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sabato 25 aprile 2026

BUON XXV APRILE - Ognuno di noi porta in tasca la pietra che ha frantumato la fronte di Golia".


Ci riconoscete? Siamo le pecore del ghetto,

tosate per mille anni, rassegnate all’offesa.

siamo i sarti, i copisti ed i CANTORI

appassiti nell’ombra della Croce.

Ora abbiamo imparato i sentieri della foresta,

abbiamo imparato a sparare, e colpiamo diritto.

       Se non sono io per me, chi sarà per me?

       Se non cosi, come? E se non ora, quando?


I nostri fratelli sono saliti al cielo

per i camini di Sobibór e di Treblinka,

si sono scavati una tomba nell’aria.

Solo noi pochi siamo sopravvissuti

per l’onore del nostro popolo sommerso

per la vendetta e la testimonianza.

      Se non sono io per me, chi sarà per me?

      Se non cosi, come? E se non ora, quando?


Siamo i figli di Davide e gli ostinati di Massada.

Ognuno di noi porta in tasca la pietra

che ha frantumato la fronte di Golia.

Fratelli, via dall’Europa delle tombe

saliamo insieme verso la terra

dove saremo uomini fra gli altri uomini.

        Se non sono io per me, chi sarà per me?

        Se non cosi, come? E se non ora, quando?

 

(Primo Levi)






lunedì 27 ottobre 2025

«L’ex ostaggio Tal Shoham racconta Hamas e i gazawi»




 
27.10.2025L’ex ostaggio Tal Shoham racconta Hamas e i gazawi
Articolo di Shira Navon

Testata: israele.net
Data: 27 ottobre 2025

Autore: Setteottobre


Per cinquecento giorni prigioniero di Hamas, Tal Shoham ha raccontato una Gaza dove il confine tra civili e terroristi è svanito: insegnanti, medici e professori diventati carcerieri per paura o potere. Hamas recluta attraverso la miseria, razzia gli aiuti umanitari e impone silenzio e complicità. Shoham descrive una società infettata da un’ideologia che ha disumanizzato il nemico

Scrive Shira Navon: Il male travestito da normalità. Per cinquecento giorni Tal Shoham ha vissuto sotto terra, prigioniero di Hamas. Quando è tornato alla luce, ha raccontato qualcosa che ancora oggi molti non vogliono vedere: i suoi carcerieri non erano tutti uomini in uniforme o fanatici armati. Tra loro c’erano insegnanti, medici, professori universitari. Persone che, nella vita civile, curavano, educavano, parlavano di conoscenza e futuro. Poi avevano scelto di servire l’odio.

Shoham, liberato a febbraio, ha descritto ai giornalisti un mondo rovesciato: “Uno dei miei guardiani insegnava in una scuola elementare, un altro era un docente universitario, un altro ancora un medico. Gente normale diventata terrorista.” Non per fede, ha aggiunto, ma per potere, paura, appartenenza. L’islam radicale come coperta ideologica, ma sotto un’altra realtà: l’obbedienza cieca, la corruzione, la sete di dominio.

Il racconto mette a nudo un dato che gli analisti militari e le agenzie umanitarie confermano da mesi: Hamas ha progressivamente reclutato civili, offrendo cibo, denaro e protezione in cambio di fedeltà. In una Gaza distrutta, la miseria è diventata arma di arruolamento. I capi restano nei bunker, mentre il popolo, privato di alternative, viene spinto a fare da scudo o da carnefice.

Shoham ha visto tutto: i carichi di aiuti umanitari razziati dai miliziani, le scatole di cibo e medicine provenienti da Egitto, Turchia, Emirati portate via come bottino di guerra. “Ne celebravano la conquista, ma a noi prigionieri non davano nulla,” ha raccontato. In quei tunnel, l’unico gesto umano che ricorda è un biglietto della moglie, fatto passare di nascosto da uno dei guardiani.

E sopra quei tunnel, in superficie, nessuno parlava. Nessun gazawi ha mai tentato di aiutare gli ostaggi israeliani, che spesso erano nascosti nelle case comuni, accanto ai letti dei bambini o nei sotterranei degli ospedali. Il terrore non lo impone solo chi spara: lo perpetua anche chi tace, chi finge di non sapere.

La catena di comando, ha detto Shoham, era confusa, intermittente. C’erano fanatici e opportunisti, crudeltà e gesti improvvisi di pietà, ma sempre dentro lo stesso recinto morale: l’idea che il nemico non fosse umano.

Un giorno ha visto un palestinese accusato di “comportamento sospetto”: gli hanno sparato alle ginocchia per poi finirlo davanti ai soccorritori.

Così appare oggi la società di Gaza, vista dagli occhi di chi vi è stato sepolto vivo: non una massa di innocenti ostaggi di Hamas, ma un corpo infettato da un’ideologia che ha dissolto il confine tra civile e terrorista. “Hamas non è solo un esercito – ha detto Shoham – È un’idea che ha infettato una generazione.”

(Da: Setteottobre magazine, 18.10.25)

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giovedì 17 aprile 2025

L'annientamento dei legami familiari. L'imminente distruzione dell'umanità. Il massacro del 7 ottobre


Screenshot a scopo didattico di Nancy Hartfelt Kobrin, Ph.D. 


Nel rapporto della Commissione civile sui crimini del 7 ottobre commessi da Hamas contro donne e bambini, intitolato "Un crimine senza nome per vittime senza voce", il dott. Cochav Elkayam-Levy ha introdotto il termine "kinocidio" nel lessico, una forma specifica e urgente di genocidio che prende di mira le famiglie per l'annientamento totale. Questo termine deve ancora essere formalizzato nel diritto internazionale. Ma nominare tali atti è essenziale: il linguaggio fornisce chiarezza e struttura a una brutalità altrimenti indicibile. 

Il "kinocidio" si riferisce alla distruzione sistematica dei legami familiari attraverso l'omicidio di intere famiglie, con l'obiettivo di cancellare non solo vite, ma anche lignaggi, connessioni e l'idea stessa di casa. Il termine "kinocidio" è una parola composita: parentela + -cidio, che significa l'omicidio dell'intera famiglia.


Comprenderne l'etimologia ci aiuta a cogliere il profondo peso del termine. Secondo l'Online Etymology Dictionary, "kin" risale all'inglese antico cynn, che significa famiglia, razza, tribù o natura. Deriva dal proto-germanico kunja- e dalla radice proto-indoeuropea gene-, che significa "dare alla luce" – una radice condivisa con parole come genus e generation. 

Pertanto, "kin" è fondamentalmente legato alla nascita, alla madre, alla discendenza e al legame umano della procreazione. Questa storia linguistica è importante. 

Collega il kinocidio direttamente a kind e child, sottolineandone l'orrore: l'uccisione mirata di genitori davanti ai figli e di figli davanti ai genitori. Il trauma è sia fisico che psicologico. Gli atti spesso includono stupro, abusi sessuali e mutilazioni – una recisione intenzionale dell'umanità alle sue radici.



Cosa ci ha rivelato Hamas il 7 ottobre 2023, quando ha attaccato famiglie israeliane – genitori, figli, nonni, generazioni – nelle loro case? Quale messaggio inespresso si cela dietro il massacro di interi nuclei familiari?  C'è un elefante nella stanza: le pulsioni inconsce dietro una violenza così nichilista. Perché esplorare l'inconscio di questi attori? 

La risposta è semplice: non è per loro, ma per noi. Non si tratta di provare empatia per i colpevoli. Mancano di empatia; non è mai stata coltivata nella loro psiche. Perché? Perché le psicodinamiche della loro cultura basata su vergogna e onore, sposata all'Islam radicale, l'hanno cancellata. 

Morte e distruzione sono tutto ciò che conoscono. La rabbia che esprimono supera l'omicidio: si manifesta in mutilazioni, profanazioni, vergogna e umiliazione.

https://www.ilsole24ore.com/art/hamas-attacca-israele-tutti-video-AFjAdm9?refresh_ce=1

In questo attacco tattico e simbolico contro gli ebrei che vivono vicino a Gaza, Hamas e altri gruppi islamisti, compresi i civili che si sono uniti ai saccheggi e alle mutilazioni, non solo hanno assassinato ebrei, ma anche non ebrei che vivevano e lavoravano tra loro, come i braccianti agricoli thailandesi. Le loro azioni rivelano, forse più di ogni altra cosa, lo stato patologico delle loro stesse vite familiari. In parole povere:  odiano le loro famiglie. Proiettano questo odio all'esterno. La rabbia che non riescono ad affrontare internamente viene inflitta sugli altri. 

È terrificante confrontarsi con questa realtà, e forse è per questo che il concetto di kinocidio è rimasto indiscusso fino ad ora. 

Il kinocidio è la forma più elementare di genocidio. Perché? Perché distrugge la struttura umana fondamentale: la famiglia. 

