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lunedì 14 ottobre 2024

TE LO DAVA COSSIGA..L’UNIFIL

Da  L' Opinione

Un bunker di Hezbollah scavato sotto il naso dell'Onu. Le immagini e la mappa.


I militari israeliani hanno scoperto dei sotterranei fortificati e ben armati a pochi metri da una base Unifil nel sud del Libano. Un territorio che la missione delle Nazioni Unite avrebbe dovuto demilitarizzare (da quasi un ventennio).

 Ebbene sì ....

 Grazie al Lodo Moro “gli italiani non si toccano, ma se sono ebrei è già un altro paio di maniche.

E ancora : “Per evitare problemi, l’Italia assumeva una linea di condotta che le permetteva di non essere disturbata o infastidita poiché gli arabi erano in grado di disturbare l’Italia più degli americani, l’Italia si arrese ai primi. Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L’Italia ha un accordo con Hizbullah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente”.

Era il 3 ottobre del 2008, l’ex capo dello stato rispondeva in maniera candida e disarmante alle domande dell’inviato Menachen Gantz a proposito del Lodo Moro in un’intervista clamorosa uscita in Israele all’epoca con grande scalpore sul quotidiano “Yedioth Aharonoth”, ma da noi passata sotto la consegna del silenzio. 

Unifil esisteva già da due anni ma il suo destino era già segnato: i soldati italiani sono tutelati dal Lodo Moro e dai suoi aggiornamenti. Gli altri soldati Onu non godranno in seguito delle stesse garanzie.

D’altronde come si poteva evitare con 15 mila caschi blu che le milizie sciite finanziate e comandate da Teheran (più di 50 mila guerriglieri armati sino ai denti) facessero in loco il bello e il cattivo tempo? Meglio rivolgere loro quello che gli americani chiamano “blind eye”. E magari diventare un po’ più occhiuti contro Israele. Proprio come accade oggi.

E questo spiegherebbe già tutto quello che sta  capitando oggi con il senno di prima più che con quello di poi. Al momento inesistente.


L’Onu è sacro anche se tutti sanno che è dominato dagli stati canaglia e dalle dittature. Alcune delle quali, l’Iran e in passato la Libia, hanno avuto l’onore di dirigere la Commissione per i diritti umani e persino quella per le pari opportunità.

E anche se tutti sanno  che a fronte delle più di 200 condanne contro lo stato ebraico mai una volta  - o pochissime – si sono avute simili delicatezze per Corea del Nord, Cuba, Vietnam, Iran, Libia, Sudan e così via, l’opinione pubblica mondiale si indigna solo contro Israele. E’ stata educata così, dall’ex Unione sovietica, sin dai  tempi della guerra fredda. E’ il dogma del terzo-mondismo militante, quello delle lotte (armate) di liberazione.

Così adesso tutti strepitano se avvengono incidenti o provocazioni da parte dell’Idf contro questi soldati – eroi ipotetici a 7 mila euro al mese - che  giocano alle belle statuine a sud del fiume Litani. Facendo finta di non accorgersi che a poche decine di metri i proxy degli ayatollah stipano i propri razzi da sparare contro Samaria e Galilea.

Qualcuno nel nostro governo sta cadendo nella trappola di prendersela contro Nethanyahu.

Ma se Cossiga potesse ancora parlare come fece con Gantz nel 2008 – e noi dobbiamo la memoria di questa intervista sepolta nel dimenticatoio all’opera del segretario del Partito radicale Maurizio Turco, presidente della Fondazione Marco Pannella, che domenica scorsa alle 17 nella propria conversazione pomeridiana ci ha rievocato il tutto -  che direbbe ai vertici della Farnesina e del ministero della Difesa?

Probabilmente una sola frase: “ve la do io l’Unifil e la sua pseudo missione di pace”.
Missione che probabilmente farà la fine descritta a suo tempo da Oriana Fallaci nelle ultime cinquanta pagine del  libro “Inshallah”,  che si riferiva alla sua antesignana, sempre cogitata dall’Onu all’epoca della prima guerra di Israele in Libano.

Dimitri Buffa

sabato 30 marzo 2024

IRAN: a che punto è la lotta delle donne e degli uomini per la libertà dai tiranni ayatollah?

 Ricordate DONNA-VITA-LIBERTA', il grido che da piu' di un anno è simbolo della rivolta contro il regime liberticida degli Ayatollah?
 Che per centinaia di manifestanti ha significato essere buttati in carcere, torturati e uccisi,  donne e uomini, bambini e adolescenti ? 

Essi continuano la lotta non solo in strada ma anche dalle carceri e chiedono l'appoggio e il sostegno della comunità internazionale, il nostro.

AMg




I ‘MARTEDÌ NERI’ DI SCIOPERO DELLA FAME IN CARCERE CONTRO LA PENA DI MORTE
I prigionieri politici di cinque carceri iraniane, che da sette settimane partecipano a scioperi della fame di massa contro la pena di morte, hanno chiesto il sostegno di "tutte le coscienze vigili e delle persone libere".

Secondo le informazioni ottenute da Iran Human Rights, i prigionieri politici del carcere di Ghezel-Hesar, del carcere di Evin, del penitenziario di Karaj, del carcere centrale di Mashhad e del carcere centrale di Khorramabad hanno iniziato ogni martedì uno sciopero della fame contro l'applicazione della pena di morte.
Lo sciopero della fame è stato avviato dai prigionieri politici della prigione di Ghezel-Hesar, ad Alborz, dove vengono eseguite esecuzioni collettive su base settimanale dopo la chiusura della prigione di Rajai Shahr (Gohardasht), avvenuta la scorsa estate.

Il primo sciopero della fame ha avuto luogo il 29 gennaio 2024, in quello che è diventato noto come "Martedì nero", dopo che i funzionari del carcere hanno represso le proteste contro la pena di morte nella prigione.
Nel corso delle ultime sette settimane, i prigionieri politici di altre quattro grandi carceri si sono uniti agli scioperi su base settimanale.
Nel 2023, almeno 834 persone sono state giustiziate in Iran, con 7 impiccagioni effettuate in spazi pubblici.

La seguente dichiarazione è stata rilasciata l'ultimo martedì dell'anno solare iraniano (19 marzo del calendario gregoriano), che segna l'ottavo “martedì nero”.

Al nobile e libero popolo dell'Iran,
Noi, un gruppo di prigionieri, siamo in sciopero della fame ogni martedì da sette settimane per protestare contro l'emissione di sentenze capitali ed esecuzioni e per fermare la macchina delle uccisioni e delle esecuzioni.
Oggi, l'ultimo martedì dell'anno, mentre scioperiamo per l'ottava settimana, ricordiamo tutte le vittime del sistema di repressione della tirannia religiosa, in particolare quelle giustiziate.

L'obiettivo della nostra campagna "Martedì nero" e degli scioperi della fame settimanali è quello di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sul fatto che "
la pena di morte è un omicidio di Stato, è una punizione irreversibile e uno strumento di repressione e intimidazione del dispotico governo di minoranza che governa il Paese".
Siamo profondamente grati per il sostegno di tutti coloro che hanno aderito alla campagna dei "Martedì neri" per "No alla pena di morte" e sono diventati le nostre voci.

Ora, alla vigilia del nuovo anno e dell'arrivo della primavera della natura, porgiamo i nostri saluti a tutti i nostri compatrioti e ci auguriamo che il nuovo anno sia l'anno della vittoria del popolo iraniano e della realizzazione della libertà e della giustizia. E presto, in una società libera da discriminazioni, violenza, tirannia e sfruttamento, emergerà un sistema che garantisca i diritti umani a tutti i cittadini e saranno aboliti ordini medievali come la pena di morte.

Siamo fiduciosi che non sia lontano il giorno in cui il popolo iraniano otterrà il potere democratico di determinare il proprio destino e nessun cittadino sarà soggetto a oppressione e ingiustizia a causa della propria opinione. Ma fino a quel giorno, consideriamo nostro dovere morale continuare a protestare contro la pena di morte da dietro le sbarre anche l'anno prossimo, e chiediamo a tutte le coscienze vigili e alle persone libere di sostenere la nostra campagna.

Infine, alla luce dei recenti rapporti presentati al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite e della necessità di condannare a livello internazionale le violazioni dei diritti umani e le esecuzioni in Iran, crediamo che la vittoria del popolo e il raggiungimento della giustizia non siano possibili se non attraverso l'unità e la solidarietà del popolo iraniano.
 Nel caso della pena di morte, sottolineiamo la necessità di unità e azione collettiva per fermare le esecuzioni a prescindere dalle opinioni, dalla nazionalità, dall'etnia, dalla religione e dal tipo di accuse, e chiediamo il sostegno di tutte le coscienze libere in Iran e nel mondo per percorrere questo difficile cammino.

U
n gruppo di prigionieri in sciopero della fame del "martedì nero" nelle carceri di Ghezel-Hesar, Evin, Karaj, Mashhad e Khorramabad.
(Fonte: IHR, 20/03/2024)
 

lunedì 12 febbraio 2024

IRAN: 882 esecuzioni capitali nel 2023 e 35 persone condannate a morte nel solo gennaio 2024

Più di due persone fatte penzolare ogni giorno con una corda intorno al collo

08/02/2024 -

 IRAN. 2023: record di esecuzioni e nuove condanne; 882 esecuzioni e 198 condanne a morte.

Human Rights Activists News Agency (HRANA) rileva un preoccupante aumento del numero di condanne a morte nella Repubblica islamica, che ha raggiunto un picco di 12 mesi con 35 persone condannate a morte nel solo gennaio 2024. Dal gennaio '23 al gennaio '24 Hrana ha registrato 882 esecuzioni e 198 nuove condanne a morte.

Secondo la documentazione registrata da Hrana, la Repubblica islamica ha assistito a una significativa impennata nell'emissione di condanne a morte nel gennaio 2024, con 35 persone condannate alla pena capitale - il massimo registrato in più di 12 mesi - e un totale di 86 persone giustiziate.

Il gennaio 2024 è stato segnato anche dall'efferata esecuzione di Mohammad Ghobadlou. Ghobadlou è stato giustiziato in relazione alle proteste "Donne, vita, libertà". Il suo caso ha attirato l'attenzione internazionale a causa di segnalazioni di malattie mentali e di processi privi di qualsiasi parvenza di giusto processo.

In Iran, la pena di morte viene regolarmente comminata a seguito di processi che non rispettano le garanzie di un giusto processo, in un sistema giudiziario che manca di trasparenza e imparzialità e per crimini che non rientrano tra quelli più gravi previsti dal diritto internazionale. Il continuo ricorso alla pena di morte in questo modo costituisce una grave violazione del diritto alla vita ai sensi dell'articolo 6 dell'ICCPR.

Inoltre, e in particolare nel caso di Mohammad Ghobadlou, l'imposizione della pena di morte a persone affette da disturbi mentali è severamente vietata dal diritto internazionale, come ribadito dalla Sezione 3(e) della Risoluzione della Commissione ONU per i Diritti Umani (2000/85).

 Un esame delle esecuzioni e dell'emissione di sentenze capitali nel periodo compreso tra gennaio 2023 e gennaio 2024 dimostra che il numero di esecuzioni supera costantemente il numero di nuove condanne a morte emesse. Questa disparità è evidente, e suggerisce che le autorità intendano “smaltire l’arretrato”.

L'Iran continua a essere tra i primi al mondo in termini di pena capitale, nonostante gli appelli internazionali per l'abolizione della pena di morte, in particolare per i crimini che non rientrano tra quelli più gravi secondo il diritto internazionale. È evidente che la Repubblica islamica si rifiuta di rispondere agli appelli della comunità internazionale. I membri della magistratura iraniana, complici della totale mancanza di conformità con gli standard internazionali sui diritti umani, devono continuare a essere ritenuti responsabili attraverso vari meccanismi di responsabilità internazionale, come il sistema di sanzioni “Magnitsky”*, da applicare a giudici, funzionari e membri delle forze dell'ordine per il loro coinvolgimento nel continuo uso della pena capitale come strumento per vittimizzare e mettere a tacere.

*L’avvocato russo Sergei Magnitsky nel 2007-2008 denunciò pubblicamente una frode fiscale su larga scala nel suo Paese che coinvolgeva funzionari di polizia, magistrati, ispettori del fisco, banchieri e organizzazioni criminali di stampo mafioso. In seguito alle sue denunce, fu arrestato e – dopo undici mesi di detenzione senza processo in condizioni durissime – morì in una prigione di Mosca, a 37 anni, nel novembre del 2009. L’imprenditore statunitense William Browder, suo assistito, lanciò quindi una campagna affinché venissero imposte sanzioni mirate nei confronti dei funzionari coinvolti, finalizzate ad impedire loro di entrare nel territorio USA e ad escluderli dal sistema economico-finanziario americano. Nel 2012 il Congresso approvò il Magnitsky Act, che prevedeva sanzioni individuali consistenti, in particolare, nel congelamento dei beni e nel rifiuto del rilascio del visto d’entrata negli Stati Uniti. (da: https://fidu.it/language/it/legislazione-magnitsky-2/)

https://www.en-hrana.org/hra-records-highest-number-of-death-sentences-imposed-by-the-islamic-republic-in-more-than-12-months/

(Fonte: Hrana)




DUE IMPICCATI AL GIORNO: LA GUERRA DELL’IRAN AGLI IRANIANI


Guerra deriva dal tedesco antico werra che esprime il senso del disordine proprio della mischia in cui i corpi, nello scontro, si aggrovigliano e si macellano secondo quella modalità di combattimento che connotava le popolazioni germaniche antiche, “barbare” appunto. Guerra e barbarie camminano insieme. Tant’è che dove c’è guerra c’è barbarie. Meno scontato ma altrettanto vero è che dove c’è barbarie c’è guerra. Come definire infatti la carneficina delle esecuzioni capitali in Iran se non come una guerra del regime teocratico nei confronti del suo stesso popolo?
 
Nell’anno che si è da poco concluso sono state giustiziate almeno 883 persone secondo il monitoraggio quotidiano di Nessuno tocchi Caino (almeno 850 secondo Iran Human Rights Monitor). Solo una minima parte di questa macellazione, il 17%, è stata resa pubblica dai mezzi di informazione. Eppure parliamo di una media di più di due persone fatte penzolare ogni giorno con una corda intorno al collo secondo un orrido ritmo confermato da questo primo mese del 2024 che ha visto almeno 70 giustiziati in 31 giorni. Una mattanza talmente vergognosa che è lo stesso regime che la vuole tenere nascosta. Mi ricorda la segretezza che avvolgeva l’industria della morte del campo nazista di Auschwitz, ben descritta dal medico ebreo ungherese Miklos Nyiszli nel libro curato da Augusto Fonseca “Sono stato l’assistente del dottor Mengele”.

La barbarie, come la guerra, comporta l’eclissi del senso di umanità per come questo è andato definendosi anche nelle norme di diritto internazionale cogente, perché da tutti condivise, che vietano la pena di morte nei confronti di chi era minorenne al momento del fatto o abbia compiuto reati non di sangue legati alla droga. La barbarie iraniana è giunta l’anno scorso a impiccare 7 minorenni e 494 condannati per reati legati alla droga. Quanto alle 27 donne giustiziate, prima dell’aggrovigliarsi della corda al loro collo ci sono stati i processi ingiusti attorcigliati ai loro corpi abusati da mariti che alla fine hanno ucciso per difendersi.

Avviluppati da processi privi delle garanzie minime sono stati anche i corpi dei 20 giustiziati per motivi politici nel 2023. Tra loro i partecipanti alle manifestazioni “Donna, vita, libertà” come Mohammad Ghobadloo, giustiziato a Karaj lo scorso 23 gennaio. Gli era stata scagliata addosso l’accusa di Moharebeh (guerra contro Dio) e corruzione in terra per aver investito con la sua auto e ucciso un agente di polizia durante le proteste scatenate dalla morte di Mahsa Amini. Soffriva di un disturbo bipolare e la sua esecuzione era stata annullata dalla Prima Sezione della Corte Suprema. Eppure, nella mischia del disordine anche istituzionale del regime iraniano per cui un tribunale non rispetta quello che dispone un altro, è finito sulla forca, undicesimo manifestante dopo Mohsen Shokati, Majidreza Rahnavard, Mohammad Mehdi Karami, Mohammad Hosseini, Saleh Mirhashemi, Majid Kazemi, Saeed Yaghoobi, Milad Zahrawand, Mohammad Ramz Rashidi e Naeim Hashemi Qatalli.

Dallo stesso carcere di Karaj è giunta il 29 gennaio la tremenda notizia dell’esecuzione di altri quattro prigionieri politici curdi: Pejman Fatehi (28 anni), Mohsen Mazloum (27 anni), Vafa Azarbar (26 anni) e Mohammad (Hajir) Faramarzi (28 anni). Erano stati arrestati a Urmia il 22 giugno del 2021 e da allora non hanno mai potuto avere alcun contatto, visite o telefonate, con i propri familiari. L’unica visita è stata concessa poco prima dell’esecuzione. Durante la loro detenzione in una località tenuta segreta, con l’accusa di spionaggio a vantaggio di Israele, hanno subito torture che li hanno portati ad autoaccusarsi davanti alla telecamera. Immagini che poi sono state diffuse attraverso i canali del regime iraniano.

Occorre porre fine a questo barbaro disordine interno se vogliamo far terminare le minacce all’ordine internazionale. Ma per stabilire in Iran un ordine basato sull’armonia dei diritti umani universali bisogna che cambi il regime dei mullah e che cambino registro i paesi democratici, perché è stata la loro ultradecennale politica dell’accondiscendenza a mantenerlo immutato se non a renderlo peggiore.



Elisabetta Zamparutti su L’Unità del 4 febbraio 2024

domenica 22 ottobre 2023

da NTC: ASSECONDARE L’IRAN CREA MOSTRI COME HAMAS





di Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti su L’Unità del 15 ottobre 2023


Per decenni abbiamo sentito dire che bisognava perseguire una politica di accondiscendenza con l’Iran perché Paese fattore di stabilizzazione del Medio Oriente. Come Nessuno tocchi Caino abbiamo sempre sostenuto invece che l’Iran è destabilizzante l’intera regione e rappresenta una minaccia mortale alla pace e alla sicurezza mondiale perché in guerra innanzitutto con il suo stesso popolo che perseguita e reprime da oltre quarant’anni in violazione e disprezzo dei diritti umani fondamentali come universalmente riconosciuti.

Oggi è drammaticamente e tragicamente evidente che l’Iran, questo regime teocratico e misogino, è una minaccia per tutti noi che crediamo e lottiamo per l’affermazione dello Stato di Diritto e stiamo con lo Stato di Israele. Non perché esso sia una democrazia perfetta ma perché è, comunque, l’unica democrazia del Medio Oriente e
“una marca di frontiera dell’Europa" come disse Marco Pannella che, per il bene suo e nostro e dei palestinesi, propose di far entrare lo stato ebraico nell’Unione europea.

Chi si somiglia si piglia, vuole il detto popolare. Il regime di Hamas a Gaza è diventato l’anima gemella del regime dei mullah di Teheran. Il comune denominatore non è solo l’Islam e il suo libro sacro, il Corano, che da legge di Dio diventa legge dello Stato. Quel che li accoppia è anche la legge della Sharia e nella Sharia si riconoscono per quello che realmente sono. Due regimi illiberali gemellati dall’odio verso il sistema di valori detti “democratici”, usi e costumi detti “occidentali”, ma che sono in realtà valori, usi e costumi semplicemente “universali”. Scritti e santificati non solo nella Costituzione americana o nella Convenzione europea, ma in dichiarazioni, patti e convenzioni internazionali.

Tanto per capirci, la Sharia non è solo un codice di condotta, è un codice penale a tutti gli effetti. Al buon musulmano non chiede solo di pregare, non mangiare carne di maiale, digiunare, versare l’elemosina, compiere buone azioni, andare in pellegrinaggio, impone anche di non fornicare, non rubare, non bere alcolici, “peccati” che sono considerati reati tra i più gravi che può commettere un musulmano. Sono detti reati Hudud, sono definiti nel Corano come “affermazioni di Allah” e sono, quindi, imperdonabili. Hudud significa “limiti”, ma le pene previste per questo tipo di “reati” vanno oltre ogni limite di ragionevolezza e universale accettazione: la lapidazione per gli adulteri, l’amputazione di mani e piedi per i ladri, la fustigazione per i bevitori di alcolici.

Nel 2006, dopo le prime elezioni politiche che hanno visto Hamas competere e vincere a sorpresa, il suo portavoce, Hamed Bitawi, ha subito dichiarato: “Il Corano è la nostra Costituzione, Maometto è il nostro Profeta, la jihad è il nostro cammino e morire come martiri per amore di Allah è il nostro massimo desiderio”. Il suo discorso fu accolto da un’ovazione della folla e dall’invocazione “Allah è Grande”.

Dopo che 
nel giugno 2007, con un colpo di Stato, Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, estromettendo il partito di Fatah, suo rivale, assassinandone anche gli esponenti, la presa dell’Islam di stampo iraniano sulla vita quotidiana della popolazione nella Striscia di Gaza è diventata via via una morsa mortale.

Al di là di una loro base legale, codici di comportamento islamico sono applicati sulla popolazione attraverso il
ferreo controllo di Hamas di settori strategici, quali le scuole, le moschee, le strutture di assistenza sociale, i media, che hanno un impatto decisivo sui modi di vita corrente nella Striscia. L’imposizione di tali codici nella vita quotidiana è curata principalmente dai servizi di sicurezza interna di Hamas, che operano come una sorta di “polizia morale” sul modello dell’analoga forza di polizia che in Iran ha assassinato Masha Amini. A Gaza, ad esempio, le donne per strada o in spiaggia devono vestirsi appropriatamente come a Teheran; le femmine single devono essere separate dai maschi.

L’inimicizia verso i costumi e i modelli di vita dei cittadini israeliani e degli occidentali “infedeli” prevale sulla stessa inimicizia nei confronti della Stella di David “sionista” e degli Stati Uniti d’America.

Il massacro di civili al rave party nel deserto del Negev in Israele è stato obiettivo prioritario dei terroristi di Hamas, richiama e traduce in strage gli interventi delle unità di polizia religiosa che a Gaza e a Teheran sono dedicate alla caccia di giovani che mangiano in pubblico durante il Ramadan, hanno relazioni omosessuali o al di fuori del matrimonio o partecipano a feste di genere misto.

Colpisce che l’orrore di Hamas, telecomandato da Teheran, si sia manifestato poco dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Narges Mohammadi.
 Siamo indotti a pensare che sia proprio un modo di pensare e agire radicalmente diverso da quello proprio di un regime intriso di violenza, come quello iraniano, che lo può sgretolare.

Per saperne di piu' :NESSUNO TOCCHI CAINO

giovedì 5 maggio 2022

da NTC news Anno 22 - n. 12 - 26-03-2022 -UN TRIBUNALE PER PUTIN?


@ MarianoGiustino - Come era scontato la #Russia ha violato l'ennesima tregua annunciata con promessa menzognera nell'acciaieria Azovstal a #Mariupol, dove le forze partigiane continuano la Resistenza. Lo ha reso noto un comandante ucraino da Al Arabiya
#PutinWarCriminal 
@RadioRadicale
 #Turchia


 
QUELLO DELLA RICONCILIAZIONE ...

Tra le menzogne propinate da Putin per motivare l’invasione dell’Ucraina c’è perfino quella di compiere un’azione di “peacekeeping” nelle regioni del Donetsk e di Lugansk. 
La memoria corre al 1987, all’origine della tragedia nella ex Iugoslavia innescata dall’allora leader del Partito comunista serbo Slobodan Milosevic, che dichiarava: “Sul fronte domestico ed esterno, i nemici si stanno ammassando contro di noi”. Ancora un presunto accerchiamento farcito con il nazionalismo più anacronistico e violento. 
Alcuni anni dopo, intervistato dalla BBC, Milosevic affermava: “La situazione in Kosovo era intollerabile (…) I serbi erano stati privati dei loro diritti. Gli albanesi volevano un Kosovo etnicamente puro.”

Lo scorso 22 febbraio Putin ha affermato: “Ciò che sta accadendo oggi in Donbass è genocidio”. Conosciamo i sedicenti pompieri che per spegnere il fuoco seminano altro fuoco, devastazione e morte. 
La distruzione odierna è possibilmente ancor più grave perché travalica i confini di un altro Stato. Un disegno criminale che inevitabilmente colpisce anche coloro che sono impegnati in tali operazioni di “peacekeeping”: tra le vittime delle menzogne di Putin, a cui è appunto negato il diritto alla conoscenza, ci sono sia migliaia di soldati russi mobilitati dal pericolo di un’imminente invasione da parte dell’Ucraina e della NATO, sia migliaia di cittadini russi perseguitati e incarcerati per aver manifestato contro la guerra, o costretti a fuggire dall’isolamento in cui è piombato il Paese. 

Secondo Memorial Italia, parte del network di Memorial International, l’ONG per i diritti umani liquidata dalla Corte Suprema russa, sono almeno 80.000 i cittadini russi scappati in Armenia, 35.000 in Georgia, 10.000 in Turchia.

In un articolo pubblicato il 7 marzo 2005 sul Corriere della Sera, intitolato non a caso “La resa ai dittatori chiamata ‘Pace’”, lo stesso Pannella scriveva in merito alla seconda guerra del Golfo del 2003: “Quando, come radicali, abbiamo tentato di contrapporre alla ‘necessità’ di una fase bellica, la scelta di liberare l’Iraq, di por fine allo sterminio delle popolazioni irachene con la sola arma della democrazia e della diplomazia, della scelta di un’immediata attivazione di un progetto – garantito dall’ONU – di transizione verso la democrazia in Iraq, assicurando a Saddam la convenienza della scelta dell’esilio (progetto fatto proprio dalla maggioranza assoluta dei parlamentari italiani, di centro-destra e di centro-sinistra), costoro [i pacifisti] nemmeno mostrarono di accorgersene.”

A chi invoca la “pace subito”: quale pace? La “pax putiniana”? 
Le bombe in Ucraina su ospedali e teatri, il massacro di persone in fila per cercare di acquistare del pane, sono crimini su cui la Corte Penale Internazionale (CPI) ha aperto un’indagine e invitato chiunque abbia prove a inviarle alla Corte, anche se sarà impossibile portare a giudizio davanti alla CPI i responsabili di tali crimini, non avendo l’Ucraina e la Russia mai ratificato lo Statuto di Roma.
In teoria, lo potrebbe fare l’Italia, perché – come spiega l’Avv. Paolo Reale – per il crimine di aggressione e per quei crimini di guerra che per motivi vari non potranno essere perseguiti dalla Corte Penale Internazionale, “potrà essere esercitata direttamente dai singoli Stati la propria giurisdizione extraterritoriale, che in relazione ai crimini internazionali è più corretto definire giurisdizione universale, che consente di processare e punire, a determinate condizioni, anche gli stranieri che commettono all’estero gravi crimini in danno di vittime non italiane”.

Il 16 marzo anche il Papa ha pregato perché la mano di Caino si fermi.
 Ciò può avvenire fornendo armi agli ucraini, isolando Putin dalla comunità internazionale, lasciando che la sola entità autorizzata a processarlo sia la giustizia internazionale oppure… cercando qualcosa di meglio del diritto penale, di alternativo a tribunali e processi penali. Non mancano nella nostra storia anche recente esempi – penso al Sudafrica, penso al Ruanda – di corti, commissioni e processi di verità e riconciliazione! Questo permetterà di rendere conoscenza dei fatti commessi e avviare un processo di riconciliazione tra ucraini e russi.

I processi, pure penali, nei confronti di Caini come Milosevic, Karadzic e Mladic hanno giovato a un faticoso percorso di verità e riconciliazione nei Balcani, non ancora del tutto completato. Non v’è stata nei loro confronti nessuna pena di morte, ma per alcuni di loro la pena è stata fino alla morte.

Sappiamo, invece, come è finita con Saddam: bombardato, braccato, cavato fuori da un buco e impiccato alla maniera “saddamita”, senza nessuna pietà. “Nessuno tocchi Saddam”, aveva allora invocato Pannella che, per salvargli la vita, aveva fatto un durissimo sciopero della fame e della sete. Dovesse accadere, il nostro “nessuno tocchi Caino” varrebbe anche per Vladimir Putin. Nessuna vendetta, nessuna pena di morte, nessuna pena fino alla morte. Cerchiamo, anche in questo caso, qualcosa di meglio del diritto penale!


Matteo Angioli
su Il Riformista del 25 marzo 2022




venerdì 12 gennaio 2018

Intervista a Esmahil Mohades sulla rivolta in Iran

La rivolta dei cittadini ridotti alla fame dal regime degli ayatollah con le sue dissennate spese militari può trasformarsi in rivoluzione ?

Ecco una intervista sulla situazione raccolta da Gianni Colacione per LiberiTV




http://www.liberi.tv/webtv/spazio/iran

Voci Transnazionali - Iran. 11 gennaio 2018

Conversazione con Esmail Mohades, scrittore iraniano.
Conduce Gianni Colacione.

giovedì 11 gennaio 2018

La rivoluzione Iraniana e D'Alema ?

Oggi rilancio un aggiornamento sulla situazione di rivolta in Iran che mi giunge da Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia, inquietante per le troppe domande che sùscita senza ( almeno per ora) risposte istituzionali.
Leggere con attenzione, grazie.
AMg

L'Iran è in rivolta e D’Alema si reca a Teheran nel cuore della grande rivolta iraniana!
Con quale missione?
Perché?
Per conto di chi?
Opportunità?
Quanti soldi in cambio di questa comparsata?
È una legittimazione della repressione?
Perché proprio oggi?

Queste sono domande ricorrenti che mi pongono i colleghi giornalisti e anche gli amici che seguono l’evolversi della nuova rivoluzione del popolo iraniano.

Cerco di sintetizzare in poche parole:
in un regime repressivo e dittatoriale religioso la propaganda ha lo stesso peso della repressione, forse anche di più.

Parallelamente alla dura repressione della rivolta il regime degli ayatollah ha ben pensato di radunare i suoi lobby stranieri, da anni sulla busta paga del ministro della propaganda islamica, per  dimostrare, attraverso i suoi canali di disinformazione, la fine della rivolta. Un tentativo assolutamente inutile che dimostra quanto sia critica la sua stabilità e quanto sia fondamentale portare allo scoperto gli uomini che lo rappresentano nel mondo economico e politico internazionale tra cui D’Alema è un punto di riferimento fondamentale in Italia.
Il viaggio di D’Alema e altri uomini come lui è stato giustificato come ospiti della “ conferenza internazionale sulla sicurezza nel mondo” tenutasi in questi giorni a Teheran.
Il colmo è che il padrino del terrorismo islamico internazionale diventi all’improvviso il promotore della “ sicurezza mondiale “!

In Iran c’è un detto che dice: ”devo credere al tuo giuramento sui santi o alla coda del gallo nascosto sotto il cappotto”?
La storia: un giorno un ladro ruba il gallo di un contadino e poco dopo viene fermato dalle guardie e portato dal giudice.
Il giudice:” hai rubato tu il gallo?”
Ladro” giuro su tutti i santi che non sono stato io. Sono innocente “!
Il giudice” non so se credere ai tuoi giuramenti sui santi o alla coda del gallo che fuoriesce dal tuo cappotto “!

È come la storia che oggi si ripete identica in Iran  con il D’Alema che  rappresenta il ladro e di fronte al giudizio internazionale giura che non prende soldi dall’Iran e che le sue intenzioni sono umanitarie!
Ma le foto con il rappresentante esteri del regime iraniano che ha ucciso un centinaio di soldati italiani tra cui quelli morti nel l’attentato a Nassiria ben rappresentano il coinvolgimento di D’Alema nella giustificazione del massacro e della repressione nonché il terrorismo iraniano!
D’Alema vergognati!

Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia

giovedì 30 novembre 2017

Zarif, il rappresentante del regime terroristico iraniano, è a Roma.

Comunicato stampa

Zarif, il rappresentante del regime terroristico iraniano, è a Roma.

L'Associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia condanna fermamente la presenza del ministro degli Esteri iraniano a Roma.
Il regime iraniano è il responsabile numero uno del massacro dei soldati italiani.
Zarif nel suo curriculum trentennale è stato uno dei responsabili della repressione e in particolar modo della diffusione del terrorismo islamico iraniano nella regione e in Europa.

Zarif non rappresenta il popolo iraniano e chiediamo al governo italiano di espellerlo dal territorio nazionale per i crimini compiuti sia all’Interno del paese che all’estero tra cui in Yemen, in Arabia Saudita, in Siria e in molte altre zone del globo.

Chiediamo fermamente al governo italiano di interrompere qualsiasi dialogo con una figura che rappresenta il terrorismo, la repressione, la guerra e la costruzione della bomba atomica.
Il suo compito è quello di dividere gli europei dagli americani e di acquistare altri tempi necessari a portare a termine la costruzione della bomba atomica.

Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia

Roma 30 novembre 2017

martedì 21 novembre 2017

Raccolta di aiuti per le popolazioni dell'Iran colpite dal terremoto devastante dei giorni scorsi.

Appello dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia  per la raccolta di aiuti a favore delle  popolazioni colpite dal terremoto in Iran
Cari amici il regime dei mullah non appena è avvenuto questo  catastrofico terremoto ha inviato sui luoghi devastati oltre 20.000 Passdaran e i paramilitari Basiji onde evitare le ribellioni e le rivolte. Fino ad oggi solamente gli aiuti popolari hanno salvato il salvabile. I Passdaran cercano di radere al suolo con aiuto dei bulldozer le zone colpite sopra la testa dei morti e feriti.
Dal momento  che numerosi amici mi hanno chiesto come possono aiutare i terremotati abbiamo deciso di aprire una campagna per la raccolta di aiuti in denaro che attraverso i nostri canali interni verrano distribuiti con l’acquisto del materiale urgente secondo la necessità delle zone colpite.
Vi chiediamo di partecipare anche con un piccolo pensiero
Gli aiuti potranno essere versati sul conto corrente seguente:
Davood karimi
Iban :
Monte paschi di Siena di Roma ag. 40 via Lanciani
IT 13 Z 01030 03240 000000  308357
Intestato a davood karimi
Causale: aiuto per i terremotati in iran

Non dimenticheremo mai chi ci ha aiutato nei momenti più bui della nostra storia
Davood karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia
Grazie di cuore

mercoledì 3 dicembre 2014

#salviamoSoheil, condannato a morte per un post su Facebook


#salviamoSoheil,

 condannato a morte per un post su Facebook



Soheil Arabi ha 30 anni, è fotografo e blogger e ha una figlia di 5 anni. Un anno fa veniva arrestato per aver insultato il profeta Maometto e alcuni personaggi politici iraniani su Facebook.

Il 26 novembre, Soheil è stato definitamente condannato a morte, nonostante si sia pubblicamente pentito per quello che ha scritto.
Secondo la legge islamica se una persona si pente di quel che ha fatto, la condanna può essere ridotta a 74 colpi di frusta.

La petizione su change.org è stata avviata da Sabri Najafi  
che aggiunge

Sono nata a Shiraz, una città bellissima nel sud dell’Iran. All’età di 20 anni mi sono trasferita a Teheran dove ho studiato Scienze Politiche. 
Nel 1980 ho deciso di partire per l’Italia, spaventata dai provvedimenti del regime di Khomeini. Nella mia vita mi sono sempre battuta per i diritti di genere e per i diritti umani. 
Il servizio di sicurezza iraniano ha ora cominciato a diffondere la calunnia secondo la quale Soheil sarebbe stato condannato per stupro, accusa facilmente smentibile dalla lettera di condanna.

Chiedo alle autorità iraniane la sospensione della Pena di morte a Soheil Arabi e il rispetto delle leggi internazionali sui diritti umani secondo le quali la pena di morte può essere esercitata soltanto per i crimini più gravi, tra i quali senz'altro non rientrano i reati d’opinione.


mercoledì 13 agosto 2014

Una storia iraniana

Ho ricevuto da un amico questo racconto, purtroppo non di fantasia, e lo condivido qui.
AMg

>>Care amiche e cari amici stasera vorrei portare alla vostra attenzione una storia di dolore di una ragazza appena sedicenne, impiccata in pubblico il 15 agosto 2004 nella città di Nekah in Iran.
Chiedo scusa per il forte contenuto della storia.
Vi chiedo perdono

"La storia di Atefeh Rajabi è piena di dolore e di miseria: è nata in una poverissima famiglia nella città di Nekah, è rimasta subito orfana della mamma, con il padre tossicomane che la obbligava ad andare fin da bambina a vendere le gomme da masticare e mendicare.
Cosi facendo è cresciuta tra miseria, pietà, carità popolare e attenzioni maschili sul suo debole corpo senza carne e tutta ossa!
Il padre sempre più esigente e a volte fuori per cause di lavoro di manuale e operaio edile è rimasta spesso dai vecchi nonni molto poveri.
Man mano che cresceva le attenzioni maschili cadevano sul suo debole corpo e sui piccoli curvi!
Qualcuno le pagava per qualche palpeggiamento, qualcuno per qualche servizio più spinto!
Pian piano che cresceva diventava sempre più sfruttata sessualmente, a detta dei compaesani aveva anche qualche problema comportamentale e mentale; diverse volte è stata fermata e portato in commissariato per la prostituzione.
Alcuni cittadini l'avevano denunciato per il suo comportamento e attività di prostituzione, tutto ciò fino all'età di 15 ani e mezzo, quando fu arrestata e condannata a morte da un giudice religioso che in qualche occasione l'aveva portato in casa sua e l'aveva violentata.
In carcere di Nekah veniva visitata ogni giovedì sera ( in Persia il giorno venerdì è festa e la gente si dà all'intimità giovedì sera perché il giorno dopo potrà andare a fare il bagno nei bagni pubblici e fare abluzione religiosa per aver fatto sesso!). Ogni volta che il giudice religioso andava a violentarla le prometteva di farla liberare prima possibile. Le aveva motivata la sua condanna a morte perché molta gente aveva protestato presso il commissariato e lui l'avrebbe fatto per finto per domare le proteste del paese!
La detenzione si prolungava e lei impaziente chiedeva sempre più spesso di poter andare a casa e trovare le sue bambole e giocare con i coetanei!
Una notte, durante il rapporto sessuale con il giudice, gli chiede ancora la liberazione e lui come sempre cerca di giustificare il ritardo nella scarcerazione: a questo punto lei cerca di minacciare lui e di dire quello che lui viene a fare tutti i giovedì sera.
Ma il giudice cerca sempre di domare la sua rabbia e tranquillizzarla con le sue promesse e qualche regalino
ma le minacce diventano sempre più insistenti.
A questo punto il giudice Rezai decide di eseguire la condanna a morte e dato che lei era minorenne di quasi 16 anni si reca a Teheran presso la corte suprema del paese e cerca di convincere i giudici a esaminare il caso in via eccezionale perché la popolazione è in rivolta e chiede la testa di Atefeh:  la corte suprema in due giorni dà la sua approvazione all'esecuzione in privato ma il giudice Rezai ne chiede in pubblico.

La notte del 15 agosto del 2004, quando le ragazze e i ragazzi del resto del mondo si davano al divertimento nelle città balneari, il giudice Rezai si reca da Atefe e dopo aver consumato ennesima notte di sesso con la promessa della liberazione per il giorno dopo, il 15 agosto del 2004 i Passdaran girano nella città e con alto parlante comunicano esecuzione in pubblico di Atefeh invitando la popolazione ad assisterci.
La mattina alle 8 il giudice Rezai si reca in carcere e comunica a Atefe la liberazione per il mezzogiorno
Atefe gli disse "allora possiamo pranzare insieme?" il giudice Rezai le risponde "si ti ho preparato " Chelo Ghormesabzi" di cui lei era molto goloso"( una pietanza persiana molto ricco di verdure e carne accompagnato dal riso basmati e zafferano. è un piatto molto ricco e appartenete alla classe media alta). Verso le 11 i Passdaran vanno a prelevarla in carcere e con un cellulare la conducono in piazza centrale di Nekah.
Quando Atefeh vede la gente in piazza capisce nonostante la sua menomazione mentale che qui non si tratta di "Chelo Ghormesabzi" ma ben qualcosa più terribile e comincia a capire che la gente li in piazza sa qual cos'altro che lei non sapeva ancora.
Comincia a piangere.
Non vuole salire sulla gru portata in piazza con una fune blu.
Comincia a chiedere aiuto e gridare aiuto e chiamare i suoi " mamma, mamma, papa, papa" pur sapendo che la mamma era già morta,
Il giudice religioso le avvicina per calmarla e sotto orecchio le dice  " E' una cosa finta non gridare vedrai che all'ultimo momento io salgo sulla gru e toglierò il cappio al collo e dichiarerò amnistia!
Ho la tua amnistia in mano firmata dall'ayattollah Khamenei ma la devo leggere quando tu sei sulla gru.
Dirò che la nostra grande ayattollah ha offerto la sua generosità e amnistia tenendo conto della tua età e condizioni di vita" ( hanno raccontato i Passdaran vicini che hanno assistito all'impiccagione),
Atefeh si calma e sale sulla gru.
I Passdaran mettono la testa tra il cappio della fune blu e scendono.
Atefeh resta fermo con le mani legate dietro la schiena.
Il giudice Rezai comincia a dare la lettura della sentenza chiedendo alla popolazione di approvare le sue fatiche giuridiche e il suo impegno personale nello " sradicamento della prostituzione e del mal costume e corruzione morale".
Dopo la lettura chiede l'ascolto di alcuni passaggi del Corano riguardante il caso della "corruzione morale che è il male più grave sulla terra!"
Dopo la lettura di alcuni passaggi del Corano il giudice religioso dà ordine ai Passdaran di salire sulla gru e di eseguire la pena ma in piazza non si muove un foglio, silenzio assoluto, nemmeno i respiri si sentivano salvo il rumore del piccolo cuore di mia "figlia"!
Il giudice grida ai Passdaran di salire e di togliere la sedie sotto i piedi di Atefeh.
Anche l'aria era rimasta ferma
Il giudice minaccia i Passdaran di condannarli a morte per la disobbedienze dell'esecuzione dell'ordine di Dio e del ayattollah Khamenei, attuale capo supremo del paese.
Allora a questo punto sale lui di persona e da dietro avvicina la mia figlia Atefeh che capito dell'intenzioni del giudice religioso Rezai grida con tutta la sua forza "NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO, lui mi violentava sem..." la sua voce viene interrotta da un rumore misto dello scricchio della sedia e del rumore di soffocamento che usciva dalla bocca di mia "Atefeh"!

Il corpo restò per ben due ore esposto alle carezze del vento e degli spaventatissimi sguardi che trasmettevano a tratti la rabbia, la pietà e la sconfitta!
Aveva vinto il giudice Rezai e il suo misogino regime clericale.

Viva il ricordo di mia Atefeh ( in persiano significa amore, sensibilità, gentilezza, generosità).
Il mondo dei mullah le ha tolto tutto ma non il suo amore che è rimasto e rimarrà nei nostri cuori!
Oggi riposa in un pezzo di terra vicino a mamma!
Qualche volta qualche donna le porta i fiori ma lei a chi va a trovarla le domanda sempre "avete visto le mie bambole, come stanno sono cresciute"?" mangiate ancora Chelo Ghormesabzi"? allora quando lo mangiate pensate anche a me<<
davood karimi

lunedì 15 ottobre 2012

Ragazza diciannovenne, musulmana, lapidata a morte per aver partecipato a un concorso di bellezza.

Murdered: Katya Koren was attacked after taking part in a beauty contest which her friends said angered hardline Muslims 

Questa ragazza musulmana è stata lapidata a morte in applicazione della 'sharia' dopo aver partecipato a un concorso di bellezza in Ucraina.Katya Koren, 19 anni, è stata trovata morta vicino a casa sua in un villaggio nella regione di Crimea.Gli amici hanno detto che le piaceva indossare abiti alla moda ed era risultata settima in un concorso di bellezza.

Ammazzata: Katya Koren è stata assassinata per aver partecipato a un concorso di bellezza, cosa che ha fatto arrabbiare i suoi amici musulmani integralisti.
Il suo corpo martoriato è stato sepolto in una foresta ed è stato trovato una settimana dopo la sua scomparsa.

Rural: Katya Koren lived in the Crimea region of the Ukraine where her body was found buried in woodland 
 Katya Koren viveva nella regione della Crimea-Ucraina, dove il suo corpo è stato trovato sepolto nel bosco.
La polizia ha aperto un'indagine per omicidio e si stanno verificando le posizioni di tre giovani musulmani, che l'hanno uccisa sostenendo che la sua morte era giustificata per la legge dell'Islam.Uno dei tre - un sedicenne chiamato Bihal Gaziev - è stato fermato e ha dichiarato alla polizia che Katya ha 'violato le leggi della Sharia'. Gaziev ha detto che non ha alcun rimorso per la sua morte.
The Crimea region of Ukraine
 
La lapidazione è un argomento controverso tra i musulmani, con alcuni gruppi che lo interpretano come parte integrante della legge islamica e altri in disaccordo.
Secondo la relazione annuale di Amnesty International sulla pena di morte in tutto il mondo, pubblicata in aprile, non ci sono notizie di esecuzioni giudiziarie effettuate con la lapidazione nel 2010.
 

