo concetto per meimprescindibile: come
riequilibrare i poteri del futuro "super" Sindaco.

 Prima dell'estate si sono "sprecati" fiumi di inchiostro intorno al
dibattito sul numero di consiglieri comunali che dovranno far parte della
futura Assemblea capitolina. Nessuno ha sottolineato che il problema non è
il numero ma la loro funzione, che ormai è depauperata. Non c'è una vera
separazione tra potere legislativo/deliberativo e quello esecutivo, ed
oggi assistiamo a delle "super" giunte che detengono di fatto i due poteri
di cui sopra, lasciando ai consiglieri funzioni marginali.
 Questo, per il sottoscritto, è motivo di preoccupazione soprattutto
per una città come Roma che, di qui a breve, avrà uno status speciale.
 Inoltre, a mio avviso considerando proprio il principio ispiratore dei
nostri Padri costituenti, limitare la partecipazione dei cittadini al solo
voto amministrativo è scelta scellerata: gli elettori devono avere la
possibilità di intervenire, mediante strumenti adeguati e durante tutto
l'arco della consiliatura, per  proporre o abrogare provvedimenti della
"super" amministrazione.
 La partitocrazia ha annientato la Costituzione scritta avvalendosi
dell'arbitrio di regime, e quello che avviene oggi non è altro che la
conseguenza di decenni di non-democrazia.
 Chi, come noi radicali, si riconosce nell'analisi della "Peste Italiana"
non può meravigliarsi del dibattito di parte che c'è intorno alla riforma
su "Roma Capitale".

 L'individuo e la legge, oggi come ieri, si devono difendere contro potenti
organizzazioni chiamate partiti.
 Giuseppe Maranini lo disse nel 1949, durante la lezione inaugurale
dell'Anno Accademico universitario di Firenze 1949-1950 dal titolo:
''Governo parlamentare e partitocrazia'', oggi questa affermazione è
ancora valida, a qualche Democratico interessa confrontarsi su questo?


Articolo di Massimiliano Iervolino pubblicato su Europa, il 31/08/10

mercoledì 24 febbraio 2010

Attenzione! Senza democrazia non vi sono “elezioni”, ma solo violente finzioni contro diritti civili




Leggete e diffondete il comunicato e tutto il dossier

Chi non si precipita alla segreteria del comune o del municipio al più presto ( vale a dire domattina o al massimo domani pomeriggio) a firmare per la presentazione delle liste Bonino-Pannella nelle poche regioni dove ha la fortuna che ci siano, si merita almeno altri quarant'anni di regime berlusconiano appoggiato dal PD e sostenuto dal vaticano.


sabato 8 agosto 2009

Noi, partigiane della doppia tessera

riprendo dal sito DeA Donne e Altri
13 luglio 2009

Questo articolo è uscito anche sull'"Altro"

Veramente, bisogna cambiare il regolamento del Pd. Ci rendiamo conto che agli italiani non gliene importi quasi nulla, presi come sono e giustamente, da difficoltà più tangibili, e tuttavia, per far uscire il partito dalle sue pene, affinché mostri una fisionomia, e indichi delle soluzioni ai problemi, l’attuale regolamento del Pd è un problema. In effetti – scusate il bisticcio – quello che dovrebbe venire dopo, si svolgerà prima. Cioè il Congresso del Pd nella forma di “convention“, ovvero di convenzione. Per quanto appaia bizzarro, le primarie saranno delle secondarie. E questo è già un ostacolo a chi volesse – noi tra le tante e tanti – evitare di invilupparsi nella tediosa discussione tra vecchio e nuovo; ritorno al passato e futuro alle spalle; organizzazione liquida o solida di un partito. Più altre amenità.
Il Pd fatica. Non riesce a mettersi in sintonia con l’elettorato. Non trova temi capaci di ancorarlo nel paesaggio politico. La storia di un soggetto federale (un “leghismo meridionale“ proponeva l’altro giorno, sulle colonne del Sole 24 Ore Adriana Poli Bortone) può significare il bisogno di cogliere le varietà territoriali ma anche la voglia di sfuggire agli equilibri delle segreterie di partito, al cosiddetto “centro“. Senza però avere un progetto che vada al di là delle situazioni locali. Eppure, un progetto serve. E’ urgente per chi ha coscienza della crisi. Quattro o cinque punti dirimenti. Con una frase d’antan: dirimenti per l’Italia, prima che per il partito.
Ma se il metodo è sostanza, un progetto deve trovare gambe il sostegno di uomini e donne in carne e ossa (che sarebbero gli elettori) per evitare di trasformarsi nell’ultracitato “caciocavallo appeso“. Allora, vorremmo tornare a ripetere ciò che abbiamo detto nell’assemblea di Chianciano promossa dai Radicali italiani, rivolte ai militanti di questo partito ma anche agli uomini e alle donne delle diverse sinistre. Noi pensiamo che la politica sia prodotta dalle relazioni tra individui dei due sessi. E che queste relazioni vadano nominate e difese, che non possano venir lasciate nelle mani di pochi i quali sono soliti decidere, vicino ai caminetti o davanti a una zuppa di pesce, come fare e disfare le coalizioni e le alleanze.
Con alcune Radicali (da Emma Bonino a Donatella Poretti) abbiamo antiche e non strumentali (del tipo: Ci mettiamo insieme per le elezioni e poi ognuno per la sua strada) relazioni. Potremmo fare una serie di altri nomi, soprattutto quelli di femministe giacché in quel mondo è radicata la nostra pratica politica. A queste relazioni non vogliamo rinunciare.
D’altronde, non crediamo che il rapporto tra Partito radicale e dei Radicali eletti nelle liste del Pd con il Partito democratico sia concluso. Non c’è stato un divorzio consensuale (come aveva sostenuto Dario Franceschini). Possibile che dopo aver invocato la società civile, i gruppi, le associazioni, il contributo dei singoli e collettivo, ci si trinceri dentro i confini, peraltro così labili, del “partito“? Che non ci sia curiosità, ad esempio, a costruire dei luoghi di incrocio per contaminare, scambiare idee, culture, esperienze? Non per un ingresso – armi e bagagli - nelle file democratiche ma per costruire un mix virtuoso in grado innanzitutto di operare un mutamento di rotta sull’ambiente, di contrastare la recessione con quelle che papa Ratzinger definisce “misure etiche“, di ripensare il modello socialdemocratico del welfare.
E però, in che modo è possibile? Certo, occorre accoglienza, rispetto reciproco. Senza un regolamento adeguato non si fanno passi avanti. Tornando dal cielo alla terra, la strada ci sembra quella della doppia tessera. Luigi Manconi ha parlato di “opzione unitaria“ che potrebbe tradursi in una forma di collaborazione meno povera e opportunista di quella avuta con l’Idv e con le idee della giustizia coltivate da Di Pietro.
Sarebbe, questa sì, una novità. Rispetto alle coalizioni, ai rassemblement, all’ipotesi che viene spesso rilanciata, del farsi partito di pezzi di partiti. I Radicali già praticano una simile strada. Ignazio Marino sembra d’accordo. E Bersani e Franceschini?
Naturalmente, importante è il “come“ della doppia tessera. Probabilmente, questa nostra riflessione non può essere disgiunta oggi da un ripensamento (in molti lo hanno accennato) sullo Statuto che appare contraddittorio rispetto alle spinte di apertura. Con il rischio che queste spinte restino lettera morta. Un partito chiuso, escludente, non riuscirà mai a guardare il Paese.

Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi