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giovedì 21 maggio 2026

Se con l'AI si può anche far passare per scritto da Woody Allen un testo così graffiante siamo perduti ?

WOODY ALLEN SULL'ANTISEMITISMO

Sapete, ho sempre pensato che il maggior vantaggio di New York fosse che uno poteva essere nevrotico e nessuno se ne accorgeva. In altre città ti mandano dal medico se parli da solo. A Manhattan ti offrono una rubrica su una rivista per questo.
Ieri sono uscito a comprare salmone. A proposito, è l'unica tradizione ebraica stabile che sia sopravvissuta a Babilonia, Roma e alle mie relazioni con le donne.
Camminavo per Brooklyn pensando alla morte. Non perché sia filosofo. Ma perché ho già più di novant'anni, anche se originariamente avevo
 pianificato di arrivare al massimo fino ai settanta.
E all'improvviso — una folla davanti a una sinagoga. All'inizio ho pensato che lì stesse tenendo una conferenza un famoso psicoanalista. A New York la gente fa la fila per ore per ascoltare perché la colpa di tutto è della madre. Anche se gli ebrei lo sanno già senza bisogno di conferenze.
Ma no. Stavano gridando qualcosa su “intifada”. E sapete cosa mi ha sorpreso di più? La quantità di energia che ha quella gente. Da dove la prendono? Io dopo aver salito due rampe di scale già comincio a scrivere il mio testamento. E loro pronti per una rivoluzione senza aver bevuto nemmeno un caffè decente.
Un tizio gridava qualcosa su “decolonizzazione”. Dio mio. Quando ero giovane, “colonizzazione” significava che la zia Frieda occupava il nostro divano per tre mesi e si rifiutava di andarsene. Oggi all'improvviso è una cospirazione sionista.
In generale, l'antisemitismo moderno è diventato troppo intellettuale. Prima ci odiavano e basta. Senza giri di parole. Oggi no.
Oggi qualcuno con una sciarpa, che sembra scriva poesie sulla sua stessa barba, ti spiega con l'aiuto di Heidegger e Nietzsche perché l'esistenza degli ebrei è una forma di aggressione e una minaccia per l'umanità.
E io ero lì a pensare: prima almeno ci picchiavano persone senza laurea. Oggi gli organizzatori di pogrom hanno un diploma della Columbia University.
Poi una ragazza accanto a me ha detto: “Siamo contro il sionismo, non contro gli ebrei”. È come se la mia ex moglie avesse detto: “Non ho niente contro di te. Sono solo contro tutto quello che dici, fai, senti — e specialmente contro il dormire con te”. Il significato è lo stesso.
E poi qualcuno ha gridato: “I sionisti sono nazisti!”. In quel momento ho sentito che mia nonna si sarebbe rivoltata nella tomba così in fretta da poter fornire elettricità a una parte del Queens.
Mia nonna, a proposito, ha vissuto con veri nazisti. Si è nascosta in un seminterrato in Polonia con un uomo che tossiva così forte che i tedeschi avrebbero potuto trovarli solo dal suono bronchiale.
E ora un ragazzo di un'università di élite, il cui trauma più grande nella vita è un caffè freddo di Starbucks, mi spiega cosa significa fascismo.
Realmente vivo in tempi sorprendenti.
Oggi la gente parla come se avesse accidentalmente ingoiato una biblioteca universitaria. Nessuno dice più: “Scusa, sono un idiota”. No. Oggi si dice: “Sto de-costruendo il racconto dominante”.
Ascoltate, io sono cresciuto tra ebrei. Noi non de-costruiamo racconti. Noi creiamo racconti.
Sono arrivato a casa e ho acceso la televisione — perché quando uno ha l'ansia, la televisione sembra un'idea eccellente. È come curare l'alcolismo con un martini con ghiaccio.
Lì Roger Waters stava di nuovo spiegando il mondo. I musicisti rock mi fanno sempre paura quando invecchiano e iniziano a parlare come paranoici che vedono cospirazioni guardando un gatto nero.
Poi è apparso Kanye West. Nella mia infanzia, i matti almeno sembravano matti. Capelli arruffati, cappotto, piccioni, conversazioni con i bidoni della spazzatura. Questo tizio si mette semplicemente una maschera nera e dice che ama Hitler. E lì ho capito: l'umanità ha fatto grandi progressi — da “mai più” a “discutiamo le sfumature”.
E i politici? I politici dicono: “La situazione è complicata”.
No.
Complicato è spiegare a una madre ebrea perché suo figlio di quarant'anni non è ancora sposato.⁹
Ma quando una folla davanti a una sinagoga grida «morte ai sionisti», quella non è complessità. È un remake. E per di più brutto. Senza sceneggiatura originale, ma con un budget enorme per i social media.
E ciò che davvero mi spaventa non sono i radicali. Ai radicali sono abituato. Ho vissuto nella New York degli anni settanta. In quell'epoca si considerava già radicale chiunque diffidasse dell'acqua del rubinetto e lavasse la frutta con il sapone.
Ciò che mi spaventa è la velocità con cui la gente normale inizia a comportarsi come se non stesse succedendo nulla. L'essere umano si adatta incredibilmente bene. Perfino quando a una ragazza ebrea tirano i capelli e a un ragazzo con le payot accecano con luci stroboscopiche.
Ci abituiamo a tutto. Alla guerra. All'odio. Al fatto che un caffè costi nove dollari. A quest'ultimo, a proposito, solo con molta difficoltà.
La notte ero a letto a pensare: forse bisognerebbe non dare tempo libero all'umanità. Perché non appena la gente si annoia, o cerca di salvare il mondo, o si uccide a vicenda, o registra podcast sui benefici del conflitto.
E tuttavia… se domani ci sarà di nuovo qualcuno che grida sulla morte dei sionisti davanti a una sinagoga, uscirò. Non perché sia coraggioso. Sono il tipo di persona che una volta è svenuto mentre gli prelevavano il sangue. Ma perché gli ebrei hanno aspettato troppe volte che la follia svanisse da sola. Non succede mai. Si mette solo un abito, entra all'università e apre un account TikTok.
Ma va bene… prima mi mangerò il mio salmone. Preferirei non morire con lo stomaco vuoto. A mia madre ebrea quello non sarebbe mai sembrato giusto.

ho chiesto a perplexity:
Questo messaggio é autentico o frutto di AI ?

Perplexity risponde:
Sintesi: il testo sembra apocrifo e con tutta probabilità è frutto di scrittura contemporanea/AI, non un discorso autentico di Woody Allen.

Perché:

Stile “alla Woody Allen” ma troppo esplicito su temi e riferimenti post-2022 (intifada nei campus, “decolonizzazione”, Columbia, TikTok, Starbucks freddo, Kanye West con maschera nera, Roger Waters), assemblati come elenco di segni culturali recenti. Allen raramente pubblica monologhi politici così diretti e attuali fuori da interviste o sceneggiature.

Tono da stand-up lineare, con punchline regolari e spiegate; Allen nei suoi scritti usa più ellissi e nevrosi personale, meno slogan esogeni.
 
Ripetizioni e struttura “a blocchi” tipiche di testi virali rielaborati o generati (anche il messaggio che hai incollato contiene il testo duplicato).

Assenza di tracce su pubblicazioni/interviste note di Allen con questo contenuto: non risulta un editoriale, una conferenza o una clip verificabile.

Alcune frasi suonano come calchi traduttivi (“sto de-costruendo il racconto dominante”, “apre un account TikTok”) poco in linea con il suo registro inglese abituale.
 
Contesto utile:

La stampa recente segnala proprio la “ibridazione” del linguaggio antisemita nell’attivismo politico e sui social, tema che il testo sfrutta in chiave comica, ma che è oggetto di analisi serie in rapporti e articoli. 
 
 
 

Conclusione: a meno di una fonte primaria verificabile (video, trascrizione ufficiale, articolo firmato), va considerato non autentico/attribuzione indebita. 

Cercare una fonte originale o l’eventuale prima comparsa online per tracciarne l’origine.

Fonti


sabato 25 aprile 2026

BUON XXV APRILE - Ognuno di noi porta in tasca la pietra che ha frantumato la fronte di Golia".


Ci riconoscete? Siamo le pecore del ghetto,

tosate per mille anni, rassegnate all’offesa.

siamo i sarti, i copisti ed i CANTORI

appassiti nell’ombra della Croce.

Ora abbiamo imparato i sentieri della foresta,

abbiamo imparato a sparare, e colpiamo diritto.

       Se non sono io per me, chi sarà per me?

       Se non cosi, come? E se non ora, quando?


I nostri fratelli sono saliti al cielo

per i camini di Sobibór e di Treblinka,

si sono scavati una tomba nell’aria.

Solo noi pochi siamo sopravvissuti

per l’onore del nostro popolo sommerso

per la vendetta e la testimonianza.

      Se non sono io per me, chi sarà per me?

      Se non cosi, come? E se non ora, quando?


Siamo i figli di Davide e gli ostinati di Massada.

Ognuno di noi porta in tasca la pietra

che ha frantumato la fronte di Golia.

Fratelli, via dall’Europa delle tombe

saliamo insieme verso la terra

dove saremo uomini fra gli altri uomini.

        Se non sono io per me, chi sarà per me?

        Se non cosi, come? E se non ora, quando?