 
Tuttavia, nuove condanne a morte per lapidazione sarebbero state comminate in Iran, nello stato di Bauchi - Nigeria e in Pakistan.
Almeno 10 donne e quattro uomini nell'ultimo anno sono stati sentenziati di morte per lapidazione in Iran, dove l'adulterio è il solo crimine che comporta
secondo la legge della Sharia tale sanzione.
Essa è stata ampiamente imposta come condanna, negli anni dopo la rivoluzione islamica del 1979, e anche se la magistratura iraniana ancora regolarmente commina la lapidazione, ora è spesso convertita in altre pene.Ha suscitato grande clamore internazionale la
condanna a morte per lapidazione per adulterio di Sakineh Mohammadi Ashtiani
International outcry: Sakineh Mohammadi Ashtiani was sentenced to death by stoning for adultery Questa pratica barbara è stata messa sotto i riflettori internazionali l'anno scorso, quando una donna iraniana, Sakineh Mohammadi Ashtiani, è stata condannata a morte per lapidazione per adulterio dopo aver subito anni di abusi da parte del marito tossicodipendente.
L'avvocato della signora Ashtiani ha denunciato che ella sarebbe stata picchiata e costretta a prostituirsi da
Ebrahim Ghaderzade, tossicodipendente, che lei è accusata di aver ucciso.
E 'stata condannata a dieci anni per omicidio e condannata a morte per adulterio. E 'stata anche condannata per aver avuto rapporti illeciti per i quali ha ricevuto 99 frustate.
Le autorità iraniane alla fine hanno sospeso la lapidazione, dopo le proteste da parte della comunità internazionale.
L'Unione europea ha invitato a sospendere la sentenza  'barbara', il Vaticano ha supplicato clemenza e il Brasile, che ha cercato di intervenire nel
braccio di ferro dell' Iran  con l'Occidente sul suo programma nucleare, ha offerto asilo signora Ashtiani.Un certo numero di celebrità, tra cui Robert Redford, Robert De Niro e Sting hanno chiesto il suo rilascio in una lettera aperta al regime iraniano, sostenuta da più di 80 attori, artisti, musicisti, accademici e politici.PER SAPERNE DI PIU'

mercoledì 1 dicembre 2010

Shahla Jahed: ultimo messaggio al mondo dalla prigione di Evin

Shahla Jahed mi ha chiamato oggi dalla famigerata prigione di Evin oggi.
 Shahla ha ringraziato tutto il mondo per gli sforzi fatti per salvare la sua vita, e ha detto che ha ricevuto la sua sentenza di esecuzione.
Dice che lei dovrebbe essere impiccata domani.
Mi appello al popolo del mondo, a tutte le associazioni e organizzazioni, a tutti i governi, affinché facciano tutti gli sforzi possibili per fermare l'esecuzione di Shahla.  

Questo è un momento critico.
Forse può esserci ancora una piccolissima speranza di salvare Shahla, per fermare la sua esecuzione , ma dobbiamo tentare.
  Questo è il nostro dovere.  

Shahla non ha chiamato per dire solo addio. L'ultimo messaggio di Shahla è infatti un invito rivolto a noi, a fare tutto quanto in nostro potere per salvarle la vita.
 

Mina Ahadi
 Portavoce del comitato internazionale contro le esecuzioni 
Martedì 30 novembre 2010

http://stopstonningnow.com/wpress/4283
vedere anche
http://www.nessunotocchicaino.it/news/index.php?iddocumento=13316118

http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-d3926f1c-915e-419b-a123-a04089c05203.html#p1

sabato 13 novembre 2010

APPELLO URGENTE Campagna di aiuto a Mahtab e Saleh

ricevo questo appello urgente da Arsham Parsi di IRQR 
 http://www.helpmahtab.net/
- Iranian Railroad for Queer Refugees -
e lo accolgo per rilanciarlo invitando tutt** alla mobilitazione
alba

ecco la traduzione in italiano, sotto il testo originale

Traduzione da Inglese verso Italiano
Queer Railroad iraniano per i Rifugiati ha bisogno del tuo sostegno per aiutare due dei nostri assistiti che sono in difficoltà. Poiché abbiamo chiesto e ottenuto il vostro sostegno immediato in molti casi prima di questo,  ti chiediamo di nuovo di aiutarci attraverso il web per Mahtab e Saleh.

Vi scriviamo per portare alla vostra attenzione la situazione orribile in cui vivono Mahtab e suo marito  Saleh:  è stato loro  negato il diritto fondamentale a vivere senza paura di persecuzioni. Come donna transgender Mahtab ha vissuto nel timore delle persecuzioni da parte del governo ed è stata socialmente umiliata maggior parte della sua vita.
Dopo aver preso la difficile decisione di cambiare il suo sesso da maschio a femmina la sua vita è diventata ancora più difficile, npn solo per trovarsi costantemente ad affrontare un regime oppressivo e islamico conservatore, ma anche per dober subire minacce di morte dai suoi stessi familiari.
Giustamente lei ha preso sul serio queste minacce, poché lei ha avuto amici transessuali che sono stati uccisi dalle loro famiglie e questo è un evento normale in un paese come l'Iran.
La loro situazione non è migliorata, perché l'UNHCR ha respinto per due volte la loro richiesta di aiuto sostenendo che, visto che Mahtab ha compiuto l'intervento chirurgico di riassegnazione sessuale e legalmente cambiato la sua identità giuridica non è in pericolo.
"In conclusione, l'affermazione ricorrente che sia stata maltrattata a causa del suo sesso non è credibile riguardo il suo periodo di vita dopo la riassegnazione di sesso, e cioè dopo che lei è diventata ufficialmente donna, dal momento che la sua identità sessuale come donna è stata approvata dallo Stato e che da lei ci si aspetta che rispetti  il codice morale set per le donne ", nulla di più.
L'UNHCR non ha tuttavia considerato che le donne sono anche regolarmente perseguitate per molti motivi  in Iran. Un chiaro esempio sarebbe Sakineh Mohamadi Ashtiani che è a rischio di essere lapidata a morte.

Mahtab e Saleh hanno rchiesto aiuto alla comunità globale in quanto non hanno ottenuto aiuto altrove. Hanno vissuto nel limbo per gli ultimi tre anni. Siamo in grado di contribuire a portarli al sicuro con meno di una tazza di caffè al giorno solo per un mese.

Loro hanno esaurito tutte le loro opzioni legali dall'UNHCR.
E non possono restare in Turchia, in quanto il governo turco non concedere asilo ai rifugiati iraniani: inoltre la Turchia non è un paese sicuro per la comunità LGBT.
Il Queer Railroad iraniana per i Rifugiati ha consultato un buon numero di avvocati esperti di immigrazione e l'unica opzione per Mahtab e Saleh è la sponsorizzazione da parte del gruppo IRQR perché siano messi in grado di andare in Canada.
Ma l'unico modo per farlo è quello di ottenere da un buon numero di persone una piccola donazione e firmare un accordo con il governo canadese.
IRQR è disposto a firmare questo contratto, ma ha bisogno del tuo sostegno.
Per Mahtab Saleh  il fabbisogno finanziario per consentire loro di poter godere di una protezione da parte del governo canadese è stimato per un anno di 19.800,00 $ più le spese mediche e di viaggio.
IRQR è felice di annunciare che abbiamo ricevuto una donazione di 3000,00 dollari da un donatore generoso.

           La nostra speranza è di trovare 560 persone che donino 1,16 dollari / giorno per un mese in modo da poterli portare qui in un mese o possiamo trovare 280 persone a donare due rate di 35,00 $ in modo che si sarebbe in grado di lavorare insieme dopo due mesi. (Clicca qui per saperne di più sulle opzioni di contributo)

E 'fondamentale per noi essere in grado di ottenere per Mahtab e suo marito escano da questa situazione il più presto possibile, è come se fossero deportati, perché  in Iran sono troppe le possibilità chesiano perseguitati anche a morte.
Hanno bisogno del nostro aiuto immediato in quanto non hanno reddito o cittadinanza in Turchia e non possono andare da nessun'altra parte.




testo in inglese
Urgent Appeal - Help Mahtab and Saleh Campaign

Dear Friends,

Iranian Railroad for Queer Refugees needs your support to help two of our clients who are in dire straits. As we have asked for and received your immediate support in many cases before we are again asking you to help us in Help Mahtab and Saleh's campaign.

They have exhausted all their legal options from UNHCR. They can't stay in Turkey as the Turkish government does not grant asylum to Iranian refugees and Turkey is not a safe country for LGBT community. IRQR has consulted with a number of immigration lawyers and the only option for Mahtab and Saleh is group sponsorship to be able to come to Canada.

Mahtab and Saleh have reached out to the global community as they have not gotten help anywhere else. They have been living in limbo for the past three years. We can help bring them here to safety with less than one cup of coffee per day just for a month.

We have launched a website with detailed information about Mahtab and Saleh and how one can get involved in this urgent cause. We urge you to visit www.helpmahtab.net to see how you can get involved in this urgent cause.

Please share this with your friends and family to get more people involved.

Arsham Parsi
Executive Director
= = = = = = = = = = = = = =
Iranian Railroad for Queer Refugees Inc. (IRQR)
www.irqr.net
info@irqr.net
Tel: (001) 416-548-4171
Fax: (001) 416-214-2043

Call to Action

Spread the word. Every invitation counts:

venerdì 24 settembre 2010

HAMIDI SAKINEH e SEMENYA


S&S, o SS, sono le iniziali di due donne, vittime dei pregiudizi sessuofobi delle società arabe ed occidentali nell’anno del Signore 2010.

Dopo 8mila anni di civilizzazione, a partenza dalle valli del Tigri e dell’Eufrate, proprio là dove è in corso lo scontro infinito tra medio.oriente ed occidente, ovvero in Iraq, per i miei lettori ignoranti in geografia, il ruolo della donna nel mondo è messo ancora drammaticamente del tutto in discussione sulla base di parametri sessuofobi o peggio eteronormati di cui il pianeta non sa liberarsi.

Sakineh merita una punizione per l’omicidio del marito, ma non la morte per adulterio!
Semenya merita di correre e vincere le gare podistiche, con le donne, finché vigerà questa assurda separazione dei sessi nello sport, ancorché sia un’ermafrodita!

Le donne italiane, che hanno ricevuto i diritti civili, come le irachene, grazie agli americani, e di cui non conserviamo foto ed immagini con le dita inchiostrate solo perché all’epoca non c’era la televisione, non hanno MAI combattuto per i loro diritti.
Le donne italiane si sono lasciate premiare dalle lotte avvenute altrove su divorzio ed interruzione di gravidanza, seguendo la moda degli anni settanta, così come si stanno auto.castrando con la legge 40 o la premialità concessa solo alle veline, perfino a quelle islamizzate da Gheddafi, seguendo la moda di quest’ultimo decennio.
Le donne italiane NON hanno combattuto CONTRO il BURKA in Afghanistan ed oggi non combattono contro le LAPIDAZIONI per ADULTERIO in IRAN o in ARABIA SAUDITA (di cui non si parla mai perché sono alleati nostri… come la Libia…), lo hanno fatto Totti e Frattini, che sono due uomini!
Le donne italiane non lavorano, guadagnano di meno, sono stuprate o linciate anche in Italia, ma lo chiamiamo stalking, perché è di moda, e non alzano un dito per sé stesse nemmeno nel nostro paese.

Gli omosessuali italiani, invece, siamo l’unico movimento che l’Italia abbia mai visto effettivamente, seppure con schiere ridotte, giacchè anche noi siamo italiani ed italiane, o una via di mezzo.
Gli omosessuali italiani combattono in Italia e negli altri paesi per i diritti degli omosessuali, lesbiche, trans, marrazzi ed ermafroditi, lasciando sempre traccia sui giornali e le televisioni di tutto il mondo.
Aurelio Mancuso (ex.presidente Arcigay) sta facendo girare la notizia della condanna a morte per un omosessuale in Iran, Ebrahim Hamidi, di cui si sta occupando, per ora, solo la Francia!

A questo punto tocca a noi omosessuali sostenere anche SS, S&S, affinché SAKINEH VIVA e SEMENYA CORRA, giacché le donne italiane sono capaci solo di lavare i piatti e spolverare!
Ma non dobbiamo dimenticare che in Iran i gay sono impiccati, come presto avverrà appunto a Ebrahim Hamidi colpevole solo di “omosessualità” e non dobbiamo dimenticare che in Arabia Saudita o in Libia vigono le stesse norme, che uccidono per lapidazione le donne e per impiccagione gli omosessuali !

HAMIDI VIVA
SAKINEH VIVA
SEMENYA CORRA

La strega maligna
Manlio Converti

lunedì 8 febbraio 2010

UNA RAGIONE IN PIU' PER SOSTENERE IL MANIFESTO DI LIBERAZIONE DELLE DONNE IN IRAN

IRAN: SEGRETARIO CONSIGLIO DEI GUARDIANI ESIGE PIÙ ESECUZIONI
29 gennaio 2010:
Ahmad Jannati, Segretario del Consiglio dei Guardiani iraniano e figura di spicco della fazione legata alla guida suprema Khamenei, ha ribadito nel suo sermone del venerdì il bisogno di difendere il “velayat e-faqih” (assoluto ruolo del clero).

Le agenzie di stampa ufficiali riportano che Jannati, riferendosi alla rivolta nel Paese, ha detto: “I rivoltosi … propugnatori di corruzione sulla terra … quelli che cercano di distruggere la struttura (del regime) … i nemici della rivoluzione che intendono far crollare (il regime) … non devono essere trattati con compassione. La tolleranza ha un limite, è tempo di durezza”.

Temendo la sollevazione in occasione dell’anniversario della rivoluzione del 1979 in febbraio, Jannati si è rivolto al capo della magistratura dicendo: “Come lei ha velocemente giustiziato due mohareb (nemici di Dio), deve agire fermamente con il resto di loro … se i rivoltosi non vengono trattati con la massima fermezza, un più nero futuro ci aspetta”.
Nel tentativo di giustificare i crimini del regime ha dichiarato: “Dio dice che dovete duramente attaccare e uccidere tre gruppi di persone, se non smettono di comportarsi in questo modo: i monafeqin (letteralmente significa ipocriti, un termine dispregiativo usato dal regime in riferimento ai Mojahedin del Popolo Iraniano), gente con cattive intenzioni, e quelli che seminano scandalo. Usando termini duri e fermi, Dio dice che questi tre gruppi devono essere uccisi senza pietà”. E poi ha aggiunto, “Le ragioni di quello che è successo (nel giorno dell’Ashura) è dovuto al fatto che noi abbiamo agito fino a questo momento con debolezza. Se noi continuiamo a dimostrare debolezza, andiamo incontro a problemi, quindi dobbiamo essere fermi”.
Nel frattempo, il mullah Hassani, rappresentante di Khamenei nella città occidentale di Orumieh, ha espresso la propria soddisfazione per l’esecuzione di prigionieri politici e ha detto “Per prevenire ulteriori ribellioni, i corpi dei giustiziati devono essere esibiti davanti agli occhi della gente nelle vie di Teheran”. Ha aggiunto: “Le lingue di quelli che dicono Repubblica Iraniana anziché Repubblica Islamica devono essere tagliate”.

Per saperne di piu' :
http://articles.latimes.com/2010/jan/30/world/la-fg-iran-clerics30-2010jan30


UNA RAGIONE IN PIU' PER SOSTENERE IL MANIFESTO DI LIBERAZIONE DELLE DONNE IN IRAN


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