Nel documento legale fondamentale della Commissione, che usa la parola "legame" trenta volte in ottanta pagine, ciò che rimane inespresso è questo: Hamas usa la violenza come forma di legame. Si attacca a noi attraverso il terrore. Uccidendoci, tenta di fondersi con noi.


Prendo a prestito qui il concetto di "fusione della morte", coniato dallo psicoanalista americano S. Orgel nell'analisi del suicidio di Sylvia Plath. Quando mi sono imbattuto in questo termine durante le mie ricerche sul terrorismo suicida islamico, l'ho visto come la spiegazione perfetta dell'11 settembre. Gli attentatori suicidi si fondono con le loro vittime, annientando sia se stessi che l'altro in un legame psicopatico e parassitario. cfr. il mio libro "La banalità del terrorismo suicida: la nuda verità degli attentati suicidi islamici", Potomac, 2010.

La psicologia moderna parla spesso di stili di attaccamento: sicuro, evitante, disorganizzato. Ma l'attaccamento implica sempre un legame. In questi attacchi, Hamas si fonde violentemente con le sue vittime, esprimendo una fantasia inconscia di uccidere la madre. Sono legate psicoticamente a un oggetto materno, pieno di vergogna, umiliazione e violenza, che devono annientare. Con il pretesto della politica, infliggono questa ferita psichica agli altri.


Gli studi dimostrano che fino al 95% dei pensieri e il 94% del comportamento non verbale sono inconsci. Le azioni di Hamas gridano un profondo odio per se stessi e per la famiglia.

 Eppure, nel discorso politico edulcorato di oggi, tali verità sono tabù. Eppure, dobbiamo dirle. 

I legami violenti rivelano una bancarotta culturale.

 Non si può riparare Gaza con i soldi. Nessun progetto infrastrutturale può affrontare bisogni psicologici insoddisfatti così profondi. La rabbia che supera l'omicidio non può essere placata dagli aiuti materiali. La società inizia con la famiglia.

Come disse lo psicoanalista D.W. Winnicott, "La casa è dove iniziamo".

 Per Hamas, la casa è dove inizia l'annientamento.

 I loro legami familiari non sono solo spezzati, sono cancellati. Nulla migliorerà finché non lo capiremo noi, non loro.

 Il kinocidio deve essere riconosciuto non solo come un termine legale di recente coniazione, ma come l'espressione più chiara del collasso psicotico che minaccia l'intera umanità. 

Noi ebrei siamo solo il canarino nella miniera di carbone.

 Ciò che inizia con noi non finirà con noi. Il kinocidio non è solo un crimine di guerra contro un popolo, è un crimine contro i legami che ci rendono umani. Non riconoscerlo significa deludere la vita stessa.



giovedì 30 gennaio 2025

Si festeggi solo che sono vive.

 La prigionia delle israeliane rapite raccontata da loro stesse.

di Nathan Greppi  

Una delle foto che più sono rimaste impresse nella memoria collettiva dei rapimenti del 7 ottobre ritrae la ventenne Naama Levy mentre viene caricata a forza su un furgone. Sui pantaloni spicca una grossa macchia di sangue, probabile conseguenza di una violenza carnale. 

Dopo essere stata recentemente liberata assieme ad altre tre soldatesse rapite (Liri Albag, Karina Ariev e Daniella Gilboa), sono emersi i racconti sulle loro condizioni durante i 477 giorni in cui sono state prigioniere di Hamas. Come spiega il sito israeliano “Ynet”, le storie sono state raccolte dai media presso il Centro medico Rabin di Petah Tiqwa, dove le ragazze stavano affrontando le dovute cure in compagnia dei loro familiari. 

Naama Levy è stata tenuta da sola per un lungo periodo, prima di potersi ricongiungere con le sue amiche. Le quattro giovani donne hanno cercato di passare il tempo tenendosi in esercizio e rimanendo attive, malgrado le condizioni precarie e il cibo scarso. Nonostante i sequestratori non permettessero loro di tenersi per mano né di piangere, sono riuscite comunque a sostenersi a vicenda. 

Daniella Gilboa e Karina Ariev sono state tenute insieme per la maggior parte del tempo e il loro legame, formatosi già nella base di Nahal Oz prima del loro rapimento, è diventato ancora più forte. 

Intervistate dall’emittente televisiva israeliana Keshet 12, le ragazze hanno raccontato che una di loro è rimasta prigioniera per molto tempo in un tunnel senza luce dove era difficile persino respirare. Nel corso della lunghissima prigionia sono state continuamente spostate da un posto all’altro. C’erano periodi in cui non veniva dato loro da mangiare, ma allo stesso tempo erano costrette a cucinare per i terroristi e a pulire le loro toilette. Spesso potevano sentire la radio e più raramente vedere in tv le proteste degli israeliani per chiederne la liberazione. 

Durante la prigionia alcune di loro sono state tenute in ostaggio dentro le case dei civili di Gaza, dove giocavano con i bambini dei carcerieri. 

Non è stato loro concesso di ricevere cure mediche adeguate, comprese quelle per le ferite riportate il 7 ottobre. 

Per lungo tempo non hanno avuto neanche il permesso di farsi una doccia o anche soltanto di lavarsi. 

Ai media israeliani il padre di Naama, Yoni Levy, ha dichiarato: «Per 15 mesi ho parlato con voi giornalisti molte volte. Dal profondo del cuore mi sono rivolto ai politici, ai media, al popolo d’Israele e ai leader mondiali. Li ho supplicati come padre di cercare di salvare mia figlia dall’inferno. Questo momento, qui e oggi, è ciò per cui ho pregato e che ho immaginato e sperato per 477 giorni, non solo per me stesso ma per tutti noi. Il 7 ottobre il nostro Paese si è frantumato in migliaia di pezzi, lasciando le famiglie distrutte per sempre. Quello è stato il momento in cui le nostre vite personali sono state scosse e siamo diventati noti come “la famiglia di Naama Levy, la vedetta rapita”». Yoni Levy ha poi aggiunto: «Ora Naama è al sicuro con noi, circondata da parenti e amici, ma la lotta non è finita. Ci sono ancora 90 ostaggi che dobbiamo riportare a casa. Sono i nostri figli e le nostre figlie, le fondamenta stesse su cui è costruito il nostro Paese. Non ci sarà guarigione né risveglio fino a quando non sapremo che lo Stato d’Israele è il padre e la madre di ognuno di noi»

da il quotidiano LA RAGIONE 30 Gennaio

e aggiungo

Paola Kafira dibatte con filopalestinese di "Free Palestine"

da L'Islam criticato

lunedì 2 settembre 2024

Ricordiamo Norma Cossetto i prossimi 4 e 5 ottobre in oltre 200 città italiane con una rosa rossa presso i monumenti alle vittime della Grande Guerra e successive, delle foibe e della violenza contro le donne.

 In ricordo di Norma Cossetto stuprata  e infoibata da partigiani comunisti.

Era l’estate del 1943 e stava raccogliendo il materiale per la sua tesi di Laurea, intitolata L’Istria Rossa, che avrebbe discusso di lì a poco all’Università di Padova: lei era Norma Cossetto, insegnate precaria e studentessa, nata 17 maggio del 1920 a Santa Domenica di Visinada in Istria. Ma quel lavoro accademico non vide mai la luce: il 26 settembre di quell’anno un gruppo di partigiani comunisti titini la sequestrò e la portò nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano con l’obbligo di aderire al Movimento Popolare di Liberazione.

Lei si rifiutò e per quel rifiuto iniziò l’inferno che la portò a una morte atroce: il giorno dopo la presero di nuovo e la portarono via. Non sarebbe più tornata a casa: diciassette aguzzini, partigiani comunisti, la legarono ad un tavolo, ripetutamente la violentarono, le recisero i seni e proseguirono con sevizie abominevoli e innominabili che finirono solo nella notte tra il 4 e 5 ottobre quando, insieme ad altri prigionieri, Norma Cossetto venne condotta con la forza fino a Villa Suriani e ancora viva gettata in una foiba. Aveva solo 23 anni.

Come dice Edoardo Sylos Labini direttore e fondatore di CulturaIdentità, questa è una pagina di inaudita violenza rimasta vergognosamente nascosta per troppi anni in molti libri di storia. Ed è per questo che con CulturaIdentità e il Comitato 10 Febbraio Norma Cossetto verrà ricordata i prossimi 4 e 5 ottobre in oltre 200 città italiane con una rosa rossa presso i monumenti simbolo della Grande Guerra, delle foibe e della violenza contro le donne. Un messaggio, quello di Norma Cossetto, di drammatica attualità, afferma Labini, non solo per il carattere ignominioso della violenza esercitata contro una donna per motivazioni politiche: si pensi alle manifestazioni di questi giorni delle donne in Iran contro la repressione e a favore della libertà, quella stessa libertà che Norma Cossetto difese fino all’estremo sacrificio.