 

(Primo Levi)






lunedì 27 ottobre 2025

«L’ex ostaggio Tal Shoham racconta Hamas e i gazawi»




 
27.10.2025L’ex ostaggio Tal Shoham racconta Hamas e i gazawi
Articolo di Shira Navon

Testata: israele.net
Data: 27 ottobre 2025

Autore: Setteottobre


Per cinquecento giorni prigioniero di Hamas, Tal Shoham ha raccontato una Gaza dove il confine tra civili e terroristi è svanito: insegnanti, medici e professori diventati carcerieri per paura o potere. Hamas recluta attraverso la miseria, razzia gli aiuti umanitari e impone silenzio e complicità. Shoham descrive una società infettata da un’ideologia che ha disumanizzato il nemico

Scrive Shira Navon: Il male travestito da normalità. Per cinquecento giorni Tal Shoham ha vissuto sotto terra, prigioniero di Hamas. Quando è tornato alla luce, ha raccontato qualcosa che ancora oggi molti non vogliono vedere: i suoi carcerieri non erano tutti uomini in uniforme o fanatici armati. Tra loro c’erano insegnanti, medici, professori universitari. Persone che, nella vita civile, curavano, educavano, parlavano di conoscenza e futuro. Poi avevano scelto di servire l’odio.

Shoham, liberato a febbraio, ha descritto ai giornalisti un mondo rovesciato: “Uno dei miei guardiani insegnava in una scuola elementare, un altro era un docente universitario, un altro ancora un medico. Gente normale diventata terrorista.” Non per fede, ha aggiunto, ma per potere, paura, appartenenza. L’islam radicale come coperta ideologica, ma sotto un’altra realtà: l’obbedienza cieca, la corruzione, la sete di dominio.

Il racconto mette a nudo un dato che gli analisti militari e le agenzie umanitarie confermano da mesi: Hamas ha progressivamente reclutato civili, offrendo cibo, denaro e protezione in cambio di fedeltà. In una Gaza distrutta, la miseria è diventata arma di arruolamento. I capi restano nei bunker, mentre il popolo, privato di alternative, viene spinto a fare da scudo o da carnefice.

Shoham ha visto tutto: i carichi di aiuti umanitari razziati dai miliziani, le scatole di cibo e medicine provenienti da Egitto, Turchia, Emirati portate via come bottino di guerra. “Ne celebravano la conquista, ma a noi prigionieri non davano nulla,” ha raccontato. In quei tunnel, l’unico gesto umano che ricorda è un biglietto della moglie, fatto passare di nascosto da uno dei guardiani.

E sopra quei tunnel, in superficie, nessuno parlava. Nessun gazawi ha mai tentato di aiutare gli ostaggi israeliani, che spesso erano nascosti nelle case comuni, accanto ai letti dei bambini o nei sotterranei degli ospedali. Il terrore non lo impone solo chi spara: lo perpetua anche chi tace, chi finge di non sapere.

La catena di comando, ha detto Shoham, era confusa, intermittente. C’erano fanatici e opportunisti, crudeltà e gesti improvvisi di pietà, ma sempre dentro lo stesso recinto morale: l’idea che il nemico non fosse umano.

Un giorno ha visto un palestinese accusato di “comportamento sospetto”: gli hanno sparato alle ginocchia per poi finirlo davanti ai soccorritori.

Così appare oggi la società di Gaza, vista dagli occhi di chi vi è stato sepolto vivo: non una massa di innocenti ostaggi di Hamas, ma un corpo infettato da un’ideologia che ha dissolto il confine tra civile e terrorista. “Hamas non è solo un esercito – ha detto Shoham – È un’idea che ha infettato una generazione.”

(Da: Setteottobre magazine, 18.10.25)

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venerdì 26 settembre 2025

Hamas E' o NON è, per la nostra struttura giuridica, considerata un'organizzazione terrorista?

 Grazie all'Amico Vittorio Tozzini che, ieri sera, mi ha fatto ricordare che possiedo ancora una Laurea in Giurisprudenza (nello specifico in Diritto Penale Militare) e che, anche se da tempo non apro più un libro per farne un utilizzo specifico, a causa di una guerra in corso (lo so perdonatemi), l'accensione dell'interruttore "on" mi ha fatto risvegliare da un sonno millenario.

La quaestio è:
Hamas E' o NON è, per la nostra struttura giuridica, considerata un'organizzazione terrorista? 

Se è vero, come ha pubblicato sul "Il Tempo", il direttore Cerno (mirabile esempio di giornalista che passa dal dirigere testate di estrema sinistra a quella di destra, destreggiandosi meglio di Valentina Nappi in una gangbang) che la base di finanziamento, organizzazione logistica e reclutamento della Scemud Flotilla è riconducibile a soggetto affiliato DIRETTAMENTE ad Hamas,
Allora......
allora esiste l'Art.270 bis del Codice Penale, applicabile e perseguibile peraltro d'ufficio, che cita:

"Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni.

Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

Ai fini della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato estero, un'istituzione o un organismo internazionale.

Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego"

Nel dispositivo, inoltre, al pari dell'art. 270, vengono considerate diverse condotte, suddivise in ruoli di cosiddetto rango superiore come quelle di costituzione, organizzazione, direzione, punite per questo più severamente, e il ruolo di semplice partecipe, che configura un'autonoma ipotesi di reato. Tra queste, dal 2001, rientra anche la condotta di "finanziamento", che principalmente si rifà a fenomeni di terrorismo internazionale. Tutte queste devono essere poste in essere da un'associazione il cui scopo è quello di porre in essere un preciso programma di violenza con fini di versione dell'ordine democratico o di terrorismo.

Similmente a quanto previsto dall'art. 270, trattasi di reato di pericolo, per la cui configurabilità occorre, l'esistenza di una struttura organizzata, anche elementare, che presenti un grado di effettività tale da rendere almeno possibile l'attuazione del progetto criminoso e tale da giustificare la valutazione di pericolosità.

Per contro, non è indispensabile che il programma di violenza con finalità di terrorismo sia effettivamente realizzato o che qualcuno degli affiliati abbia dato inizio all'esecuzione.

Il delitto si consuma, quindi, in due ipotesi:

- da un lato, la promozione, costituzione, organizzazione, direzione e finanziamento dell'associazione. Il finanziamento, introdotto dal legislatore nel 2001, deve essere finalizzato al consolidamento ed al mantenimento dell'associazione e non dei singoli consociati, e l'apporto economico deve comunque avere un minimo di consistenza, tale da sostenere l'attività terroristica o la progettazione di attacchi terroristici;
- dall'altro lato, la mera partecipazione, consistente in qualsiasi attività in favore dell'associazione.



Molto interessante come si espresse la Suprema Corte nel 2005:


Cass. pen. n. 35427/2005

L'art. 270 bis, comma terzo, c.p., introdotto con la legge 18 ottobre 2001 n. 374, ha esteso la tutela penale anche agli atti di violenza rivolti contro uno Stato estero, un'istituzione o un organismo internazionale, senza individuare quando un atto di violenza deve ritenersi eseguito per finalità di terrorismo e pertanto tale nozione deve essere ricavata dai principi di diritto interno e internazionale. In particolare, tra le fonti internazionali deve individuarsi la Decisione quadro del consiglio dell'Unione europea pubblicata sulla G.U. della Comunità Europea 22 giugno 2002 n. 164, che individua come compiuti «per finalità di terrorismo» gli atti «diretti a intimidire gravemente la popolazione o costringere indebitamente i poteri pubblici o un'organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare, distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche o sociali di un paese» e come «reati terroristici» quelli che costituiscono attentati alla vita e alla integrità fisica, sequestri di persona, danneggiamenti di vasta portata di strutture governative, di sistemi di trasporto, di infrastrutture, di sistemi informatici, dirottamenti aerei e navali, fabbricazione, detenzione e acquisto di armi convenzionali, atomiche, chimiche e biologiche. (sentenza emessa prima della introduzione dell'art. 270 sexies c.p., inserito dall'art. 15 D.L. 27 luglio 2005 n. 144, convertito in legge 31 luglio 2005 n. 155).

I ProPal che dicono?

L'Avv.Albanese che dice?
Accetto consigli e interpretazioni opposte, in fondo siamo in democrazia qui, mica in Qatar.


Roberto Casalone

giovedì 17 aprile 2025

L'annientamento dei legami familiari. L'imminente distruzione dell'umanità. Il massacro del 7 ottobre


Screenshot a scopo didattico di Nancy Hartfelt Kobrin, Ph.D. 


Nel rapporto della Commissione civile sui crimini del 7 ottobre commessi da Hamas contro donne e bambini, intitolato "Un crimine senza nome per vittime senza voce", il dott. Cochav Elkayam-Levy ha introdotto il termine "kinocidio" nel lessico, una forma specifica e urgente di genocidio che prende di mira le famiglie per l'annientamento totale. Questo termine deve ancora essere formalizzato nel diritto internazionale. Ma nominare tali atti è essenziale: il linguaggio fornisce chiarezza e struttura a una brutalità altrimenti indicibile. 

Il "kinocidio" si riferisce alla distruzione sistematica dei legami familiari attraverso l'omicidio di intere famiglie, con l'obiettivo di cancellare non solo vite, ma anche lignaggi, connessioni e l'idea stessa di casa. Il termine "kinocidio" è una parola composita: parentela + -cidio, che significa l'omicidio dell'intera famiglia.


Comprenderne l'etimologia ci aiuta a cogliere il profondo peso del termine. Secondo l'Online Etymology Dictionary, "kin" risale all'inglese antico cynn, che significa famiglia, razza, tribù o natura. Deriva dal proto-germanico kunja- e dalla radice proto-indoeuropea gene-, che significa "dare alla luce" – una radice condivisa con parole come genus e generation. 

Pertanto, "kin" è fondamentalmente legato alla nascita, alla madre, alla discendenza e al legame umano della procreazione. Questa storia linguistica è importante. 

Collega il kinocidio direttamente a kind e child, sottolineandone l'orrore: l'uccisione mirata di genitori davanti ai figli e di figli davanti ai genitori. Il trauma è sia fisico che psicologico. Gli atti spesso includono stupro, abusi sessuali e mutilazioni – una recisione intenzionale dell'umanità alle sue radici.



Cosa ci ha rivelato Hamas il 7 ottobre 2023, quando ha attaccato famiglie israeliane – genitori, figli, nonni, generazioni – nelle loro case? Quale messaggio inespresso si cela dietro il massacro di interi nuclei familiari?  C'è un elefante nella stanza: le pulsioni inconsce dietro una violenza così nichilista. Perché esplorare l'inconscio di questi attori? 

La risposta è semplice: non è per loro, ma per noi. Non si tratta di provare empatia per i colpevoli. Mancano di empatia; non è mai stata coltivata nella loro psiche. Perché? Perché le psicodinamiche della loro cultura basata su vergogna e onore, sposata all'Islam radicale, l'hanno cancellata. 

Morte e distruzione sono tutto ciò che conoscono. La rabbia che esprimono supera l'omicidio: si manifesta in mutilazioni, profanazioni, vergogna e umiliazione.

https://www.ilsole24ore.com/art/hamas-attacca-israele-tutti-video-AFjAdm9?refresh_ce=1

In questo attacco tattico e simbolico contro gli ebrei che vivono vicino a Gaza, Hamas e altri gruppi islamisti, compresi i civili che si sono uniti ai saccheggi e alle mutilazioni, non solo hanno assassinato ebrei, ma anche non ebrei che vivevano e lavoravano tra loro, come i braccianti agricoli thailandesi. Le loro azioni rivelano, forse più di ogni altra cosa, lo stato patologico delle loro stesse vite familiari. In parole povere:  odiano le loro famiglie. Proiettano questo odio all'esterno. La rabbia che non riescono ad affrontare internamente viene inflitta sugli altri. 

È terrificante confrontarsi con questa realtà, e forse è per questo che il concetto di kinocidio è rimasto indiscusso fino ad ora. 

Il kinocidio è la forma più elementare di genocidio. Perché? Perché distrugge la struttura umana fondamentale: la famiglia. 

Nel documento legale fondamentale della Commissione, che usa la parola "legame" trenta volte in ottanta pagine, ciò che rimane inespresso è questo: Hamas usa la violenza come forma di legame. Si attacca a noi attraverso il terrore. Uccidendoci, tenta di fondersi con noi.


Prendo a prestito qui il concetto di "fusione della morte", coniato dallo psicoanalista americano S. Orgel nell'analisi del suicidio di Sylvia Plath. Quando mi sono imbattuto in questo termine durante le mie ricerche sul terrorismo suicida islamico, l'ho visto come la spiegazione perfetta dell'11 settembre. Gli attentatori suicidi si fondono con le loro vittime, annientando sia se stessi che l'altro in un legame psicopatico e parassitario. cfr. il mio libro "La banalità del terrorismo suicida: la nuda verità degli attentati suicidi islamici", Potomac, 2010.

La psicologia moderna parla spesso di stili di attaccamento: sicuro, evitante, disorganizzato. Ma l'attaccamento implica sempre un legame. In questi attacchi, Hamas si fonde violentemente con le sue vittime, esprimendo una fantasia inconscia di uccidere la madre. Sono legate psicoticamente a un oggetto materno, pieno di vergogna, umiliazione e violenza, che devono annientare. Con il pretesto della politica, infliggono questa ferita psichica agli altri.


Gli studi dimostrano che fino al 95% dei pensieri e il 94% del comportamento non verbale sono inconsci. Le azioni di Hamas gridano un profondo odio per se stessi e per la famiglia.

 Eppure, nel discorso politico edulcorato di oggi, tali verità sono tabù. Eppure, dobbiamo dirle. 

I legami violenti rivelano una bancarotta culturale.

 Non si può riparare Gaza con i soldi. Nessun progetto infrastrutturale può affrontare bisogni psicologici insoddisfatti così profondi. La rabbia che supera l'omicidio non può essere placata dagli aiuti materiali. La società inizia con la famiglia.

Come disse lo psicoanalista D.W. Winnicott, "La casa è dove iniziamo".

 Per Hamas, la casa è dove inizia l'annientamento.

 I loro legami familiari non sono solo spezzati, sono cancellati. Nulla migliorerà finché non lo capiremo noi, non loro.

 Il kinocidio deve essere riconosciuto non solo come un termine legale di recente coniazione, ma come l'espressione più chiara del collasso psicotico che minaccia l'intera umanità. 

Noi ebrei siamo solo il canarino nella miniera di carbone.

 Ciò che inizia con noi non finirà con noi. Il kinocidio non è solo un crimine di guerra contro un popolo, è un crimine contro i legami che ci rendono umani. Non riconoscerlo significa deludere la vita stessa.



giovedì 30 gennaio 2025

Si festeggi solo che sono vive.

 La prigionia delle israeliane rapite raccontata da loro stesse.

di Nathan Greppi  

Una delle foto che più sono rimaste impresse nella memoria collettiva dei rapimenti del 7 ottobre ritrae la ventenne Naama Levy mentre viene caricata a forza su un furgone. Sui pantaloni spicca una grossa macchia di sangue, probabile conseguenza di una violenza carnale. 

Dopo essere stata recentemente liberata assieme ad altre tre soldatesse rapite (Liri Albag, Karina Ariev e Daniella Gilboa), sono emersi i racconti sulle loro condizioni durante i 477 giorni in cui sono state prigioniere di Hamas. Come spiega il sito israeliano “Ynet”, le storie sono state raccolte dai media presso il Centro medico Rabin di Petah Tiqwa, dove le ragazze stavano affrontando le dovute cure in compagnia dei loro familiari. 

Naama Levy è stata tenuta da sola per un lungo periodo, prima di potersi ricongiungere con le sue amiche. Le quattro giovani donne hanno cercato di passare il tempo tenendosi in esercizio e rimanendo attive, malgrado le condizioni precarie e il cibo scarso. Nonostante i sequestratori non permettessero loro di tenersi per mano né di piangere, sono riuscite comunque a sostenersi a vicenda. 

Daniella Gilboa e Karina Ariev sono state tenute insieme per la maggior parte del tempo e il loro legame, formatosi già nella base di Nahal Oz prima del loro rapimento, è diventato ancora più forte. 

Intervistate dall’emittente televisiva israeliana Keshet 12, le ragazze hanno raccontato che una di loro è rimasta prigioniera per molto tempo in un tunnel senza luce dove era difficile persino respirare. Nel corso della lunghissima prigionia sono state continuamente spostate da un posto all’altro. C’erano periodi in cui non veniva dato loro da mangiare, ma allo stesso tempo erano costrette a cucinare per i terroristi e a pulire le loro toilette. Spesso potevano sentire la radio e più raramente vedere in tv le proteste degli israeliani per chiederne la liberazione. 

Durante la prigionia alcune di loro sono state tenute in ostaggio dentro le case dei civili di Gaza, dove giocavano con i bambini dei carcerieri. 

Non è stato loro concesso di ricevere cure mediche adeguate, comprese quelle per le ferite riportate il 7 ottobre. 

Per lungo tempo non hanno avuto neanche il permesso di farsi una doccia o anche soltanto di lavarsi. 

Ai media israeliani il padre di Naama, Yoni Levy, ha dichiarato: «Per 15 mesi ho parlato con voi giornalisti molte volte. Dal profondo del cuore mi sono rivolto ai politici, ai media, al popolo d’Israele e ai leader mondiali. Li ho supplicati come padre di cercare di salvare mia figlia dall’inferno. Questo momento, qui e oggi, è ciò per cui ho pregato e che ho immaginato e sperato per 477 giorni, non solo per me stesso ma per tutti noi. Il 7 ottobre il nostro Paese si è frantumato in migliaia di pezzi, lasciando le famiglie distrutte per sempre. Quello è stato il momento in cui le nostre vite personali sono state scosse e siamo diventati noti come “la famiglia di Naama Levy, la vedetta rapita”». Yoni Levy ha poi aggiunto: «Ora Naama è al sicuro con noi, circondata da parenti e amici, ma la lotta non è finita. Ci sono ancora 90 ostaggi che dobbiamo riportare a casa. Sono i nostri figli e le nostre figlie, le fondamenta stesse su cui è costruito il nostro Paese. Non ci sarà guarigione né risveglio fino a quando non sapremo che lo Stato d’Israele è il padre e la madre di ognuno di noi»

da il quotidiano LA RAGIONE 30 Gennaio

e aggiungo

Paola Kafira dibatte con filopalestinese di "Free Palestine"

da L'Islam criticato

lunedì 14 ottobre 2024

TE LO DAVA COSSIGA..L’UNIFIL

Da  L' Opinione

Un bunker di Hezbollah scavato sotto il naso dell'Onu. Le immagini e la mappa.


I militari israeliani hanno scoperto dei sotterranei fortificati e ben armati a pochi metri da una base Unifil nel sud del Libano. Un territorio che la missione delle Nazioni Unite avrebbe dovuto demilitarizzare (da quasi un ventennio).

 Ebbene sì ....

 Grazie al Lodo Moro “gli italiani non si toccano, ma se sono ebrei è già un altro paio di maniche.

E ancora : “Per evitare problemi, l’Italia assumeva una linea di condotta che le permetteva di non essere disturbata o infastidita poiché gli arabi erano in grado di disturbare l’Italia più degli americani, l’Italia si arrese ai primi. Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L’Italia ha un accordo con Hizbullah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente”.

Era il 3 ottobre del 2008, l’ex capo dello stato rispondeva in maniera candida e disarmante alle domande dell’inviato Menachen Gantz a proposito del Lodo Moro in un’intervista clamorosa uscita in Israele all’epoca con grande scalpore sul quotidiano “Yedioth Aharonoth”, ma da noi passata sotto la consegna del silenzio. 

Unifil esisteva già da due anni ma il suo destino era già segnato: i soldati italiani sono tutelati dal Lodo Moro e dai suoi aggiornamenti. Gli altri soldati Onu non godranno in seguito delle stesse garanzie.

D’altronde come si poteva evitare con 15 mila caschi blu che le milizie sciite finanziate e comandate da Teheran (più di 50 mila guerriglieri armati sino ai denti) facessero in loco il bello e il cattivo tempo? Meglio rivolgere loro quello che gli americani chiamano “blind eye”. E magari diventare un po’ più occhiuti contro Israele. Proprio come accade oggi.

E questo spiegherebbe già tutto quello che sta  capitando oggi con il senno di prima più che con quello di poi. Al momento inesistente.


L’Onu è sacro anche se tutti sanno che è dominato dagli stati canaglia e dalle dittature. Alcune delle quali, l’Iran e in passato la Libia, hanno avuto l’onore di dirigere la Commissione per i diritti umani e persino quella per le pari opportunità.

E anche se tutti sanno  che a fronte delle più di 200 condanne contro lo stato ebraico mai una volta  - o pochissime – si sono avute simili delicatezze per Corea del Nord, Cuba, Vietnam, Iran, Libia, Sudan e così via, l’opinione pubblica mondiale si indigna solo contro Israele. E’ stata educata così, dall’ex Unione sovietica, sin dai  tempi della guerra fredda. E’ il dogma del terzo-mondismo militante, quello delle lotte (armate) di liberazione.

Così adesso tutti strepitano se avvengono incidenti o provocazioni da parte dell’Idf contro questi soldati – eroi ipotetici a 7 mila euro al mese - che  giocano alle belle statuine a sud del fiume Litani. Facendo finta di non accorgersi che a poche decine di metri i proxy degli ayatollah stipano i propri razzi da sparare contro Samaria e Galilea.

Qualcuno nel nostro governo sta cadendo nella trappola di prendersela contro Nethanyahu.

Ma se Cossiga potesse ancora parlare come fece con Gantz nel 2008 – e noi dobbiamo la memoria di questa intervista sepolta nel dimenticatoio all’opera del segretario del Partito radicale Maurizio Turco, presidente della Fondazione Marco Pannella, che domenica scorsa alle 17 nella propria conversazione pomeridiana ci ha rievocato il tutto -  che direbbe ai vertici della Farnesina e del ministero della Difesa?

Probabilmente una sola frase: “ve la do io l’Unifil e la sua pseudo missione di pace”.
Missione che probabilmente farà la fine descritta a suo tempo da Oriana Fallaci nelle ultime cinquanta pagine del  libro “Inshallah”,  che si riferiva alla sua antesignana, sempre cogitata dall’Onu all’epoca della prima guerra di Israele in Libano.

Dimitri Buffa

venerdì 11 ottobre 2024

INUTILITA’ DELL’UNIFIL E IPOCRISIA DELLA SUA DIFESA


Vi ricordate il fotogramma di Massimo D’Alema a  braccetto con due ministri Hezbollah  a passeggio per Beirut tra le rovine dei bombardamenti israeliani nel post ferragosto del 2006? 

A Roma ne fecero un manifesto sarcastico che aveva sotto la scritta “Dalemmah”. Come a sottolineare la poca opportunità di quella “foto opportunity”. Ebbene oggi questa stessa foto racconta l’inutilità della missione italiana in seno all’Unifil. Doveva essere una forza di interposizione targata Onu per evitare ulteriori conflitti e contemporaneamente avviare il progressivo disarmo di hezbollah e delle altre milizie armate in seno al Libano. 

Che tutto è tranne che uno stato sovrano visto che da quelle latitudini vige la legge della giungla. E del più forte. E del più armato. Magari dall’Iran. E invece..negli anni la missione in Libano si è trasformata in un molto ben retribuito posto di lavoro all’estero per militari in carriera. 

Ma purtroppo anche in una sorta di scudo umano militarizzato per gli stessi hezbollah ai danni di  Israele.  Che non potendo bombardare i siti dove i miliziani sciiti nascondevano armi e scavavano tunnel  per paura dell’incidente in cui potessero scapparci un bel po’ di morti targati Nazioni Unite hanno dovuto tenere botta. Di fatto per venti anni Unifil ha aiutato gli hezbollah ad armarsi ancora di più anziché il contrario.

Ecco, allora, al netto del fatto che l’Idf aveva già avvertito Unifil di andarsene perché ormai a cosa più serviva - se mai era servita a qualcosa  -  e di non ostacolare le azioni mirate contro i terroristi sciiti, e al netto dell’errore di sparare colpi di avvertimento contro le postazioni Onu-Unifil, la polemica seguita a questo incidente va riportata nelle sue esatte dimensioni geo politiche.  E le affrettate dichiarazioni di almeno un paio di ministri di peso in Italia vanno ridimensionate dal fatto che se ci fosse scappato un morto della nostra nazionalità ci sarebbero state prevedibili reazioni inconsulte e strumentali da parte tutte le opposizioni al governo Meloni.  E quindi un logico buttarsi in avanti per non cadere all’indietro

Fermo restando che ‘sta cosa va risolta in maniera razionale. Possibilmente senza correre il rischio di dichiarare guerra a Israele. Nel caso battiamoli a calcio nella Uefa Nations league. Che quello è l’unico campo di attaglia in cui possiamo dire la nostra.

Dimitri Buffa

giovedì 22 agosto 2024

Enzo Sereni, il kibbutz Ghivat Brenner e la lotta antinazista


Enzo Sereni, partigiano anti-nazista che scelse Israele
di Mirella Serri





Ottant’anni fa moriva, ucciso a Dachau, l’intellettuale romano. Fondò un kibbutz nella Palestina mandataria ma volle tornare in Europa per combattere il Reich

22 Agosto 2024

Le baracche nel lager nel quartiere di Gries-San Quirino, a Bolzano, erano ancora in fase di allestimento quando Samuel Barda vi arrivò il 25 agosto 1944. Quella data segnò per Enzo Sereni, questo il vero nome di Barda, l’inizio della fine: di lì a poco venne trasferito in un luogo per lui del tutto sconosciuto, Dachau. Le torrette del campo che si delinearono all’orizzonte apparvero spaventose ai prigionieri. «Il capo-lager venne con un elenco e chiamò Barda, capitano paracadutista inglese», racconta un sopravvissuto. «Cominciò a sferrargli pugni sulla faccia e questo capitano, alto un metro e 55, non si mosse, rimase sull’attenti imperterrito come se gli facessero delle carezze».

Enzo Sereni

Il 17 novembre 1944 al “capitano” fu ordinato di cambiare cella, avvertendolo di non portare con sé la propria coperta perché ne potesse usufruire il nuovo inquilino. Il giorno successivo venne fucilato. Ricorrono adesso gli 80 anni dalla scomparsa dell’antifascista catturato dai nazisti della Todt nei pressi di Lucca dopo che si era lanciato dall’aereo. Enzo, che aveva trascorso tanti anni all’estero, ora voleva dar man forte alla Resistenza: Sereni-Barda fu uno dei primi ebrei italiani a trasferirsi in Palestina e a dar vita al kibbutz Givat Brenner.

25 aprile, il portale dei "Resistenti ebrei d'Italia": 240 figure chiave dell'antifascismo
di Matteo Pucciarelli
25 Aprile 2022

Era un intellettuale, un agente segreto, un pacifista intransigente e divenne un pioniere del sionismo socialista. L’esperienza di Sereni fu unica nella storia della lotta al nazifascismo. Forse anche per questo oggi il suo nome non occupa il posto che merita nelle pagine di storia. Come i suoi fratelli, Enrico e il più noto Emilio, antifascista e futuro senatore comunista, Enzo era nato a Roma in una famiglia borghese. Suo padre era il medico di Vittorio Emanuele III e suo zio Angelo era presidente della comunità ebraica romana.

Appena il regime si insediò al potere Enzo, ancora studente, intuì che l’aria stava diventando mefitica per chi teneva alla libertà. Laureato in filosofia, con gli amici Carlo e Nello Rosselli cominciò a coltivare il sogno di una “democrazia agraria” da realizzare in Palestina. Dopo la promessa di Lord Balfour di dare vita a un “focolare ebraico” e di destinare parte del territorio palestinese agli insediamenti ebraici, Enzo riteneva che fosse necessario rimediare «all’ingiustizia perpetrata nei confronti dei fratelli arabi».

La famiglia Rosselli: Carlo, Nello, Amelia e la libertà come religione
di Paolo Di Paolo
28 Gennaio 2023

Era un socialista riformista e pensava che incentivando lo sviluppo economico si sarebbero realizzate nuove forme di convivenza tra arabi ed ebrei. Addio dunque ai dotti studi e ai libri: poco più che ventenne, con la giovane moglie Ada Ascarelli si trasferì in Erétz Yisra’él. Secondo lui in Palestina non c’era bisogno della speculazione filosofica ma del lavoro manuale. Si impiegò in un agrumeto e diede vita al primo kibbutz italiano.

Convivere in Medio Oriente: la lezione di David Grossman
 di Maurizio Molinari
30 Marzo 2024

Al lavoro di bracciante rinunciò quando Hitler si insediò alla Cancelleria del Reich: l’Agenzia ebraica lo mandò in missione speciale in Europa. Eccolo per circa una decina di anni in viaggio senza sosta da Parigi a Danzica, da Praga a Vienna ad Amsterdam e poi anche in America.

Contrabbandava passaporti falsi e valuta; riuscì a portare in salvo migliaia di ebrei, in particolare molti giovani. Nel 1939 Enzo ritornò nella capitale e ottenne dai correligionari romani informazioni riservate sulle forze armate del Duce che poi trasmise agli inglesi. Mise anche in guardia gli ebrei capitolini, avvertendoli che dovevano lasciare il paese al più presto.

Nessuno gli credette: dopo i primi provvedimenti razziali, gli venne detto, le acque sembravano essersi calmate e la popolazione era solidale con gli ebrei. Quando iniziò la guerra Enzo fu costretto a una nuova rinuncia, mise in cantina l’utopia pacifista, si arruolò nella British Army. In Egitto si occupò dei prigionieri di guerra italiani e antifascisti. In Iraq aiutò altri ebrei nella fuga.

Dopo il rastrellamento da parte dei nazisti del ghetto di Roma prese la decisione che segnò la sua vita. L’Italia ora era occupata dai tedeschi e aveva bisogno di lui. Sua moglie, i suoi superiori in Palestina e anche gli ufficiali inglesi cercarono di dissuaderlo. Non poteva paracadutarsi: in quanto quarantenne era considerato troppo avanti con l’età, ma lo fece comunque.

Il compagno di volo che si lanciò con lui il 5 maggio del 1944 ricorda di aver sentito nella notte il richiamo del suo fischietto di salvataggio. Barda fu catturato, condotto a Verona e rinchiuso nei sotterranei. Poi il suo destino fu deciso in Germania. Sparì nel nulla. La moglie non ebbe più notizie.

Quando Ada rientrò nella Penisola, alla fine della guerra, divenne agente del Mossad, organizzò le spedizioni che portarono dall’Italia in Israele migliaia di ebrei con il tacito assenso del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi (a lei è stata dedicata la miniserie tivù Exodus. Il sogno di Ada). Finalmente trovò a Dachau la scheda di Enzo: “Schmuil”, non c’era nemmeno il vero nome. Lo avevano ammazzato ignorando la sua identità.

 Israele, il sogno della convivenza
di Meir Ouziel
12 Maggio 2024

In un certo senso è rimasto senza una precisa identità anche nel Dopoguerra: a differenza di suo fratello Emilio, la cui lotta antifascista è stata sempre giustamente riconosciuta e valorizzata dal partito comunista con convegni, opere, scuole e strade a lui intestate, Enzo è stato trascurato dalla memoria collettiva. Era un combattente solitario e per la sua avventurosa solitudine, per il pionieristico coraggio, merita di essere riscoperto e ricordato. In questo momento storico, per il tenace pacifismo, per la critica al fascismo e al razzismo, per la predicazione della convivenza tra arabi e israeliani, la sua figura è più attuale che mai. Può diventare un simbolo nei nostri tempi di acuti conflitti.

di dimitribuffa01

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giovedì 18 luglio 2024

Due Stati - due popoli? Sì ma non nello stesso territorio.




Continuo a chiedermi perchè pretendere ancora uno stato palestinese proprio nel bel  mezzo dello Stato di Israele? 
Fu un errore terribile  la cessione della striscia di Gaza ai feddayn di Arafat da parte di Israele e bisogna assolutamente rendersene conto, gli eventi che ne sono scaturiti lo rendono evidente anche ai ciechi più ciechi.

Se proprio si vuole dare una collocazione congrua per gli arabi della Striscia di Gaza, Hamas compresi, che eviti ulteriori situazioni di conflitto permanente e consenta a tutti di svilupparsi pacificamente,  occorre pensare uno stato palestinese nei territori del centro penisola Arabica o altro luogo del nord Africa di fede islamica, in cui molti, come gli Hutu, sostengono la lotta armata di Hamas contro Israele da decenni.

AMg




La Knesset contro la creazione di uno stato palestinese
Da Redazione Metropolitan

La Knesset, il Parlamento monocamerale israeliano, ha votato una risoluzione che respinge la nascita di uno Stato palestinese. Segnando, di fatto, la chiara intenzione di non scendere a patti per concludere il che ha ucciso migliaia di civili, donne e bambini soprattutto, palestinesi. Il presidente del partito Gideon Saar ha affermato con convinzione che “la decisione della risoluzione intende esprimere l’opposizione generale che esiste tra il popolo israeliano alla creazione di uno Stato palestinese. La decisione metterebbe in pericolo la sicurezza e il futuro di Israele”. Inoltre, secondo lui, la risoluzione “segnala alla comunità internazionale che le pressioni per imporre uno Stato palestinese a Israele sono inutili”. La risoluzione è stata votata favorevolmente da 68 membri della Knesset, nove contrari e nessuna astensione.
Questa risoluzione nasce da una proposta del premier Benyamin Netanyahu, e di quella di destra all’opposizione. Inoltre, ha avuto il sostegno anche del partito di Benny Gantz. Il report racconta che i membri di Yesh Atid, il partito di Yair Lapid sono usciti dall’Aula al momento del voto. “Uno Stato palestinese nel cuore di Israele costituirebbe una minaccia esistenziale per Israele e i suoi cittadini, perpetuerebbe il conflitto israelo-palestinese e destabilizzerebbe la regione”, recita la Risoluzione.
Marianna Soru


No allo Stato palestinese, realtà che contrasta con la sicurezza di Israele e si trasformerà in una guerra civile perenne.

Non credo nel modo più assoluto ai due Stati in quanto la popolazione araba è sparsa a coriandolo ed è difficile gestirla sparpagliata a coriandolo sul territorio spesso anche dentro Israele. È una situazione che mette in pericolo la sicurezza di Israele, facendo pesare continuamente sui cittadini israeliani il timore di spostarsi in spazi sicuri. La creazione di una Stato palestinese non ha radici, i palestinesi non sono un popolo bensì sono ancora divisi in bande ed etnie che non stanno mai insieme, ma operano solo nella propria enclave. Israele non avrebbe mai Pace e la situazione degenererebbe in una guerra civile portando grave instabilità nell’area. Non a caso Hamas vuole cacciare gli ebrei dall’area dal fiume al mare, è così da sempre e dunque non vi è possibilità di dividere il territorio, per divederlo gli arabi dovrebbero spostarsi e vivere in un territorio che abbia una continuità, cosa che è difficile ad attuarsi in quanto i palestinesi non sono disposti a vivere uno accanto all’altro ma si raggruppano per tribù e non sono disposti a stare accanto agli altri palestinesi di altre tribù o provenienze. Ricomporre un territorio omogeneo è quasi impossibile e dunque la situazione è difficile da ricomporre. Non si parli mai più dei confini del 1967 perché quei confini con corrispondono più ai confini di Israele. Gli israeliani hanno subito una guerra dichiarata dagli arabi e l’hanno vinta, non si capisce proprio perché si debbano ritirare ad esempio dalla Cisgiordania a Gerusalemme, tornando a non poter entrare e frequentare la zona del muro del pianto, una cosa che i cittadini dovranno scordarsi che avvenga. Dunque, una grande menzogna proporre due estati che non hanno possibilità di stare insieme e sventrerebbero Israele. Sono menzogne che devono finire quella dei due Stati, sono impossibili da attuare.

Sara Finzi

venerdì 1 marzo 2024

Io non dimentico

 NO cari, io non dimentico.

Non dimentico le migliaia di abitanti di Gaza e dintorni che hanno lasciato che degli assassini gli costruissero con il denaro dell'UE  interi sistemi di gallerie sotto casa fin sotto il territorio di Israele, fornite di ogni tipo di supporti ed armi, che hanno lasciato che i loro ospedali, le loro scuole e i loro edifici religiosi diventassero depositi di armi, fabbriche e rampe di lancio di missili scagliati contro i loro vicini per anni.