La violenza contro le donne va combattuta ogni giorno: ricordiamocelo con una rosa rossa in tutte le città italiane.

Fonte: ilgiornale.it-immagini da: Google.

giovedì 22 agosto 2024

Enzo Sereni, il kibbutz Ghivat Brenner e la lotta antinazista


Enzo Sereni, partigiano anti-nazista che scelse Israele
di Mirella Serri





Ottant’anni fa moriva, ucciso a Dachau, l’intellettuale romano. Fondò un kibbutz nella Palestina mandataria ma volle tornare in Europa per combattere il Reich

22 Agosto 2024

Le baracche nel lager nel quartiere di Gries-San Quirino, a Bolzano, erano ancora in fase di allestimento quando Samuel Barda vi arrivò il 25 agosto 1944. Quella data segnò per Enzo Sereni, questo il vero nome di Barda, l’inizio della fine: di lì a poco venne trasferito in un luogo per lui del tutto sconosciuto, Dachau. Le torrette del campo che si delinearono all’orizzonte apparvero spaventose ai prigionieri. «Il capo-lager venne con un elenco e chiamò Barda, capitano paracadutista inglese», racconta un sopravvissuto. «Cominciò a sferrargli pugni sulla faccia e questo capitano, alto un metro e 55, non si mosse, rimase sull’attenti imperterrito come se gli facessero delle carezze».

Enzo Sereni

Il 17 novembre 1944 al “capitano” fu ordinato di cambiare cella, avvertendolo di non portare con sé la propria coperta perché ne potesse usufruire il nuovo inquilino. Il giorno successivo venne fucilato. Ricorrono adesso gli 80 anni dalla scomparsa dell’antifascista catturato dai nazisti della Todt nei pressi di Lucca dopo che si era lanciato dall’aereo. Enzo, che aveva trascorso tanti anni all’estero, ora voleva dar man forte alla Resistenza: Sereni-Barda fu uno dei primi ebrei italiani a trasferirsi in Palestina e a dar vita al kibbutz Givat Brenner.

25 aprile, il portale dei "Resistenti ebrei d'Italia": 240 figure chiave dell'antifascismo
di Matteo Pucciarelli
25 Aprile 2022

Era un intellettuale, un agente segreto, un pacifista intransigente e divenne un pioniere del sionismo socialista. L’esperienza di Sereni fu unica nella storia della lotta al nazifascismo. Forse anche per questo oggi il suo nome non occupa il posto che merita nelle pagine di storia. Come i suoi fratelli, Enrico e il più noto Emilio, antifascista e futuro senatore comunista, Enzo era nato a Roma in una famiglia borghese. Suo padre era il medico di Vittorio Emanuele III e suo zio Angelo era presidente della comunità ebraica romana.

Appena il regime si insediò al potere Enzo, ancora studente, intuì che l’aria stava diventando mefitica per chi teneva alla libertà. Laureato in filosofia, con gli amici Carlo e Nello Rosselli cominciò a coltivare il sogno di una “democrazia agraria” da realizzare in Palestina. Dopo la promessa di Lord Balfour di dare vita a un “focolare ebraico” e di destinare parte del territorio palestinese agli insediamenti ebraici, Enzo riteneva che fosse necessario rimediare «all’ingiustizia perpetrata nei confronti dei fratelli arabi».

La famiglia Rosselli: Carlo, Nello, Amelia e la libertà come religione
di Paolo Di Paolo
28 Gennaio 2023

Era un socialista riformista e pensava che incentivando lo sviluppo economico si sarebbero realizzate nuove forme di convivenza tra arabi ed ebrei. Addio dunque ai dotti studi e ai libri: poco più che ventenne, con la giovane moglie Ada Ascarelli si trasferì in Erétz Yisra’él. Secondo lui in Palestina non c’era bisogno della speculazione filosofica ma del lavoro manuale. Si impiegò in un agrumeto e diede vita al primo kibbutz italiano.

Convivere in Medio Oriente: la lezione di David Grossman
 di Maurizio Molinari
30 Marzo 2024

Al lavoro di bracciante rinunciò quando Hitler si insediò alla Cancelleria del Reich: l’Agenzia ebraica lo mandò in missione speciale in Europa. Eccolo per circa una decina di anni in viaggio senza sosta da Parigi a Danzica, da Praga a Vienna ad Amsterdam e poi anche in America.

Contrabbandava passaporti falsi e valuta; riuscì a portare in salvo migliaia di ebrei, in particolare molti giovani. Nel 1939 Enzo ritornò nella capitale e ottenne dai correligionari romani informazioni riservate sulle forze armate del Duce che poi trasmise agli inglesi. Mise anche in guardia gli ebrei capitolini, avvertendoli che dovevano lasciare il paese al più presto.

Nessuno gli credette: dopo i primi provvedimenti razziali, gli venne detto, le acque sembravano essersi calmate e la popolazione era solidale con gli ebrei. Quando iniziò la guerra Enzo fu costretto a una nuova rinuncia, mise in cantina l’utopia pacifista, si arruolò nella British Army. In Egitto si occupò dei prigionieri di guerra italiani e antifascisti. In Iraq aiutò altri ebrei nella fuga.

Dopo il rastrellamento da parte dei nazisti del ghetto di Roma prese la decisione che segnò la sua vita. L’Italia ora era occupata dai tedeschi e aveva bisogno di lui. Sua moglie, i suoi superiori in Palestina e anche gli ufficiali inglesi cercarono di dissuaderlo. Non poteva paracadutarsi: in quanto quarantenne era considerato troppo avanti con l’età, ma lo fece comunque.

Il compagno di volo che si lanciò con lui il 5 maggio del 1944 ricorda di aver sentito nella notte il richiamo del suo fischietto di salvataggio. Barda fu catturato, condotto a Verona e rinchiuso nei sotterranei. Poi il suo destino fu deciso in Germania. Sparì nel nulla. La moglie non ebbe più notizie.

Quando Ada rientrò nella Penisola, alla fine della guerra, divenne agente del Mossad, organizzò le spedizioni che portarono dall’Italia in Israele migliaia di ebrei con il tacito assenso del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi (a lei è stata dedicata la miniserie tivù Exodus. Il sogno di Ada). Finalmente trovò a Dachau la scheda di Enzo: “Schmuil”, non c’era nemmeno il vero nome. Lo avevano ammazzato ignorando la sua identità.

 Israele, il sogno della convivenza
di Meir Ouziel
12 Maggio 2024

In un certo senso è rimasto senza una precisa identità anche nel Dopoguerra: a differenza di suo fratello Emilio, la cui lotta antifascista è stata sempre giustamente riconosciuta e valorizzata dal partito comunista con convegni, opere, scuole e strade a lui intestate, Enzo è stato trascurato dalla memoria collettiva. Era un combattente solitario e per la sua avventurosa solitudine, per il pionieristico coraggio, merita di essere riscoperto e ricordato. In questo momento storico, per il tenace pacifismo, per la critica al fascismo e al razzismo, per la predicazione della convivenza tra arabi e israeliani, la sua figura è più attuale che mai. Può diventare un simbolo nei nostri tempi di acuti conflitti.

di dimitribuffa01

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sabato 6 gennaio 2024

7 ottobre 2023 un punto di non ritorno

LONDRA – In Israele lo paragonano al processo ad Adolf Eichmann, il criminale di guerra nazista, soprannominato “l’architetto dell’Olocausto”, che venne catturato dal Mossad in Argentina dove si era rifugiato sotto falsa identità, trasportato clandestinamente a Gerusalemme, processato e condannato a morte nel 1962. 
Il procedimento giudiziario che polizia, esercito e magistratura stanno cominciando a preparare per il massacro del 7 ottobre scorso di 1200 israeliani e il rapimento di altri 240 da parte dei militanti di Hamas si profila come un evento simile.

Eichmann era uno dei responsabili dello sterminio di 6 milioni di ebrei nei campi di concentramento del Terzo Reich. 
I terroristi di Hamas si sono resi responsabili della morte del maggior numero di ebrei uccisi in un giorno dalla Shoa in poi.
Ma non sono soltanto i numeri a definire ciò che è accaduto. 
“Quello del 7 ottobre è stato un attacco senza precedenti per la sua crudeltà”, dice Kobi Shabtai, capo della polizia di Israele, al Wall Street Journal, che ha esaminato parte del materiale probatorio raccolto finora nell’indagine.
“Lo stato di Israele non si è mai trovato davanti a un crimine e a un’investigazione di queste dimensioni”   afferma Roi Sheindorf, ex vice procuratore generale israeliano. “Sarà uno dei processi più importanti della nostra storia”.

Gli inquirenti hanno analizzato testimonianze di membri di Hamas catturati, video filmati e postati sui social dagli stessi militanti palestinesi, materiali sequestrati a Gaza durante la controffensiva israeliana, oltre a testimonianze dei superstiti e degli ostaggi liberati. Hanno inoltre una enorme mole di prove rinvenute nei kibbutz e nei pressi del rave festival vicini a Gaza che sono stati al centro della strage.

I casi citati dal resoconto del quotidiano finanziario americano, così come da precedenti servizi dei media israeliani, sono agghiaccianti.

C’è il resoconto di una famiglia chiusa nella "safe room”, la “stanza di sicurezza”, il bunker che ogni abitazione israeliana ha per difendersi da attacchi di razzi o aggressioni terroristiche: gli uomini di Hamas hanno appiccato il fuoco alla casa per farli uscire, il padre invia ai parenti un messaggino telefonico dicendo “moriremo a casa nostra piuttosto che consegnarci a questi assassini”, i corpi di genitori e bambini verranno ritrovati soffocati dal fumo passato sotto la porta blindata.

Ci sono poi le identificazioni dei cadaveri, non ancora completate per le atroci condizioni in cui molti sono stati ritrovati: bruciati, tagliati a pezzi, maciullati. 
Su 800 corpi identificati tra le 1200 vittime, 37 sono minorenni, 6 hanno meno di cinque anni e 25 hanno più di ottant’anni, incluso un uomo di 94 anni. 
Ci sono morti con le mani legate dietro la schiena. 
Un giovane a cui prima di morire è stato cavato un occhio. 
Crani fracassati di botte. 
Innumerevoli esecuzioni con un proiettile alla nuca o alla tempia.

E poi ci sono le vittime femminili.
Almeno tre superstiti hanno testimoniato di aver subito violenze sessuali, inclusi stupri di gruppo, del resto testimoniati anche dal video postato sui social da un militante di Hamas, che grida attorniato dai suoi compagni sul corpo di una giovane israeliana seminuda presa in ostaggio: “Adesso me la fotto, me la fotto, me la fotto”. 
A questo va aggiunta la violenza efferata ed omicida sulle donne: vittime a cui è stato tagliato un seno, donne con ferite e perfino chiodi e coltelli lasciati infilati nella zona del bacino, un accanimento barbaro, mostruoso, come non si era mai visto nel pur lungo e feroce conflitto israeliano-palestinese.

Infine ci sono storie di eroismo, come quella di un padre che si è gettato su una granata per salvare i propri figli e morto dilaniato dall’esplosione. I medici legali hanno impiegato 15 giorni a identificarne i resti fra le macerie della sua casa bruciata in uno dei kibbutz a pochi chilometri dal confine con Gaza. Sabine Taasa, la vedova, e i due figli, scampati al massacro, ora vivono ospiti di una famiglia di amici ai sobborghi di Tel Aviv. Quattro degli assassini di suo marito sono stati catturati dalle forze israeliane. “Voglio andare al processo, guardarli in faccia e vederli condannati”, dice Sabine al Wall Street Journal.

In Israele vige la pena di morte, ma solo per reati definiti “estremi”, come i crimini di guerra.
 Nei 75 anni di esistenza dello Stato ebraico, è stata eseguita una sola condanna a morte: appunto l’impiccagione del nazista Eichmann. 
Si vedrà quali sentenze usciranno da questo processo che molti paragonano a quello del 1962 contro “l’architetto dell’Olocausto”.

articolo  di Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per La Repubblica

martedì 4 luglio 2023

ISRAEL

 "Sono nato millenni prima di essere rinominato Palestina dai conquistatori romani, prima che Maometto emettesse il suo primo respiro, e prima che l'ONU decidesse di dividermi a metà e mi togliesse le mie terre orientali creando la Giordania . Il mio popolo, gli ebrei , mantennero qui comunità per 3000 anni, cioè fino a quando gli arabi decisero di massacrarli senza ragione alcuna nel 1920 e nel 1929. Centinaia di civili furono uccisi, la maggior parte dei quali erano donne e bambini. Nel frattempo, gli stati dei loro fratelli massacrarono o esiliarono 1.000.000 di ebrei dalle loro terre - cancellando la loro storia plurimillenaria.

Io sono Israele. Sono stato attaccato quattro volte da eserciti arabi da quando dichiarai l'indipendenza nel 1948. Sin da allora invitai gli arabi che vivevano sulla mia terra a rimanere, ma fu detto loro dagli stati limitrofi di lasciare temporaneamente le loro case mentre gli ebrei venivano "gettati in mare". 

Offrii un messaggio di pace dal giorno in cui nacqui, ma i miei nemici risposero solo con i proiettili. Io sono un sopravvissuto - ho vinto ogni guerra. Rendendosi conto che non potevano sconfiggermi con le armi, i miei nemici si sono rivolti ad una propaganda menzognera ...

Io sono Israele - più e più volte, il mio nome è stato infangato e anche se ciascuna di queste bugie è poi stata smentita, i miei nemici continuano a rivendicare che sto commettendo un genocidio.

Dare opportunità educative ai palestinesi è forse "genocidio" ? Il 20 % degli studenti dell'Università di Haifa sono arabi. Se io sono un aggressore che ha esiliato tutti gli arabi nel 1948 , perché il 20 % dei miei cittadini sono arabi con pieni diritti ? Sono forse apparsi magicamente dal nulla ? Mi sono ritirato dall'intero Sinai e dalla striscia di Gaza , sradicando la mia gente dalle loro case , solo per la speranza di pace !!!

Io sono Israele - In combattimento, io rischio la vita dei miei figli adolescenti al fine di minimizzare le perdite civili palestinesi. Faccio ogni tentativo di colpire solo i combattenti , mettendo per questo spesso i miei soldati in pericolo. In tempo di guerra , faccio cadere volantini sulle aree che debbono essere attaccate, avvertendo i civili di evacuare. Qualsiasi altro esercito nella storia dell'umanità ha fatto questo per il suo nemico? Ho aspettato 8 anni per fermare Hamas dal suo lancio di razzi quotidiani sui miei asili e i miei ospedali. Io sono paziente , ma la mia pazienza non è infinita ...

Io sono Israele - ho creato Intel, Microsoft NT e tecnologia cellulare, la medicina per malattie devastanti, e ho il maggior numero al mondo in pubblicazioni scientifiche pro capite.  Mando missioni umanitarie nei paesi in via di sviluppo, compresi i paesi musulmani. Ho assorbito centinaia di rifugiati musulmani che hanno affrontato il genocidio in Darfur - i rifugiati che nessun Stato musulmano prenderebbe ...

Io sono Israele - Io sono uno dei paesi più piccoli al mondo, e probabilmente il più testardo, mi rifiuto di rinunciare alla speranza di pace . I miei amici mi sostengono non a causa di una lobby, ma perché vedono la verità - io sono il cuore del Medio Oriente, e la speranza per il suo futuro. Il mio profeta disse: "Nessuna nazione alzerà più la spada contro un altro popolo ", e cercherò, e tenterò fino a quando queste parole non si avvereranno...

Perché io sono Israele ...."

(Ebreo anonimo americano, cit.)






domenica 11 novembre 2018

E i polacchi, quelli non ebrei, li hanno lasciati morire...

Perché i cattolicissimi polacchi oggi proclamano a gran voce di non esser stati antisemiti, di non aver perseguitato gli ebrei, polacchi come loro ? 
Le immagini e la Storia urlano il contrario.
AMg


28 Drammatiche Fotografie del ’41 mostrano la Vita nel Ghetto di Varsavia

Di Matteo Rubboli
in data Mar 9, 2017
su Vanilla Magazine

"Il 2 novembre del 1940 Ludwig Fischer, Governatore del Distretto di Varsavia per conto del governo occupante nazista, firmò l’ordine di creare un ghetto ebraico nella città polacca. Questo divenne subito il ghetto più grande d’Europa. Entro il 15 Novembre del 1940, tutti gli ebrei di Varsavia furono costretti a trasferirsi nel ghetto. In totale furono 251 mila le persone che cambiarono casa, 113 mila polacchi che si trasferirono nella parte ariana della città e 138 mila ebrei che invece finirono nel ghetto. Durante l’aprile del ’41 il ghetto raggiunse la sua massima popolazione, con 395.000 abitanti di origine ebraica.
Un bambino vende piccole realizzazioni artigianali in strada

La vita nel ghetto assomigliava a un inferno. Stipati in poco più di 3 chilometri quadrati, questo enorme numero di persone riceveva insufficienti razioni di cibo, e fra i confinati si trovavano anche 85 mila bambini sino a 14 anni. La razione media giornaliera di una persona nella Polonia del 1941 era di 2.613 calorie per i tedeschi, 699 per i polacchi e di 184 calorie per gli ebrei del Ghetto. Ad Agosto scese a 177 calorie, molto al di sotto della soglia della morte (a lungo termine) che è di circa 1.000 calorie al giorno. Gli unici responsabili dell’approvvigionamento alimentare erano le autorità tedesche, che solitamente rifornivano gli ebrei con pane secco, farina, patate, semola, rape e un supplemento mensile di margarina, zucchero e carne.