 Non dimentico che i loro governanti mafiosi dell'OLP, diventata ANP e poi Hamas, invece di usare i  cospicui aiuti che noi italiani ed europei, assieme all'ONU, agli stessi  israeliani, all'Iran, all'URSS prima e alla Russia di Putin poi, gli abbiamo mandati per anni (togliendoli di tasca  ai nostri concittadini) per migliorare la vita dei figli di tutti gli abitanti della Striscia,  li hanno usati solo per acquistare armi e mantenersi nel lusso piu' sfacciato, lasciando i loro amministrati con le briciole, a morire di fame e a mendicare da Israele quel che avrebbero dovuto e potuto produrre da soli per la loro alimentazione.




Non dimentico che troppi di loro hanno fatto e allevato figli per farne  o attentatori prezzolati in nome di allah, o scudi umani  contro le rare controffensive israeliane ai loro lanci continui di missili che danneggiavano cose e  persone ( ma i bunker di protezione domestica sono in funzione da anni) o venivano neutralizzati dai sistemi di sicurezza dell'IDF.

Come non dimentico e non dimenticherò mai le migliaia di persone in festa il 7 ottobre 2023 in Israele, violentate, rapite e sterminate nei modi piu' orribili, persone di tutte le età  di cui non sappiamo quante ancora sono ostaggi vivi o addirittura morti nelle mani degli aggressori.

Proprio come non dimentico i milioni di persone dei vari paesi europei rapite violentate e sterminate nei modi piu' orribili tra il 1933 e il 1945 dai nazisti, dai fascisti e dai sovietici solo per morivi eugenetici, razziali, sessuali, religiosi, politici ed etnici.

Non dimentico e non ignoro i "poveri palestinesi" affamati dai loro capi che li hanno piantati in asso per vivere nel lusso  in Yemen, in Egitto o addirittura a Parigi,  poveracci che assaltano i camion degli aiuti alimentari (di Israele) e si avventano gli uni contro gli altri per impossessarsi di un po' piu' di cibo, accusando i soldati dell'IDF  di ammazzarli solo perché vorrebbero poter distribuire equamente gli aiuti. Ma la folla inferocita e violenta diventa sempre assassina di se stessa e trova comodo accusare gli altri di ciò che fa da se, per ottenere credito...

Non dimentico e non ignoro neanche, come fai invece tu, che anche mentre noi stiamo disquisendo, costoro in Israele e non solo, purtroppo, continuano ad assalire e uccidere persone inermi per strada, alla fermata dell'autobus, davanti ai negozi o alle stazioni di servizio, ferendo, uccidendo e infierendo in nome di allah finché non vengono fermate e messe in condizione di non nuocere. E tu non lo sai perché queste notizie sui tuoi media cattotalebani di regime (antisemiti e antisionisti e fintamente antirazzisti) non vengono pubblicate, mentre quelle "palestinesi" lo sono sempre, anche quelle palesemente false.

 Non dimentico e non ignoro i "poveri palestinesi" che NON FANNO l'unica cosa utile a far cessare la distruzione, ovvero CONSEGNARE IMMEDIATAMENTE TUTTI GLI OSTAGGI, abbandonare tutte le armi e ogni azione offensiva e arrendersi.

Così non dimentico e non ignoro affatto che dal momento che non lo fanno quei "poveri palestinesi" sono a tutti gli effetti complici dei loro governanti mafiosi e feroci e si dimostrano uguali a loro:  come tali DEVONO essere messi in condizione di non nuocere, anche per proteggere la vita delle loro donne e dei loro stessi figli (messi al mondo e allevati per farne terroristi e carne da macello), oltre che della gente di Israele.

IO NON DIMENTICO 

sabato 6 gennaio 2024

7 ottobre 2023 un punto di non ritorno

LONDRA – In Israele lo paragonano al processo ad Adolf Eichmann, il criminale di guerra nazista, soprannominato “l’architetto dell’Olocausto”, che venne catturato dal Mossad in Argentina dove si era rifugiato sotto falsa identità, trasportato clandestinamente a Gerusalemme, processato e condannato a morte nel 1962. 
Il procedimento giudiziario che polizia, esercito e magistratura stanno cominciando a preparare per il massacro del 7 ottobre scorso di 1200 israeliani e il rapimento di altri 240 da parte dei militanti di Hamas si profila come un evento simile.

Eichmann era uno dei responsabili dello sterminio di 6 milioni di ebrei nei campi di concentramento del Terzo Reich. 
I terroristi di Hamas si sono resi responsabili della morte del maggior numero di ebrei uccisi in un giorno dalla Shoa in poi.
Ma non sono soltanto i numeri a definire ciò che è accaduto. 
“Quello del 7 ottobre è stato un attacco senza precedenti per la sua crudeltà”, dice Kobi Shabtai, capo della polizia di Israele, al Wall Street Journal, che ha esaminato parte del materiale probatorio raccolto finora nell’indagine.
“Lo stato di Israele non si è mai trovato davanti a un crimine e a un’investigazione di queste dimensioni”   afferma Roi Sheindorf, ex vice procuratore generale israeliano. “Sarà uno dei processi più importanti della nostra storia”.

Gli inquirenti hanno analizzato testimonianze di membri di Hamas catturati, video filmati e postati sui social dagli stessi militanti palestinesi, materiali sequestrati a Gaza durante la controffensiva israeliana, oltre a testimonianze dei superstiti e degli ostaggi liberati. Hanno inoltre una enorme mole di prove rinvenute nei kibbutz e nei pressi del rave festival vicini a Gaza che sono stati al centro della strage.

I casi citati dal resoconto del quotidiano finanziario americano, così come da precedenti servizi dei media israeliani, sono agghiaccianti.

C’è il resoconto di una famiglia chiusa nella "safe room”, la “stanza di sicurezza”, il bunker che ogni abitazione israeliana ha per difendersi da attacchi di razzi o aggressioni terroristiche: gli uomini di Hamas hanno appiccato il fuoco alla casa per farli uscire, il padre invia ai parenti un messaggino telefonico dicendo “moriremo a casa nostra piuttosto che consegnarci a questi assassini”, i corpi di genitori e bambini verranno ritrovati soffocati dal fumo passato sotto la porta blindata.

Ci sono poi le identificazioni dei cadaveri, non ancora completate per le atroci condizioni in cui molti sono stati ritrovati: bruciati, tagliati a pezzi, maciullati. 
Su 800 corpi identificati tra le 1200 vittime, 37 sono minorenni, 6 hanno meno di cinque anni e 25 hanno più di ottant’anni, incluso un uomo di 94 anni
Ci sono morti con le mani legate dietro la schiena. 
Un giovane a cui prima di morire è stato cavato un occhio. 
Crani fracassati di botte. 
Innumerevoli esecuzioni con un proiettile alla nuca o alla tempia.

E poi ci sono le vittime femminili.
Almeno tre superstiti hanno testimoniato di aver subito violenze sessuali, inclusi stupri di gruppo, del resto testimoniati anche dal video postato sui social da un militante di Hamas, che grida attorniato dai suoi compagni sul corpo di una giovane israeliana seminuda presa in ostaggio: “Adesso me la fotto, me la fotto, me la fotto”
A questo va aggiunta la violenza efferata ed omicida sulle donne: vittime a cui è stato tagliato un seno, donne con ferite e perfino chiodi e coltelli lasciati infilati nella zona del bacino, un accanimento barbaro, mostruoso, come non si era mai visto nel pur lungo e feroce conflitto israeliano-palestinese.

Infine ci sono storie di eroismo, come quella di un padre che si è gettato su una granata per salvare i propri figli e morto dilaniato dall’esplosione. I medici legali hanno impiegato 15 giorni a identificarne i resti fra le macerie della sua casa bruciata in uno dei kibbutz a pochi chilometri dal confine con Gaza. Sabine Taasa, la vedova, e i due figli, scampati al massacro, ora vivono ospiti di una famiglia di amici ai sobborghi di Tel Aviv. Quattro degli assassini di suo marito sono stati catturati dalle forze israeliane. “Voglio andare al processo, guardarli in faccia e vederli condannati”, dice Sabine al Wall Street Journal.

In Israele vige la pena di morte, ma solo per reati definiti “estremi”, come i crimini di guerra.
 Nei 75 anni di esistenza dello Stato ebraico, è stata eseguita una sola condanna a morte: appunto l’impiccagione del nazista Eichmann. 
Si vedrà quali sentenze usciranno da questo processo che molti paragonano a quello del 1962 contro “l’architetto dell’Olocausto”.

articolo  di Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per La Repubblica

domenica 22 ottobre 2023

da NTC: ASSECONDARE L’IRAN CREA MOSTRI COME HAMAS





di Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti su L’Unità del 15 ottobre 2023


Per decenni abbiamo sentito dire che bisognava perseguire una politica di accondiscendenza con l’Iran perché Paese fattore di stabilizzazione del Medio Oriente. Come Nessuno tocchi Caino abbiamo sempre sostenuto invece che l’Iran è destabilizzante l’intera regione e rappresenta una minaccia mortale alla pace e alla sicurezza mondiale perché in guerra innanzitutto con il suo stesso popolo che perseguita e reprime da oltre quarant’anni in violazione e disprezzo dei diritti umani fondamentali come universalmente riconosciuti.

Oggi è drammaticamente e tragicamente evidente che l’Iran, questo regime teocratico e misogino, è una minaccia per tutti noi che crediamo e lottiamo per l’affermazione dello Stato di Diritto e stiamo con lo Stato di Israele. Non perché esso sia una democrazia perfetta ma perché è, comunque, l’unica democrazia del Medio Oriente e
“una marca di frontiera dell’Europa" come disse Marco Pannella che, per il bene suo e nostro e dei palestinesi, propose di far entrare lo stato ebraico nell’Unione europea.