Alcuni civili in via Zamenhofa

La sopravvivenza era garantita quindi soltanto dal baratto. Fino all’80% del cibo consumato nel ghetto era importato illegalmente, solitamente dai bambini che attraversavano le stazioni di controllo.
Nonostante tutti i tentativi di sopravvivenza, fra l’Ottobre del ’40 e il luglio del ’42 morirono di fame, freddo e malattie circa 92.000 persone, il 20% del totale della popolazione.
Un signore vende del pane per la strada

Alcuni abitanti comprano e vendono degli stracci
Un signore vende alcuni oggetti per la strada, mentre gli altri osservano il fotografo

Nel luglio del ’42 i nazisti iniziarono quella che venne definita la “Gross-Aktion Varsavia”, un’operazione di deportazione di massa che prevedeva lo sterminio degli ebrei del ghetto nel campo di Treblinka, 80 chilometri a nord-est rispetto alla città. Entro Settembre erano state uccise 300.000 persone nelle camere a gas, e ad Ottobre del ’42 erano rimaste soltanto 35.639 persone nel ghetto.

Una donna giace a terra, ormai prossima alla morte per fame

Un signore anziano giace morto sul selciato

Il 19 Aprile del ’43 i pochi abitanti superstiti combatterono la battaglia finale contro le truppe naziste di Jürgen Stroop, un’operazione che, nei piani nazisti, sarebbe dovuta durare tre giorni e che invece durò 4 settimane, la quale portò infine alla distruzione del ghetto e alla deportazione degli ormai pochissimi ebrei rimanenti.

Due bambini fanno l’elemosina per strada, sperando di racimolare qualcosa da mangiare

Il 16 Maggio del ’43 il Ghetto non esisteva più.



Un bambino in evidente stato di malnutrizione è riuscito ad elemosinare un tozzo di pane

Tre bambine di fronte a un ex-negozio. Le loro condizioni sono drammatiche

ghetto-varsavia-05

Un padre giace a terra, mentre abbraccia la figlia.

Le persone che vediamo nelle fotografie sono tutte morte di fame, freddo o uccise nei campi di concentramento nazisti. Non avevano nessuna colpa."

Matteo Rubboli

martedì 24 aprile 2018

25 aprile - ricordare è indispensabile

C'è una via, a Faleria, intitolata a Vittorio Di Dario, "martire della libertà".
​
Ma pochi conoscono la sua storia e il suo legame con il nostro paese.

 Il Comune di Faleria,  dopo un attento lavoro di ricerca tra archivi e documenti privati, ha organizzato per mercoledì 25 aprile, alle ore 18.00, presso la Sala della Misericordia, una mostra fotografica e documentaria sulla figura di Vittorio Di Dario, partigiano, fucilato a soli 23 anni sul Bric Berico di Murazzano, in Piemonte.




Le lettere e le foto sono state messe a disposizione dai familiari.
Le schede d'archivio, gli articoli di giornale sono frammenti di vita che rischiano di essere perduti, che è indispensabile siano riscoperti, affinchè il suo non sia solo un nome inciso su una targa, ma divenga patrimonio comune, per realizzare un mondo che sia in grado di evitare nuovi olocausti.


https://www.facebook.com/events/801738336703519/?notif_t=plan_user_associated&notif_id=1524552422929278

mercoledì 24 gennaio 2018

Giornata della Memoria - C'è chi ce l'ha ( la memoria) e chi no.

Un caro amico pubblica una terribile testimonianza di STORIA VERA ancorchè dimenticata e rimossa, ma comunque ricordata - documentata e che potete leggere qui sotto.

Perchè qualcuno è riuscito a ritrovare i documenti, di alcuni di quegli invisibili e inesistenti fantasmi.

Ma quanti e quante non sono mai stati ricordati e perciò non esistono come non fossero mai esistiti con buona pace delle coscienze di troppi ?
Me lo stavo chiedendo perché in questo paese dove abito, a 60 km da Roma, non sono riuscita in 34 anni a sapere se ci siano stati ebrei ( oltre una carissima amica mia coetanea, nata cioè dopo la guerra come me) e se ci siano stati deportati. E non è che non ho indagato eh, ma ..vuoto pneumatico.

 Pare che nessuno ne sappia nulla... anzi mi guardano tra lo stupito e il seccato quando gli faccio presente quanto questa assenza sia improbabile e inquietante.

E chissà in quanti altri luoghi della nostra bella Itaglia c'è la stessa assenza di memoria - manco fossero tutti affetti da Alzeimer - per la buona pace di spirito dei paesani.

Alba Montori

GIORNATA DELLA MEMORIA
Il più piccolo aveva poco più di un anno. Ma nessuno dei vecchi sembra ricordare. Almeno 11 persone. Eppure, tutti gli anziani a cui ho chiesto al mio paese natio nel corso degli anni mi han sempre detto che mai, MAI, c'erano stati ebrei a Cassano d'Adda.
Ho cercato testimonianze tra chi aveva ricordi della guerra, in quel grosso villaggio, ma nessuno ha mai visto quelle undici persone, in un centro abitato dove ancora oggi tutti san tutto di tutti, ma non degli ebrei. Perché? Semplice: gli ebrei non ci sono mai stati, e quindi non sono mai stati perseguitati, a Cassano d'Adda. Tutti italiani brava gente a Cassano d'Adda, come nel resto della nazione immagino, in fondo.
Ma poi uno trova i documenti, che si possono toccare, odorare e vedere, nella loro carta ingiallita: documenti fascisti e testimonianze di sopravvissuti che inevitabilmente riconducono a Cassano d'Adda.
Parlano di dieci persone arrestate e di una ammazzata sul posto, non native del luogo ma lì residenti in modo stabile. Ad esse aggiungerei altre persone (invisibili anche loro perché ebree?) per le quali esiste solo una testimonianza orale rilasciata anni fa: queste a quel che pare da sempre nel paese, ma scappate nella speranza di riparare in Svizzera.
Eppure i vecchi me lo hanno giurato, e io devo credere ai vecchi: gli ebrei a Cassano d'Adda non ci sono mai stati, sono io che ho letto male, mi sto inventando tutto, sono dicerie. Me lo disse pure un anziano parroco con il pallino della storia locale: no, son tutte fesserie, occupati di quadri del Seicento.
Eccole qui, le undici persone invisibili attestate da quei fogli ingialliti riportati alla luce dalla Fondazione CDEC e dallo Yad Vashem (mancano quelle per cui non sopravvive neppure un pezzo di carta):
Alberto Foà, arrestato a Cassano d'Adda il 31/10/1943, giunto ad Auschwitz il 06/08/1944, non sopravvissuto;
Giorgina Morais, arrestata a Cassano d'Adda nell'11/1943, giunta ad Auschwitz il 11/12/1943, non sopravvissuta;
Leonello Morais, arrestato a Cassano d'Adda nell'11/1943, giunto ad Auschwitz il 11/12/1943, non sopravvissuto;
Augusto Luisada, arrestato a Cassano d'Adda il 17/11/1943, giunto ad Auschwitz il 11/12/1943, non sopravvissuto;
Clara Luisada, arrestata a Cassano d'Adda il 17/11/1943, giunta ad Auschwitz il 11/12/1943, non sopravvissuta;
Franco David Luisada, arrestato a Cassano d'Adda il 17/11/1943, giunto ad Auschwitz il 11/12/1943, non sopravvissuto;
Piero Luisada, arrestato a Cassano d'Adda il 17/11/1943, giunto ad Auschwitz il 11/12/1943, non sopravvissuto;
Greca Nella Finzi, arrestata a Cassano d'Adda il 17/11/1943, giunta ad Auschwitz il 11/12/1943, non sopravvissuta;
Gina Della Rocca, arrestata a Cassano d'Adda il 17/11/1943, giunta ad Auschwitz il 11/12/1943, non sopravvissuta;
Ida Gina Carmi, arrestata a Cassano d'Adda il 17/11/1943, giunta ad Auschwitz il 06/08/1944, non sopravvissuta;
Nella Finzi, uccisa a Cassano d'Adda nell'11/1943;
Uno potrebbe avanzare ancora dubbi, in fondo i vecchi hanno sempre ragione ed in fondo l'Italia è un paese dove c'è ancora gente convinta che le Leggi Razziali (volute dall'infame Mussolini e firmate da quel vigliacco di Vittorio Emanuele III) fossero una pura formalità per dare un contentino (per altro non richiesto) a Hitler. Peccato sbaglino e siano in cattiva coscienza. E peccato che poi ci pensino gli americani ad avere più memoria di noi, pubblicando qua e là una tesi di laurea, un articoletto, una notina chissà dove, per parlare degli ebrei che invisibilmente i cassanesi si facevano passare davanti. E così si scopre che finita la guerra Giuseppina Morais Finzi, il 7/1/1946, presso la Corte Civile di Milano, chiedeva di poter tornare in possesso dei beni superstiti della famiglia conservati - si noti bene - presso l'edificio del municipio di Cassano d'Adda (A.G. 5HB, n.s., Fasc. Famiglia Morais). Evidentemente anche quei mobili erano invisibili. Sul fiume Adda scivolano i ricordi e le vite, da sempre. Ma non per me.
GIORNATA DELLA MEMORIA.

sabato 11 luglio 2015

Ricordare Srebreniza vent'anni dopo

Srebreniza vent'anni dopo è una ferita nel mio cuore che niente può risanare.
depo 1995 by albamontori
Alcuni di quelli che hanno voluto e realizzato l'orrore di Srebreniza sono morti, molti altri però sono ancora in libera circolazione nel mondo, e sono probabilmente ancora orgogliosi di aver assassinato, violentato, torturato, sterminato insomma, una intera generazione di gente libera, laboriosa e pacifica a cui hanno preteso di togliere tutto, considerandola inferiore, sicuri che nessuno li avrebbe difesi.
Perché la stragrande maggioranza delle persone in circolazione sul pianeta è razzista, spesso senza neanche esserne consapevole, e i razzisti lo sanno bene.

Srebreniza vent'anni dopo è una ferita  ancora sanguinante nel cuore di quella cosa, che si vuole chiamare Europa ma è solo un'accozzaglia di nazionalismi più o meno potenti economicamente, che si fanno la guerra tra loro, come hanno fatto per secoli, usando commercio e banche, denaro insomma, al posto delle armi, perché produzione e commercio di armi sono la principale fonte di guadagno per tutti i Paesi che la compongono.

Srebreniza è stata la prova provata che l'ONU non esiste. Aveva ed ha scarsa o nulla autorità e non intende neanche esercitare la poca che ha in alcun modo che non sia puramente verbale.

Srebreniza è la prova provata che l'Unione Europea non esiste. Ha scarsa autorità fuori del settore finanziario e/o difensivo e la Nato ha solo un valore di deterrenza, limitandosi ad esercitarlo in modo puramente verbale.

Srebreniza è la prova provata che religioni ed etnie sono il pretesto dei prepotenti e dei violenti per aggredire e derubare di tutto ciò che possono, finanche della vita stessa, la gente pacifica, proprio perché lo è, pacifica.

Nessun presidente della Serbia dopo Milosevich ha mai chiesto neanche scusa ai Bosniaci per quanto fatto loro dal SUO popolo, neanche venti anni dopo. Anzi ancora c'è chi pretende di rivendicare diritti di proprietà e sovranità come serbo in Bosnia.

Il presidente serbo non ha chiesto né scusa né perdono, neanche oggi.
Così i cittadini bosniaci, 20 anni dopo, hanno contestato duramente la sua presenza alla commemorazione delle vittime del peggiore massacro razzista dopo la "soluzione finale" di Hitler, quello in cui a Srebreniza i Serbi hanno dato la caccia e sterminato gli uomini  e stuprato le donne  20 anni fa.
Così il Presidente di Serbia, che non si è neanche sognato di chieder perdono e scusa mille volte in ginocchio a nome dei suoi concittadini per quel che lui e i suoi compaesani avevano fatto 20 anni fa, ma si è limitato a firmare il libro delle condoglianze è stato invitato - un po' duramente - dai presenti ad andarsene...

Non riesco proprio a dare loro torto.  Anzi, credo proprio che i Bosniaci a Srebreniza oggi abbiano dimostrato una volta di più di esser gente pacifica e nonviolenta.
Ma la gente pacifica ha diritto a rimanerlo come  ha il sacrosanto diritto al rispetto per la propria dignità e alla solidarietà di tutti, contro chi vuole approfittare della sua pacificità!


Sarajevo 93.     Ceramica by albamontori 1993

martedì 30 dicembre 2014

Da RightsReporter:Esclusivo: ONG e la macchina dell’odio antisemita. Contro Israele la “strategia di Durban”

Una macchina delle menzogne contro Israele studiata a tavolino e perfettamente collaudata quella messa in piedi dalle ONG del “blocco anti-israeliano” e che Gerald M. Steinberg chiama la “strategia di Durban”.

By Rights Reporter -  dic 23, 2014

Nei giorni scorsi siamo tornati a parlare con diversi cooperanti di alcune ONG che operano in West Bank e a Gaza dopo che nello scorso mese di luglio avevamo approfondito il discorso sulla differenza tra “ONG vere” e odiatori di professione che operano in Palestina. Lo abbiamo fatto perché l’assalto diplomatico e mediatico contro Israele non è mai stato così forte e ne volevamo capire i motivi dato che proprio la cosiddetta “società civile” è una parte fondamentale di questo assalto.



Già in occasione del colloquio di luglio avevamo evidenziato come chi veramente lavora per la pace non ama molto quelle ONG come la ISM (International Solidarity Movement) e altre simili che non hanno realmente alcun progetto di sviluppo della Palestina ma hanno solo progetti volti a incrementare l’odio tra israeliani e palestinesi, e questo nonostante ricevano cospicui aiuti anche e soprattutto dall’Unione Europea. Apprendiamo così che alla base di tutto c’è una vera e propria strategia concordata tra le “ONG spazzatura”, un piano ben congeniato chiamato “strategia di Durban”.

A capire cosa sia la strategia di Durban giunge in nostro aiuto Ngo Monitor, una organizzazione che da anni monitora le attività delle Organizzazioni non Governative in Palestina. In particolare lo fanno attraverso le parole di Gerald M. Steinberg, già direttore del Program on Conflict Management and Negotiation presso la Bar-Ilan University ed editore di ngomonitor.org.

La strategia di Durban

Secondo Gerald M. Steinberg non vi è nulla di casuale nella strategia di Durban ma c’è un vero e proprio patto scellerato tra diversi attori della società civile, alcuni anche di importanza mondiale, come per esempio Amnesty International, Human Rights Watch e persino alcune agenzie delle Nazioni Unite. L’obbiettivo principale è quello di denigrare Israele e di farlo passare come un “nuovo Sud Africa”, ma anche quello di dare credito a menzogne storiche e di renderle così reali (una bugia ripetuta tante volte diventa verità). La strategia di Durban partì nel 2002 subito dopo l’inizio della “operazione scudo difensivo” e fu inaugurata dalle menzogne di Saeb Erekat sul supposto “massacro di Jenin” un massacro che non ci fu  ma che invece venne ripreso come “verità conclamata” dai maggiori media internazionali. Quella fu la prima vera prova generale di quella che poi sarebbe diventata una vera e propria strategia politico-militare adottata dalle ONG, dalla OLP e da Hamas, appunto la strategia di Durban. Da quella prima “prova generale” scaturirono decine e decine di nuove menzogne molte delle quali volte a dipingere Israele come uno Stato di apartheid. Menzogne sul muro difensivo, sulla discriminazione verso i cittadini arabo-israeliani, centinaia di false informazioni e fotografie sul conflitto di Gaza che in brevissimo tempo diventavano virali e sebbene più volte sbugiardate venivano spacciate come la verità assoluta.

Le ONG e la strategia di Durban

bds 

 Dal 2002 la strategia di Durban ha fatto molta strada ed è diventata un vero e proprio piano studiato a tavolino e messo in pratica da decine di ONG che dietro alla facciata “umanitaria” non fanno altro che fomentare odio usando in maniera sistematica la menzogna. A dare il via ufficiale alla strategia di Durban come vera e propria arma è stata una riunione tra i responsabili per il Medio Oriente delle maggiori ONG internazionali tra le quali Amnesty, URW, ISM, Christian Aid, IHH e altre del “blocco anti-israeliano”, riunione che, secondo quanto ci viene riportato da una ONG che vi partecipò credendo si trattasse di un coordinamento umanitario, avvenne nel giugno del 2009 nella sede della IHH a Istanbul, in Turchia. In quella occasione vennero definiti tutti i dettagli del “piano” e persino i suoi tempi di attuazione. In quella occasione si decise di potenziare la campagna di boicottaggio e disinvestimento contro Israele (BDS) decidendo anche come alimentarla con un sistema mediatico già collaudato e inaugurato proprio da Saeb Erekat con la finta strage di Jenin. Venne deciso di potenziare la battaglia per portare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale per “crimini di guerra”. Venne poi deciso di creare una vera e propria “macchina della menzogna”, una macchina potentissima che si avvale di centinaia di migliaia di volontari in tutto il mondo pronti a rilanciare qualsiasi menzogna su Israele e nel frattempo a oscurare (o cercare di giustificare) gli atti di terrorismo commessi da Hamas e dagli altri gruppi terroristici. Parole come “resistenza” in luogo di “terrorismo”, oppure “occupazione” in luogo di “terre contese” entrano quindi nel lessico comune dei fomentatori di odio. Fotografie dei massacri in Siria vengono consapevolmente e deliberatamente distribuite come atti successi a Gaza o in Cisgiordania. A dare peso alle menzogne non ci pensa solo il web dove queste menzogne diventano virali, ma soprattutto il “mantello umanitario” dal quel provengono. E la strategia di Durban decolla definitivamente.