Chi si somiglia si piglia, vuole il detto popolare. Il regime di Hamas a Gaza è diventato l’anima gemella del regime dei mullah di Teheran. Il comune denominatore non è solo l’Islam e il suo libro sacro, il Corano, che da legge di Dio diventa legge dello Stato. Quel che li accoppia è anche la legge della Sharia e nella Sharia si riconoscono per quello che realmente sono. Due regimi illiberali gemellati dall’odio verso il sistema di valori detti “democratici”, usi e costumi detti “occidentali”, ma che sono in realtà valori, usi e costumi semplicemente “universali”. Scritti e santificati non solo nella Costituzione americana o nella Convenzione europea, ma in dichiarazioni, patti e convenzioni internazionali.

Tanto per capirci, la Sharia non è solo un codice di condotta, è un codice penale a tutti gli effetti. Al buon musulmano non chiede solo di pregare, non mangiare carne di maiale, digiunare, versare l’elemosina, compiere buone azioni, andare in pellegrinaggio, impone anche di non fornicare, non rubare, non bere alcolici, “peccati” che sono considerati reati tra i più gravi che può commettere un musulmano. Sono detti reati Hudud, sono definiti nel Corano come “affermazioni di Allah” e sono, quindi, imperdonabili. Hudud significa “limiti”, ma le pene previste per questo tipo di “reati” vanno oltre ogni limite di ragionevolezza e universale accettazione: la lapidazione per gli adulteri, l’amputazione di mani e piedi per i ladri, la fustigazione per i bevitori di alcolici.

Nel 2006, dopo le prime elezioni politiche che hanno visto Hamas competere e vincere a sorpresa, il suo portavoce, Hamed Bitawi, ha subito dichiarato: “Il Corano è la nostra Costituzione, Maometto è il nostro Profeta, la jihad è il nostro cammino e morire come martiri per amore di Allah è il nostro massimo desiderio”. Il suo discorso fu accolto da un’ovazione della folla e dall’invocazione “Allah è Grande”.

Dopo che 
nel giugno 2007, con un colpo di Stato, Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, estromettendo il partito di Fatah, suo rivale, assassinandone anche gli esponenti, la presa dell’Islam di stampo iraniano sulla vita quotidiana della popolazione nella Striscia di Gaza è diventata via via una morsa mortale.

Al di là di una loro base legale, codici di comportamento islamico sono applicati sulla popolazione attraverso il
ferreo controllo di Hamas di settori strategici, quali le scuole, le moschee, le strutture di assistenza sociale, i media, che hanno un impatto decisivo sui modi di vita corrente nella Striscia. L’imposizione di tali codici nella vita quotidiana è curata principalmente dai servizi di sicurezza interna di Hamas, che operano come una sorta di “polizia morale” sul modello dell’analoga forza di polizia che in Iran ha assassinato Masha Amini. A Gaza, ad esempio, le donne per strada o in spiaggia devono vestirsi appropriatamente come a Teheran; le femmine single devono essere separate dai maschi.

L’inimicizia verso i costumi e i modelli di vita dei cittadini israeliani e degli occidentali “infedeli” prevale sulla stessa inimicizia nei confronti della Stella di David “sionista” e degli Stati Uniti d’America.

Il massacro di civili al rave party nel deserto del Negev in Israele è stato obiettivo prioritario dei terroristi di Hamas, richiama e traduce in strage gli interventi delle unità di polizia religiosa che a Gaza e a Teheran sono dedicate alla caccia di giovani che mangiano in pubblico durante il Ramadan, hanno relazioni omosessuali o al di fuori del matrimonio o partecipano a feste di genere misto.

Colpisce che l’orrore di Hamas, telecomandato da Teheran, si sia manifestato poco dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Narges Mohammadi.
 Siamo indotti a pensare che sia proprio un modo di pensare e agire radicalmente diverso da quello proprio di un regime intriso di violenza, come quello iraniano, che lo può sgretolare.

Per saperne di piu' :NESSUNO TOCCHI CAINO

martedì 4 luglio 2023

ISRAEL

 "Sono nato millenni prima di essere rinominato Palestina dai conquistatori romani, prima che Maometto emettesse il suo primo respiro, e prima che l'ONU decidesse di dividermi a metà e mi togliesse le mie terre orientali creando la Giordania . Il mio popolo, gli ebrei , mantennero qui comunità per 3000 anni, cioè fino a quando gli arabi decisero di massacrarli senza ragione alcuna nel 1920 e nel 1929. Centinaia di civili furono uccisi, la maggior parte dei quali erano donne e bambini. Nel frattempo, gli stati dei loro fratelli massacrarono o esiliarono 1.000.000 di ebrei dalle loro terre - cancellando la loro storia plurimillenaria.

Io sono Israele. Sono stato attaccato quattro volte da eserciti arabi da quando dichiarai l'indipendenza nel 1948. Sin da allora invitai gli arabi che vivevano sulla mia terra a rimanere, ma fu detto loro dagli stati limitrofi di lasciare temporaneamente le loro case mentre gli ebrei venivano "gettati in mare". 

Offrii un messaggio di pace dal giorno in cui nacqui, ma i miei nemici risposero solo con i proiettili. Io sono un sopravvissuto - ho vinto ogni guerra. Rendendosi conto che non potevano sconfiggermi con le armi, i miei nemici si sono rivolti ad una propaganda menzognera ...

Io sono Israele - più e più volte, il mio nome è stato infangato e anche se ciascuna di queste bugie è poi stata smentita, i miei nemici continuano a rivendicare che sto commettendo un genocidio.

Dare opportunità educative ai palestinesi è forse "genocidio" ? Il 20 % degli studenti dell'Università di Haifa sono arabi. Se io sono un aggressore che ha esiliato tutti gli arabi nel 1948 , perché il 20 % dei miei cittadini sono arabi con pieni diritti ? Sono forse apparsi magicamente dal nulla ? Mi sono ritirato dall'intero Sinai e dalla striscia di Gaza , sradicando la mia gente dalle loro case , solo per la speranza di pace !!!

Io sono Israele - In combattimento, io rischio la vita dei miei figli adolescenti al fine di minimizzare le perdite civili palestinesi. Faccio ogni tentativo di colpire solo i combattenti , mettendo per questo spesso i miei soldati in pericolo. In tempo di guerra , faccio cadere volantini sulle aree che debbono essere attaccate, avvertendo i civili di evacuare. Qualsiasi altro esercito nella storia dell'umanità ha fatto questo per il suo nemico? Ho aspettato 8 anni per fermare Hamas dal suo lancio di razzi quotidiani sui miei asili e i miei ospedali. Io sono paziente , ma la mia pazienza non è infinita ...

Io sono Israele - ho creato Intel, Microsoft NT e tecnologia cellulare, la medicina per malattie devastanti, e ho il maggior numero al mondo in pubblicazioni scientifiche pro capite.  Mando missioni umanitarie nei paesi in via di sviluppo, compresi i paesi musulmani. Ho assorbito centinaia di rifugiati musulmani che hanno affrontato il genocidio in Darfur - i rifugiati che nessun Stato musulmano prenderebbe ...

Io sono Israele - Io sono uno dei paesi più piccoli al mondo, e probabilmente il più testardo, mi rifiuto di rinunciare alla speranza di pace . I miei amici mi sostengono non a causa di una lobby, ma perché vedono la verità - io sono il cuore del Medio Oriente, e la speranza per il suo futuro. Il mio profeta disse: "Nessuna nazione alzerà più la spada contro un altro popolo ", e cercherò, e tenterò fino a quando queste parole non si avvereranno...

Perché io sono Israele ...."

(Ebreo anonimo americano, cit.)






venerdì 27 gennaio 2023

Le donne di Ravensbruck

❤️ In memoria di tutte le donne e dei loro figli e figlie 
deceduti nei campi di concentramento.


 La forza delle donne. 

mercoledì 16 giugno 2021

La rivoluzione silenziosa delle donne.

 https://thevision.com/attualita/eliminare-mestruazioni/

La più grande opportunità di essere libere è ormai alla portata delle donne del pianeta. Eppure la maggior parte di esse non si rende conto veramente di essere libere di scegliere come vivere la propria femminilità, mestruazioni comprese.


La vera rivoluzione (femminile) silenziosa è iniziata con l'uso degli ormoni a scopo contraccettivo, ma gran parte delle donne del mondo occidentale, e anche di una buona parte del mondo orientale, non è consapevole che proprio questo è stata una conquista epocale.
In Italia il 26% delle donne in età fertile, poco più di 3 milioni e 250mila, sceglie, consapevolmente o meno di non avere le mestruazioni, perché assume la pillola anticoncezionale.
Il flusso di sangue che si verifica nei giorni di sospensione della pillola, infatti, non è una “vera” mestruazione, dal momento che i contraccettivi bloccano l’ovulazione, ma si tratta in realtà di una “pseudomestruazione”, una parvenza di "normale mestruazione ", della quale è possibile fare a meno e infatti molte ormai vi rinunciano.