Le altre ONG

Alla strategia di Durban si oppongono un manipolo, purtroppo ristretto, di ONG serie che invece di lavorare per fomentare odio lavorano per la pace e per programmi di sviluppo seri. Il problema è che non possono lavorare perché gli viene consapevolmente impedito. Per fare un esempio, un progetto per l’istruzione presentato da una importante ONG italiana da implementare in Cisgiordania non è stato approvato dalla Autorità Nazionale Palestinese solo perché, a detta loro, promuoveva la teoria dei “due Stati per due popoli”. Un progetto sanitario che avrebbe migliorato notevolmente l’autosufficienza a livello medico della Cisgiordania è bloccato da due anni (sebbene finanziato dalla Unione Europea) semplicemente perché la ANP non ha alcun accesso ai fondi e pretende una “tangente” su quei soldi. Quando l’Unione Europea ci ha risposto in merito alla destinazione dei fondi europei alla Palestina (qui trovate il report) abbiamo iniziato a cercare i riscontri scoprendo una marea di progetti di sviluppo finanziati ma mai implementati, in alcuni casi per la impossibilità delle ONG serie di implementarli e in altri casi per la vera e propria scomparsa dei fondi. Ma su questo torneremo a breve in maniera più dettagliata.

Quello che ci appare chiaro è che in Palestina operano due tipi di “organizzazioni umanitarie”, quelle della strategia di Durban che fomentano odio e vogliono una continua situazione di conflitto, e quelle serie che invece operano (opererebbero se gli venisse permesso) per la pace. Ai primi dei palestinesi on gliene frega nulla, ai secondi interessa solo operare per la pace. Purtroppo al momento sono i primi ad avere la meglio.

 Scritto da Noemi Cabitza e Sarah F.

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mercoledì 12 novembre 2014

Morto da 10 anni? E' veramente difficile dimenticare Abu Ammar, egiziano autoproclamatosi palestinese, che ha vinto il Nobel della Pace con il nome da battaglia: Yasser Arafat

Nota di Gianni Pellegrini  ripresa da Progetto Dreyfus, e che condivido in pieno ! 
Nulla di personale aggiunto, ha solo elencato e fatto parlare i fatti, nudi e crudi. 

Grazie a nome di chi non sa altro che fandonie e forse riuscirà ad aver voglia di sapere la verità.

<<Oggi ricorrono dieci anni dalla morte di Yasser Arafat.
Secondo l’agenzia stampa palestinese Ma’an, Abu Mazen ha dichiarato che presto i resti del compianto leader palestinese verranno trasferiti a Gerusalemme.
In una tv palestinese, Abu Mazen decanta il fondatore dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina descrivendolo come un “uomo di pace e una fonte di ottimismo che rimarrà immortale nei cuori del suo popolo”.
Beh, non solo nel cuore del suo popolo perché chi ha memoria storica come potrebbe dimenticare le sue azioni eroiche:
1 gennaio 1965 primo attentato ( fallito ) bombardando le condutture dell’acqua in Israele.
Tra il 1965 e 67 numerosi attentati contro villaggi israeliani, ferrovie, seminando morti e terrore.
1970 attentato al volo della SwissAir diretto a Tel Aviv: 47morti
1970 attentato ad uno scuolabus con un bazooka: 9morti
1970 dirottati i voli di TWA e Pan-Am
1972 attentato dall’aeroporto di Lod a Tel Aviv:27 morti
1972 attentato alle Olimpiadi di Monaco: 11morti
1973 attentato all’ambasciata saudita a Khartoum:morti 2americani e 1belga
1974 attentato in un condominio a Kiryat Shmona:11morti
1974 attentato alla scuola di Ma’alot:uccisi 21 bambini e 5 adulti a sangue freddo
1974 attentato a Beit She’an:4morti
13 novembre 1974: discorso all’assemblea delle nazioni unite con indosso la sua fondina - la sua arma gli è stata tolta all'entrata.
1975 attentato all’albergo savoy di Tel Aviv: uccisi 3soldati e 3 civili.
1978 attentato all’autobus direzione haifa-tel aviv: 21morti
1985: dirottata la nave da crociera Achille Lauro: ucciso Leon Klinghoffer (disabile gettato in mare con tutta la carrozzina) perché ebreo.
1993:si firmano gli Accordi di Oslo. Morale: nascono gruppi armati palestinesi come i Tanzim e le Brigate dei Martiri di Al Aqsa che porteranno a segno decine di attentati mortali contro i civili israeliani.
1996 Arafat dichiara ad una manifestazione a Betlemme: “Conosciamo solo una parola: jihad, jihad, jihad”
1998 nel giornale filogovernativo dell’Autorità Palestinese, Al-Hayat Al-Jadeeda, Arafat dichiara: “miei compagni di armi e di lotta, intensifichiamo la rivoluzione e la benedetta intifada, dobbiamo bruciare la terra sotto ai piedi degli invasori - gli israeliani ”.
LUGLIO 2000: ARAFAT RESPINGE L’OFFERTA DI EHUD BARAK DICENDO NO ALLA NASCITA DI UNO STATO DI PALESTINA
Settembre 2000: Arafat confessa alla moglie Suha il progetto della seconda intifada.
2003 il Fondo Monetario Internazionale scopre che Arafat ha sottratto 900 milioni di dollari dai fondi pubblici dell’Autorità Palestinese tra il 1995 e il 2000.
Nel 1997 Arafat si accorda con Hamas e la Jihad Islamica per coordinare gli attacchi contro Israele.
Arafat aveva nel suo libro paga tutti gli scagnozzi che uccidevano, perpetravano attentati e coordinavano attacchi suicidi contro i civili israeliani. 
Non ci credi? Allora vai a chiedere a Marwan Barghouti, leader dei Tanzim, condannato a cinque ergastoli e principale responsabile degli attacchi contro Israele nei primi anni del 2000.

Si, è proprio vero: è veramente difficile dimenticarsi di Abu Ammar, un egiziano che si professava palestinese e che ha vinto il Nobel della Pace con il suo nome da battaglia: Yasser Arafat.>>

Dai coltelli alla “Car Intifada” . Non è un fumetto, ma una orrenda realtà E L'ONU assieme all' UE TACE, anzi censura Israele ????




""TERZA INTIFADA, L'APPELLO DI BARGHOUTI: "È L'ORA DELLA RESISTENZA ARMATA". SUI SOCIAL NETWORK APPELLI A INVESTIRE I COLONI ""

pubblicato su
 http://www.huffingtonpost.it/2014/11/11/terza-intifada_n_6138484.html?utm_hp_ref=italy

Le macabre vignette di 


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dalla STAMPA di oggi, 11/11/2014, a pag. 12, con il titolo

"Canzoni, vignette e social network: investire i passanti diventa pop"


«Investi un bimbo di 2 mesi, investii coloni, trasforma la strada in una trappola, per AI Aqsa, investili, investili»: sono le strofe di «Car Intifada» la canzone che il tandem pop palestinese Anas Garadat e Abu Khayad ha postato su Facebook riscuotendo un successo che riassume e descrive le caratteristiche dei recenti attacchi anti-israeliani compiuti con trattori, auto e pulmini a Gerusalemme. 
Se la loro pagina Facebook «MoslimMan.Rok» da venerdì a oggi ha registrato oltre 350.000 visualizzazioni, oltre 25.000 «mi piace» ed è stata condivisa almeno 17.000 volte è perché quando recita «Benedetto Akari Ibrahim» - l'autore dell'attacco con il pulmino di mercoledì scorso che ha fatto un morto e 14 feriti - e ripete «Facciamolo per AI-Aqsa» declina la rivolta anti-israeliana in un gesto personale, facendone un vettore della cultura popolare palestinese.


Come fermare gli assassini (e chi li lascia fare)



Israele ha un problema, è chiaro. Un problema etico e politico che nelle ultime settimane si è molto aggravato. Voglio discuterlo con voi, nella speranza che voi possiate parlarne con altri, e magari convincerli a parlarne con altri ancora. Perché è necessario spiegare, chiarire e chiamare chi c'entra alle proprie responsabilità.