La prima pillola approvata negli Stati Uniti dalla Food and Drugs Administration nel 1957, Enovid, venne inizialmente utilizzata per “regolare il ciclo mestruale” e la sua azione contraccettiva era considerata solo un effetto collaterale e non lo scopo principale del farmaco.
I suoi ideatori sapevano, ovviamente, che si trattava di un sanguinamento diverso dalla mestruazione, non causato dall’ovulazione, ma fu proprio grazie a quel sangue che riuscirono a mettere sul mercato un prodotto così rivoluzionario senza spaventare le donne, potenziali clienti, e sopra tutto i loro mariti, e a farne un successo commerciale assoluto.


Jennifer Guerra nel suo articolo scrive:


[...]  Un altro possibile intralcio per il successo commerciale della pillola era la Chiesa cattolica: nel 1960 papa Giovanni XXIII istituì la Pontificia commissione per il controllo della popolazione e delle nascite che, vista la presenza di questa specie di mestruazione, inizialmente stabilì la legittimità della pillola per le donne che avevano mestruazioni irregolari, per poi cambiare idea con l’enciclica Humanae vitae di papa Paolo VI, che ne vietava severamente l’utilizzo per le credenti.
Negli anni Settanta, con il boom del femminismo, le potenzialità anticoncezionali della pillola non erano più un mistero e i contraccettivi ormonali diventarono un simbolo dell’autodeterminazione femminile. [...]


L'uso della "PILLOLA" fu depenalizzato in Italia solo nel 1971, dopo una lunga battaglia iniziata ufficialmente con la fondazione dell'AIED, Associazione Italiana per l'Educazione Demografica nel 1953, che trovò il suo principale animatore e divulgatore in Luigi De Marchi con l'invenzione proprio nell'AIED del primo Consultorio italiano nel 1955

La maggior parte delle donne che prendevano la pillola non lo fecero per regolare il ciclo, ma per non rimanere incinte, dando quasi sempre inconsapevolmente il loro contributo a disinnescare la "bomba demografica", di cui Luigi De Marchi è non si è stancato di denunciare scientificamente e combattere la tremenda pericolosità.
Egli infatti definiva l'esplosione demografica " la madre di tutte le tragedie"e dei suoi corollari (fame, guerre, genocidi, disastri ambientali, disoccupazione di massa, migrazioni disperate, crisi energetica mondiale) dedicando le sue ricerche scientifiche al chiarimento dei meccanismi psicologici che hanno finora impedito di comprendere e di affrontare qu tragedia planetaria.

Ed ora finalmente è possibile dare alla "pillola" tutto il valore che le spetta realmente nell'affermazione della libertà femminile: le donne possono scegliere se avere mestruazioni oesta no.

venerdì 17 gennaio 2020

Perché si associa il colore rosa al "femminile" ?

Ecco a voi la:

*"Breve storia del colore rosa.
E di come per secoli restò asessuato, prima di diventare uno degli stereotipi più conosciuti e diffusi legati alle donne

di Giulia Siviero , da Il Post 

Ci sono cose da maschi che le femmine non possono fare e ci sono cose da femmine che è vergognoso che i maschi facciano. Tra queste, indossare qualcosa di rosa. Quello dei colori attribuiti in modo automatico a bambini e bambine è uno degli stereotipi più radicati e scontati legati alla differenza di genere, e questo stereotipo ha una storia e un’evoluzione, come racconta l’Atlantic in un articolo di qualche mese fa (riprendendo un libro della storica Jo B. Paoletti dell’Università del Maryland, intitolato “Pink and Blue: Telling the Boys from the Girls in America”). La prima cosa da sapere è che l’associazione tra il rosa e il femminino avviene solo in tempi relativamente recenti e per una scelta arbitraria. Per secoli, infatti, il colore rosa rimase asessuato. 

Nel Diciottesimo secolo era perfettamente normale per un uomo indossare un abito di seta rosa con ricami floreali. I bambini e le bambine fino ai 6 anni, inoltre, erano vestiti e vestite con abiti lunghi di colore bianco senza sostanziali differenze tra maschi e femmine, se non qualche piccolo particolare come per esempio la posizione dei bottoni. La scelta del bianco era soprattutto di natura pratica: gli abiti bianchi e i pannolini bianchi di stoffa erano infatti più semplici da lavare e candeggiare. Più che basata sul sesso, la distinzione degli indumenti avveniva per età: differenziava semplicemente i più piccoli dai più grandi.

Il rosa e il blu, insieme ad altri colori pastello, furono introdotti nell’abbigliamento per bambini nella metà del Diciannovesimo secolo, ma non implicavano alcun significante di genere. Uno dei primi riferimenti all’attibuzione dei colori al sesso si trova in “Piccole Donne” di Louisa May Alcott, dove un nastro rosa è usato per identificare la femmina e uno azzurro il maschio. L’usanza però viene definita dalla stessa Alcott come “moda francese”, come a dire che non era ancora una regola riconosciuta ovunque, ma anzi, era un specie di vezzo “esotico”:

   (…)
 – I bambini più belli che abbia mai visto. Qual è il maschio e qual è la femmina? – chiese Laurie chinandosi per esaminare più da vicino i due prodigi.

– Amy ha messo un nastro azzurro al maschio e uno rosa alla femmina, come si usa in Francia, in modo da distinguerli senza sforzo."

A quel tempo, i libri per bambini, gli annunci e i biglietti per le nuove nascite, la carta da regalo e diversi articoli di giornale indicano che non si trattava di una regola e che il rosa poteva essere associato tanto ai neonati maschi che alle femmine. Nel 1918, Earnshaw’s Infants’ Department, rivista specializzata in vestiti per bambini, specificava anzi che «la regola comunemente accettata è che il rosa sia per i bambini, il blu per le bambine. Questo perché il rosa è un colore più forte e deciso, più adatto ad un maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, è più adatto alle femmine». Il rosa veniva visto più vicino al rosso (colore forte e virile legato agli eroi e ai combattimenti) mentre il blu veniva associato al colore del velo con cui veniva rappresentata la Vergine Maria. Nel 1927 la rivista Time pubblicò un grafico che confermava questa tendenza e mostrava i colori più appropriati per maschi e femmine secondo i principali produttori e venditori di vestiti negli Stati Uniti.

Tra gli anni Trenta e Quaranta le cose iniziarono però a cambiare: gli uomini cominciarono a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari, per distinguersi dalle tinte chiare percepite come più femminili e legate alla sfera domestica. L’abbigliamento di bambini e bambine iniziò a venire differenziato in età sempre più giovane, anche a causa della crescente diffusione delle teorie di Freud legate alla sessualità e alla distinzione di genere. Siamo ancora in una fase incerta, comunque: per parecchi decenni, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i colori continuarono a essere usati in modo intercambiabile.

Non è chiaro come a un certo punto, negli anni Cinquanta, avvenne una precisa assegnazione dei colori: «Poteva andare diversamente, fu una scelta del tutto arbitraria», spiega Jo B. Paoletti. Il rosa finì per essere identificato con le donne e divenne onnipresente non solo nell’abbigliamento ma anche nei beni di consumo, negli elettrodomestici e nelle automobili. La bambola Barbie fu introdotta nel mercato proprio in quegli anni e consolidò la femminizzazione del rosa. Un esempio si trova anche nel film Funny Face del 1957, quando un personaggio ispirato alla celebre giornalista di moda Diana Vreeland dedica al rosa un interno numero della sua rivista.



Il rosa associato alla femminilità fu fortemente criticato durante gli anni Sessanta e Settanta, con la diffusione del movimento femminista e la messa in discussione dei ruoli tradizionali di genere. Le donne iniziarono ad adottare stili più neutri, privi di dettagli riconducibili al sesso. Paoletti, nel suo libro, fa però notare che la critica delle femministe non fosse tanto contro il colore rosa, ma in quanto faceva riferimento alla sfera infantile. In uno dei testi teorici più importanti per il movimento delle donne dell’epoca, “La mistica della femminilità”, Betty Friedan cercò di dare una spiegazione al «problema inespresso» che rendeva infelici e depresse le donne americane degli anni Sessanta. Il colore rosa, nel saggio, viene nominato solo due volte, mentre si parla molto della donna «infantile» che rimane a casa come «un bambino tra i suoi figli, passiva, senza alcun controllo sulla propria esistenza». Molto apprezzato fu in quegli stessi anni – e non solo per il suo messaggio ambientalista – il fumetto dei Barbapapà, dove non era un caso che il padre fosse rosa e la madre nera.

Furono gli anni Ottanta a imporre definitivamente l’idea dei colori che marcatamente segnalavano il genere d’appartenenza del bambino o della bambina. In quegli anni scomparvero i vestiti unisex e si imposero definitivamente una serie di stereotipi legati all’infanzia e al mondo dei giocattoli: soldatini e costruzioni per i maschi, bambole e pentoline per le femmine. Fu importante anche la diffusione della diagnosi prenatale e della conseguente possibilità di scoprire il sesso prima del parto. A quel punto, spiega Paoletti, ebbero la meglio le strategie di marketing. *

Chissà se l'uso di triangoli di colore rosa usato dai nazisti per marcare nei campo di concentramento gli omosessuali maschi "femminilizzandone il genere" non sia sto il motivo che ha spinto poi a ad acquisire il rosa come colore "femminile" anche a guerra finita e campi di sterminio aperti?
Un argomento su cui interrogarsi nelle prossime Giornate della Memoria.
AMg