Il problema si può esprimere in questa maniera: che cosa bisogna fare con gli assassini? Meglio ancora, con coloro che cercano di commettere omicidi? Uno stato democratico e un popolo civile come fanno a fermare un'ondata di uccisioni?

La risposta è semplice, mi direte voi. Bisogna fermarli, scoprirli prima se possibile, se no arrestarli durante o dopo la loro azione, bloccarli se occorre anche con la forza. Buona risposta, condivido. Ma se gli assassini sono tanti? Lo stesso, mi dite voi, e in più arrestare gli organizzatori. E se i legami fra loro sono laschi, se agiscono soprattutto per imitazione e per ideologia, sulla base del fatto che episodi simili sono esplicitamente approvati dal loro ambiente? Come si va a prendere della gente che ha pochi legami organizzativi, singoli individui? Voi mi dite che bisogna seguire le armi. Pistole e mitra costano, le bombe non sono facilissime da costruire, ci vuole una rete, dei soldi: quelli vanno scoperti e sequestrati, quella deve essere indagata e bloccata. Così si arriva anche agli attentatori che vanno fermati, incarcerati, espulsi. Certo, è una tattica nota, che applicano anche i servizi di sicurezza europei e americani (quando dei giudici non processano gli agenti che difendono la nostra sicurezza, come è accaduto in Italia non tanto tempo fa).

Ma adesso c'è una novità. Gli assassini hanno capito di non aver proprio bisogno dei mitra e degli esplosivi. Come non hanno più bisogno di dirottare gli aerei, dopo che la sicurezza è stata rafforzata abbastanza da renderglielo impossibile. Certo, le azioni degli anni Settanta e Ottanta, con centinaia di passeggeri prigionieri nelle piste della Libia, della Giordania e dell'Uganda erano molto spettacolari, facevano una bella pubblicità. Ma quando non è stato più possibile sono passati agli attentatori suicidi. E ora, quand'è diventato difficile fare anche questi attentati? Semplice, si usano i sassi, le molotov, i coltelli. E le automobili. Tutti oggetti mortali, se usati con determinazione. Ma semplici da procurare, impossibili da bloccare, e così “poveri” da suscitare facilmente simpatia negli sprovveduti.

Chi di voi ha un'automobile? Avete mai pensato, avvicinandovi alle strisce pedonali di accelerare e travolgere un po' di passanti, magari qualche bambino, che non conoscete ma hanno l'aria di appartenere ai vostri avversari? Io guido da quasi cinquant'anni, francamente ho fatto molte trasgressioni, ho parcheggiato dove era proibito, ho superato i limiti di velocità... ma non ho mai pensato di usare la macchina come un'arma. E i sassi? Lo facevano i ragazzini disturbati dai ponti sull'autostrada, qualche anno fa. Ma chi ha pensato di usare le pietre per ammazzare i propri nemici? I sassi sono dappertutto e se ne tirate tanti, qualcuno certamente morirà... Non parliamo dei coltelli, che si trovano in ogni cucina, in ogni officina. Ve ne mettete uno in tasca e zac! lo infilate nella pancia al primo che passa. Non lo conoscete, ma anche lui fa parte della tribù che odiate.

Ecco, va così. In Israele va così, ma fra un po' andrà così anche nelle nostre strade, sono mode che si diffondono. Come reagisce un paese civile a un'epidemia del genere? Difendersi è molto difficile. Come faccio a sapere che la macchina che si avvicina mentre io passo sulle strisce non solo potrebbe non fermarsi per imprudenza, idiozia o ubriachezza, ma potrebbe proprio puntarmi addosso? Anche se evito di attraversare (difficile...), i marciapiedi non sono certo una difesa. E come faccio a sapere che lo sconosciuto che incontro non ha un coltello per sbudellare il primo che incontra, cioè proprio me? Se mi muovo in macchina, come mi garantisco da una scarica di sassi dietro alla prima curva? Se prendo un tassì, l'autista non potrebbe uccidermi? Se chiedo un passaggio, sono sicuro che non mi rapiscano? Se accetto di andare in gita con un compagno di lavoro, come posso sapere che non mi spaccherà la testa con una pietra, nel primo sentiero isolato? Lo ripeto, succede oggi in Israele, tutte queste cose sono accadute negli ultimi mesi, settimane, giorni (oltre a qualche pistolettata a un leader religioso che lo ha lasciato in fin di vita, questo lo sapete). Ma domani certamente avverrà qui.

E allora, come si reagisce? Il tassista che ha assassinato una ragazza sua cliente dalle parti di Nazareth, il clandestino che ha accoltellato il soldato a Tel Aviv, i due investimenti di Gerusalemme e quello di Gush Etzion, che finora hanno fatto quattro morti, il killer che ha sparato al rabbino Glick, non si conoscevano affatto, l'accoltellatore della ragazza uccisa ieri in Giudea: non avevano ricevuto armi o finanziamenti (almeno non granché). Non facevano parte di una rete. Non “lupi solitari” come ha scritto qualcuno in relazione agli attentatori della maratona di Boston o agli assassini di Tolosa e Bruxelles (vedete che sono già qui?). Piuttosto conformisti del crimine, imitatori, obbedienti ad appelli alla guerra santa. Come fermarli? Certamente si potrebbe permettere alle vittime di difendersi, allentare le regole di ingaggio per poliziotti e militari, si potrebbero fare rappresaglie, come abbattere le case degli attentatori. Probabilmente in Israele bisognerà farlo, per riguadagnare un po' di deterrenza, rendere più difficile il lavoro sporco degli assassini. Ma non basta e i rischi di aumentare il disordine sono grandi.

E allora? Bisogna punire i mandanti. Coloro che con la propaganda, la diffusione degli esempi, la santificazione degli attentatori precedenti, l'appello alle “giornate della rabbia” e altre idiozie del genere alimentano il crimine, in buona parte lo provocano. Almeno in Israele, non è difficile trovarli. Ci sono pesci piccoli nei movimenti islamici delle città arabe di Israele e perfino alla Knesset, il parlamento israeliano. Ma i pesci grossi sono altrove: a Gaza e a Ramallah. Hamas e Fatah. E per quanto riguarda Fatah, un nome fra tutti: il suo leader, che è anche il dittatore dell'Autorità Palestinese, da quasi dieci anni senza il fastidio di elezioni e da sei senza un parlamento: Mahmud Abbas. Netanyahu e Bennett l'hanno detto con chiarezza: il primo responsabile dell'ondata di omicidi è lui, un qualunque tribunale se il caso non fosse politico lo condannerebbe per apologia di reato e per concorso.

C'è però un piccolo problema, che la materia è politica. Che Abbas è l'uomo di Obama (e ora anche della Mogherini, io lo trovavo esteticamente più adatto alla Ashton, ma contenta lei...). Insomma, che è appoggiato massicciamente dalle diplomazie europee e americana. Le quali, prontissime a protestare pesantemente quando il governo israeliano annuncia che si è firmata la licenza edilizia per un paio di palazzi in un sobborgo di Gerusalemme (“questo fatto è grave e suscita dubbi sulla volontà di pace del governo israeliano”) sugli assassini di gente qualunque, di bambini di tre mesi, di ragazza, di passanti (purché abbiano l'aria ebraica, naturalmente), non dicono niente. Dunque, Abbas è il mandante e i leader americani e europei ne sono i complici. Ci sarebbe un solo modo per fermare gli attentati “a bassa intensità” come quelli di questi giorni: che le diplomazie internazionali rendessero chiaro ad Abbas che se continuano gli omicidi sarà lasciato al suo destino, senza un euro o un dollaro e senza appoggi politici. Ma questo non accade. Tutto il contrario, quanto più Fatah e i media dell'Autorità Palestinese (che sono sotto il controllo di Abbas) spargono l'epidemia dell'omicidio libero, tanto più gli europei si affrettano a riconoscerlo, a tributargli onori.



C'è un solo modo per fermare i complici degli assassini, rendere chiaro che lo sono. Provo a farlo qui.
Signori commons, membri del parlamento inglese; signori membri del governo svedese, signori senatori irlandesi, eccellenza Lady Pesc, guardatevi le mani: sono sporche. Dello stesso sporco di cui Macbeth non riusciva a pulirsi, per quanto si lavasse continuamente, di uno sporco che non va via e di cui siete responsabili di fronte alla storia: quello del sangue delle vittime innocenti che anche grazie ai vostri “obiettivi politici”, al vostro “riconoscimento”, alla vostra teoria di uno stato palestinese inesistente ma necessario, per cui si può bene consumare qualche assassinio, sono state prese di mira e uccise.
Voi non avete ammazzato nessuno, è chiaro.
 Il sangue non lo avete sparso voi.
 Ma state lasciando che questo avvenga. 
Non potete fare finta che non vi riguardi.

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli