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Libertà sessuale, libera sessualità- 1976 - Adele Faccio

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domenica 1 giugno 2025

"Nei miei incubi rivivo le urla di quella donna" Le testimonianze.

 11 luglio 2025  The Dinah Project 

Un documentario rivela i crimini sessuali sistematici commessi da Hamas il 7 ottobre


 23 dicembre 2023 -  Le violenze sessuali di Hamas

TEL AVIV - Le prime testimonianze dettagliate sulle violenze sessuali di massa perpetrate dai miliziani di Hamas il 7 ottobre arrivano da una corrispondenza firmata da Christina Lamb sul Sunday Times di Londra. 

Lamb, giornalista specializza ta in questioni femminili, ha raccolto le testimonianze di chi è uscito vivo dal rave di Reim a Sitria, nei pressi di Tel Aviv, in un luogo allestito specificamente per loro.

Il primo a parlare è Yoni Saadon, 39 anni, sopravvissuto nascondendosi sotto un palco e, soprattutto, sotto il corpo di una ragazza uccisa con un colpo alla testa: «Ho tirato il suo corpo verso di me e ho sparso il suo sangue su di me in modo da sembrare morto anche io. Mi sveglio ogni notte e vorrei dirle che mi dispiace."

 Da li, l'uomo ha assistito all'orrore: "Ho visto questa ragazza con il viso da angelo e otto o dieci uomini che la picchiavano e la violentavano. Lei urlava "uccidetemi e basta": loro ridevano e uno alla fine le ha sparato in testa. Continuavo a pensare che avrebbe potuto essere mia sorella o una delle mie figlie,  Ma non era finita." 

Saadon ha visto anche altri due combattenti che avevano preso una ragazza: "Lei lottava, non voleva essere spogliata. L'hanno buttata per terra e uno ha preso una pala e l'ha decapitata. La sua testa è rotolata per terra. Nei miei incubi vedo anche quella."

Ad assistere Saadon e gli altri sopravvissuti c'è fra gli altri Bar Yu- val-Shani, 58 anni, che il 7 ottobre ha perso sua sorella Deborah e il cognato, Shlomi Matias, entrambi musicisti e attivisti per la pace, uccisi nel kibbutz Holita Lamb ha raccontato che più di un sopravvissuto ha condiviso con gli assistenti lo shock di aver assistito a stupri.

A guardare le cose a posteriori, che il 7 ottobre fossero state commesse violenze sessuali è stato chiaro dall'inizio: lo mostravano le foto e i video che quasi in diretta arrivavano dalle zone attaccate.

 Cadaveri di ragazze seminude con le gambe aperte, una giovane fatta scendere a forza dal retro di un pick up a Gaza con le mani legate dietro la schiena, i piedi nudi, le braccia ferite e una ampia chiazza di sangue sul retro dei pantaloni. Ma in un Paese che per giorni ha faticato a mettere a fuoco la reale entità dell'attacco, tutto ciò si è confuso insieme al resto degli orrori. 

Poi sono arrivate le testimonianze degli uomini della Zaka (l'organizzazione ultraortodossa che ha raccolto i corpi delle vittime) e dell'esercito e infine dei sopravvissuti. E che non si trattasse di casi isolati ha iniziato a diventare chiaro.

Cercando di colmare il ritardo dei primi giorni che ha portato a conseguenze importanti: sui corpi non sono state fatte analisi specifiche per recuperare le prove delle violenze da qualche settimana la polizia israeliana ha aperto l'indagine più grande mai avviata sui crimini contro le donne. Ora ci è chiaro che i crimini sessuali facevano parte della pianificazione e che lo scopo era quello di terrorizzare e umiliare le persone, ha detto qualche giorno fa alla stampa Shelly Harush, comandante della polizia che guida le indagini. Il suo team ha raccolto migliaia di dichiarazioni, fotografie e videoclip: comprese quelle di ragazze con il bacino rotto, tanto erano state violentate». Harush nei giorni scorsi ha parlato in Parlamento.

 In un video diffuso dalla televisione parlamentare díce: Uno dei testimoni, sopravvissuto al Festival di Re'im ha raccontato nella sua deposizione: "Era un ammasso di corpi, ragazze senza vestiti. Donne con i bacini frantumati, gambe a spaccata, per quanto erano state stuprate". 

Un altro testimone: "Donne con i jeans allentati fino alle caviglie". (...) C'erano spari ovunque, in particolare sui genitali degli uomini. Ho visto molti seni e molti genitali maschili asportati"». 

Un supporto importante al team della polizia è arrivato dalla commissione civile sui crimini di Hamas contro le donne il 7 ottobre guidata da Kokhav Elkayam-Levy, un'esperta di diritto internazionale, che prima ancora delle forze dell'ordine ha iniziato a creare un archivio. Anche lei e il suo team hanno riferito sul loro lavoro in Parlamento.

"La denuncia degli stupri del 7 ottobre non ha suscitato le reazioni che chi ha lavorato per mettere insieme le prove si sarebbe aspettato.

 Come femministe, come specialiste, siamo rimaste scandalizzate dal silenzio della comunità internazionale", ci dice Inbal Berner, terapista specializzata in violenza di genere. 

In realtà pochi giorni fa le agenzie delle Nazioni Unite hanno emesso un comunicato di condanna sulle violenze contro le donne avvenute il 7 ottobre.

 Ma per le israeliane è troppo poco. 

Ed è arrivato troppo tardi: solo dopo che la presentazione del materiale raccolto in Parlamento. E solo dopo che i giornali di tutto il mondo hanno sollevato la questione.

da un post su Facebook di Vito Laruccia del 5 dicembre 2023







giovedì 17 aprile 2025

L'annientamento dei legami familiari. L'imminente distruzione dell'umanità. Il massacro del 7 ottobre


Screenshot a scopo didattico di Nancy Hartfelt Kobrin, Ph.D. 


Nel rapporto della Commissione civile sui crimini del 7 ottobre commessi da Hamas contro donne e bambini, intitolato "Un crimine senza nome per vittime senza voce", il dott. Cochav Elkayam-Levy ha introdotto il termine "kinocidio" nel lessico, una forma specifica e urgente di genocidio che prende di mira le famiglie per l'annientamento totale. Questo termine deve ancora essere formalizzato nel diritto internazionale. Ma nominare tali atti è essenziale: il linguaggio fornisce chiarezza e struttura a una brutalità altrimenti indicibile. 

Il "kinocidio" si riferisce alla distruzione sistematica dei legami familiari attraverso l'omicidio di intere famiglie, con l'obiettivo di cancellare non solo vite, ma anche lignaggi, connessioni e l'idea stessa di casa. Il termine "kinocidio" è una parola composita: parentela + -cidio, che significa l'omicidio dell'intera famiglia.


Comprenderne l'etimologia ci aiuta a cogliere il profondo peso del termine. Secondo l'Online Etymology Dictionary, "kin" risale all'inglese antico cynn, che significa famiglia, razza, tribù o natura. Deriva dal proto-germanico kunja- e dalla radice proto-indoeuropea gene-, che significa "dare alla luce" – una radice condivisa con parole come genus e generation. 

Pertanto, "kin" è fondamentalmente legato alla nascita, alla madre, alla discendenza e al legame umano della procreazione. Questa storia linguistica è importante. 

Collega il kinocidio direttamente a kind e child, sottolineandone l'orrore: l'uccisione mirata di genitori davanti ai figli e di figli davanti ai genitori. Il trauma è sia fisico che psicologico. Gli atti spesso includono stupro, abusi sessuali e mutilazioni – una recisione intenzionale dell'umanità alle sue radici.



Cosa ci ha rivelato Hamas il 7 ottobre 2023, quando ha attaccato famiglie israeliane – genitori, figli, nonni, generazioni – nelle loro case? Quale messaggio inespresso si cela dietro il massacro di interi nuclei familiari?  C'è un elefante nella stanza: le pulsioni inconsce dietro una violenza così nichilista. Perché esplorare l'inconscio di questi attori? 

La risposta è semplice: non è per loro, ma per noi. Non si tratta di provare empatia per i colpevoli. Mancano di empatia; non è mai stata coltivata nella loro psiche. Perché? Perché le psicodinamiche della loro cultura basata su vergogna e onore, sposata all'Islam radicale, l'hanno cancellata. 

Morte e distruzione sono tutto ciò che conoscono. La rabbia che esprimono supera l'omicidio: si manifesta in mutilazioni, profanazioni, vergogna e umiliazione.

https://www.ilsole24ore.com/art/hamas-attacca-israele-tutti-video-AFjAdm9?refresh_ce=1

In questo attacco tattico e simbolico contro gli ebrei che vivono vicino a Gaza, Hamas e altri gruppi islamisti, compresi i civili che si sono uniti ai saccheggi e alle mutilazioni, non solo hanno assassinato ebrei, ma anche non ebrei che vivevano e lavoravano tra loro, come i braccianti agricoli thailandesi. Le loro azioni rivelano, forse più di ogni altra cosa, lo stato patologico delle loro stesse vite familiari. In parole povere:  odiano le loro famiglie. Proiettano questo odio all'esterno. La rabbia che non riescono ad affrontare internamente viene inflitta sugli altri. 

È terrificante confrontarsi con questa realtà, e forse è per questo che il concetto di kinocidio è rimasto indiscusso fino ad ora. 

Il kinocidio è la forma più elementare di genocidio. Perché? Perché distrugge la struttura umana fondamentale: la famiglia. 

Nel documento legale fondamentale della Commissione, che usa la parola "legame" trenta volte in ottanta pagine, ciò che rimane inespresso è questo: Hamas usa la violenza come forma di legame. Si attacca a noi attraverso il terrore. Uccidendoci, tenta di fondersi con noi.


Prendo a prestito qui il concetto di "fusione della morte", coniato dallo psicoanalista americano S. Orgel nell'analisi del suicidio di Sylvia Plath. Quando mi sono imbattuto in questo termine durante le mie ricerche sul terrorismo suicida islamico, l'ho visto come la spiegazione perfetta dell'11 settembre. Gli attentatori suicidi si fondono con le loro vittime, annientando sia se stessi che l'altro in un legame psicopatico e parassitario. cfr. il mio libro "La banalità del terrorismo suicida: la nuda verità degli attentati suicidi islamici", Potomac, 2010.

La psicologia moderna parla spesso di stili di attaccamento: sicuro, evitante, disorganizzato. Ma l'attaccamento implica sempre un legame. In questi attacchi, Hamas si fonde violentemente con le sue vittime, esprimendo una fantasia inconscia di uccidere la madre. Sono legate psicoticamente a un oggetto materno, pieno di vergogna, umiliazione e violenza, che devono annientare. Con il pretesto della politica, infliggono questa ferita psichica agli altri.


Gli studi dimostrano che fino al 95% dei pensieri e il 94% del comportamento non verbale sono inconsci. Le azioni di Hamas gridano un profondo odio per se stessi e per la famiglia.

 Eppure, nel discorso politico edulcorato di oggi, tali verità sono tabù. Eppure, dobbiamo dirle. 

I legami violenti rivelano una bancarotta culturale.

 Non si può riparare Gaza con i soldi. Nessun progetto infrastrutturale può affrontare bisogni psicologici insoddisfatti così profondi. La rabbia che supera l'omicidio non può essere placata dagli aiuti materiali. La società inizia con la famiglia.

Come disse lo psicoanalista D.W. Winnicott, "La casa è dove iniziamo".

 Per Hamas, la casa è dove inizia l'annientamento.

 I loro legami familiari non sono solo spezzati, sono cancellati. Nulla migliorerà finché non lo capiremo noi, non loro.

 Il kinocidio deve essere riconosciuto non solo come un termine legale di recente coniazione, ma come l'espressione più chiara del collasso psicotico che minaccia l'intera umanità. 

Noi ebrei siamo solo il canarino nella miniera di carbone.

 Ciò che inizia con noi non finirà con noi. Il kinocidio non è solo un crimine di guerra contro un popolo, è un crimine contro i legami che ci rendono umani. Non riconoscerlo significa deludere la vita stessa.



domenica 5 gennaio 2025

Auguri a noi donne, noi siamo le befane !!!!

 Dedico questo post a tutte le mie amiche  di tutte le età, perché l'Epifania è la più antica vera festa delle donne, tutte le donne e di tutte le età.

Ogni donna è una "befana":  incredibile combinazione di sapienza e dolcezza, di giustizia e amore, di bellezza e bruttezza, di gioventù e vecchiaia. 
Auguri a tutte le donne, di tutte le età e di tutti i luoghi:
  questa è la nostra festa d'inverno!
 
Ogni donna, anche se non se ne rende conto, è in grado di produrre "magia".
Ogni donna  è capace di esprimere ogni giorno della sua vita  intorno a se quel che può apparire stregoneria, riuscendo con semplici e talvolta umili azioni a realizzare il benessere psico-fisico delle persone di tutte le età con cui ha a che fare, perché le ama.  

 Ma troppo spesso ne è ripagata con disprezzo e sfottò, scarsa o nulla considerazione della sua fatica e perfino salario più basso se lavora anche fuori casa, quando non è costretta a subire addirittura violenza e botte. 


AlbaBefana

C'era una volta una Befana a Fabrica
che stava sempre con la scopa carica

però se doveva viaggiare
 si faceva sempre rimorchiare

per via dell'arsenico di Fabrica.


Alba Montori 2015




giovedì 29 agosto 2024

Affittasi utero, il podcast sulla maternità surrogata di Chiara Lalli


 come sapete la Commissione Giustizia del Senato ha approvato il disegno di legge per rendere la maternità surrogata un reato universale. La maternità surrogata è già vietata dalla legge 40 e questa proposta rischia di avere soltanto gravi conseguenze per i nati e per i loro diritti. 

Ma perché suscita tanto sdegno la possibilità di fare un figlio per qualcun altro?  Siamo sicuri che sia una scelta da vietare in ogni caso, che ci sia sempre e necessariamente un abuso, che sia giusto insomma condannarla moralmente e vietarla?

Ho scritto un podcast sulle più comuni obiezioni (che non lo sono): “è contro natura”, “è egoismo”, “è un’offesa alla famiglia tradizionale”, “una donna non è un forno”, “i bambini non si comprano”.

Si intitola provocatoriamente Affittasi  utero ed è un invito a trovare argomenti migliori e più forti, meno contraddittori.

12 puntate  per dimostrare che la maggior parte delle condanne non riesce a raggiungere il proprio obiettivo: dimostrare che qualcuno sia danneggiato e quindi che sia giusto vietarla sempre e a tutti.

Il lavoro che facciamo con l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica APS riguarda principalmente la libertà e i diritti e crediamo che vietare non sia la strada per proteggere nessuno, prima di tutto i bambini. La proposta di legge sulla gravidanza per altri solidale che abbiamo promosso ha proprio l’obiettivo di proteggere e di garantire i diritti di tutte le persone.

Credo e crediamo anche che sia importante provare a discutere razionalmente delle questioni, soprattutto quelle più complicate e che suscitano le nostre reazioni immediate.

Se avete domande o perplessità, non esitare a condividerle con noi.


Affittasi utero, in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica APS e distribuito da Fandango Podcast

Grazie per tutto quello che potrete fare.


Chiara Lalli

Consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica APS



venerdì 2 agosto 2024

POI TOCCO' A ME...

Attenzione, questa pratica orribile  che diventa tortura a vita viene praticata anche in Italia. 
DEVE ESSERE NON SOLO VIETATA, MA ASSOLUTAMENTE IMPEDITA .
Si chiama INFIBULAZIONE o ESCISSIONE. Leggete quanto segue.

AMg

Da Quora   "Poi toccò a me. Ormai ero terrorizzata.

"Alle bambine viene lasciato un forellino per le la minzione e per le mestruazioni, che se sono grumose e non possono fuoriuscire provocano la morte. 
Quando si sposeranno, il marito taglierà con un coltello la parte offesa per procedere all'accoppiamento. 
L'infibulazione è un argomento davvero spinoso, un orrore messo in pratica!



– Quando avremo tolto questo “kintir” (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.- 
Dalle parole della nonna e degli strani gesti che faceva con la mano, sembrava che quell’orribile kintir, il mio clitoride, dovesse un giorno crescere fino a penzolarmi tra le gambe.

 Mi afferrò e mi bloccò la parte superiore del corpo… Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. L’uomo che era un cinconcisore tradizionale appartenente al clan dei fabbri, prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare…Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e l’uomo tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana. Poi vennero i punti: il lungo ago spuntato spinto goffamente nelle mie grandi labbra sanguinanti, le mie grida piene di orrore… Terminata la sutura l’uomo spezzò il filo con i denti… Ricordo le urla strazianti di Haweya, anche se era più piccola, aveva quattro anni, scalciò più di me per cercare di liberarsi dalla presa della nonna, ma servì solo a procurarle brutti tagli sulle gambe di cui portò le cicatrici tutta la vita.

Mi addormentai, credo, perché solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione (dato che c’è stata una perdita di sostanza, clitoride e piccole labbra, le gambe legate insieme permettono la cicatrizzazione, ma la cicatrizzazione avviene in retrazione. 
Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana. 
Nei casi più gravi, dove infezioni riducono ulteriormente il tessuto, le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e dove non esistono water devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta).

Era buio e mi scoppiava la vescica, ma sentivo troppo male per fare pipì. Il dolore acuto era ancora lì e le mie gambe erano coperte di sangue. Sudavo ed ero scossa dai brividi. Soltanto il giorno dopo la nonna mi convinse a orinare almeno un pochino. Oramai mi faceva male tutto. Finché ero rimasta sdraiata immobile il dolore aveva continuato a martellare penosamente, ma quando urinai la fitta fu acuta come nel momento in cui mi avevano tagliata. 
Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo.

Lui venne dopo una settimana per esaminarci. Haweya doveva essere ricucita. Si era lacerata urinando e lottando con la nonna… 

L’uomo ritornò a togliere il filo dalla mia ferita. Ancora una volta furono atroci dolori per estrarre i punti usò una pinzetta. Li strappò bruscamente mentre di nuovo la nonna e altre due donne mi tenevano ferma. Ma dopo questo anche se avevo una ruvida spessa cicatrice tra le gambe che faceva male se mi muovevo troppo, almeno non fui più costretta a restare sdraiata tutto il giorno con le gambe legate. 

Haweya dovette attendere un’altra settimana e ci vollero quattro donne per tenerla ferma… 
Non dimenticherò mai il panico sul suo viso e nella sua voce… Da allora non fu più la stessa… aveva incubi orribili.

 La mia sorellina un tempo allegra e giocosa cambiò. A volte si limitava a fissare il vuoto per ore. (svilupperà una psicosi)… cominciammo a bagnare il letto dopo l'infibulazione."

(Ayaan Hirsi Ali)



venerdì 8 marzo 2024

Una poesia per l'8 marzo

 OTTOMARZOSEMPRE

Voglio cantare l’infinite donne
che muoiono ogni giorno un po’ in cucina
nelle case, le chiese e le parrocchie,
a rifar letti e a organizzar bucati,
       correndo per la spesa mattutina,
       raccogliendo le spoglie puzzolenti

di compagni e di figli, senza lodi,
per trasformarle in abiti olezzanti
di pulito piacevoli alla vita
donne che sanno con sublime perizia

spazzare spolverare e riordinare
consolare e sfamare notte e giorno,
trasformando col loro toccomagico
di femminilità ogni triste realtà
     che chi la gode crede alla bacchetta
     di strega oppur di fata…

Senza dimenticarmi tutte l’altre
che muoiono un pochino più ogni giorno
nelle scuole, gli uffici, le officine,
i campi, i parrucchieri, le vetrine:

non trovan tempo in tutto il mondo intero
di osar soltanto di pensare ad altro
che non sia il come e quando soddisfare
ovunque in ogni luogo o in ogni etnia
di cibo e sesso e conforto perenne
     qualche maschio impaziente e prepotente,
     padre, marito o figlio è ininfluente.

Corrono sempre troppo per pensare
a ciò che le interessa veramente
a ciò che serve a lor personalmente
a quello che vorrebbero da fare.

Così è importante tenerle occupate
impedire che possano riflettere
impedire che possano guardare
impedire che osino sognare
        e il sesso è unico sogno consentito…
    …naturalmente solo col marito.

Così è scritto da tempo immemorabile
che procreare ed allevar la prole
è l'unico potere al femminile
riservato alle donne sull'intero pianeta
      ma senza alcun diritto a dissentire
      perché natura ovvero dio così lo vuole

anzi prescrive esattamente come
oltre a far figli sia poi necessario
educarli al rispetto del potere
altrimenti potrebbero cambiare
      pensando e riflettendo, di padrone…
      oppure finalmente farne a meno.

Quando le donne sapranno scoprire
che la loro natura naturale
è fatta di risorse e di pensieri
opposti e alieni dalle convenzioni
       volute e imposte per tenerle a a freno
       e smetteranno di considerare

che devono esser loro ad adattarsi
a modelli che non possono amare,
esigeranno senza cedimenti
il solo loro cuore a comandare.
     
        Prima avverrà, meglio sarà per tutto,
     o tutta ormai scomparirà la vita.


13 MARZO 2006 - Alba Montori


lunedì 12 febbraio 2024

IRAN: 882 esecuzioni capitali nel 2023 e 35 persone condannate a morte nel solo gennaio 2024

Più di due persone fatte penzolare ogni giorno con una corda intorno al collo

08/02/2024 -

 IRAN. 2023: record di esecuzioni e nuove condanne; 882 esecuzioni e 198 condanne a morte.

Human Rights Activists News Agency (HRANA) rileva un preoccupante aumento del numero di condanne a morte nella Repubblica islamica, che ha raggiunto un picco di 12 mesi con 35 persone condannate a morte nel solo gennaio 2024. Dal gennaio '23 al gennaio '24 Hrana ha registrato 882 esecuzioni e 198 nuove condanne a morte.

Secondo la documentazione registrata da Hrana, la Repubblica islamica ha assistito a una significativa impennata nell'emissione di condanne a morte nel gennaio 2024, con 35 persone condannate alla pena capitale - il massimo registrato in più di 12 mesi - e un totale di 86 persone giustiziate.

Il gennaio 2024 è stato segnato anche dall'efferata esecuzione di Mohammad Ghobadlou. Ghobadlou è stato giustiziato in relazione alle proteste "Donne, vita, libertà". Il suo caso ha attirato l'attenzione internazionale a causa di segnalazioni di malattie mentali e di processi privi di qualsiasi parvenza di giusto processo.

In Iran, la pena di morte viene regolarmente comminata a seguito di processi che non rispettano le garanzie di un giusto processo, in un sistema giudiziario che manca di trasparenza e imparzialità e per crimini che non rientrano tra quelli più gravi previsti dal diritto internazionale. Il continuo ricorso alla pena di morte in questo modo costituisce una grave violazione del diritto alla vita ai sensi dell'articolo 6 dell'ICCPR.

Inoltre, e in particolare nel caso di Mohammad Ghobadlou, l'imposizione della pena di morte a persone affette da disturbi mentali è severamente vietata dal diritto internazionale, come ribadito dalla Sezione 3(e) della Risoluzione della Commissione ONU per i Diritti Umani (2000/85).

 Un esame delle esecuzioni e dell'emissione di sentenze capitali nel periodo compreso tra gennaio 2023 e gennaio 2024 dimostra che il numero di esecuzioni supera costantemente il numero di nuove condanne a morte emesse. Questa disparità è evidente, e suggerisce che le autorità intendano “smaltire l’arretrato”.

L'Iran continua a essere tra i primi al mondo in termini di pena capitale, nonostante gli appelli internazionali per l'abolizione della pena di morte, in particolare per i crimini che non rientrano tra quelli più gravi secondo il diritto internazionale. È evidente che la Repubblica islamica si rifiuta di rispondere agli appelli della comunità internazionale. I membri della magistratura iraniana, complici della totale mancanza di conformità con gli standard internazionali sui diritti umani, devono continuare a essere ritenuti responsabili attraverso vari meccanismi di responsabilità internazionale, come il sistema di sanzioni “Magnitsky”*, da applicare a giudici, funzionari e membri delle forze dell'ordine per il loro coinvolgimento nel continuo uso della pena capitale come strumento per vittimizzare e mettere a tacere.

*L’avvocato russo Sergei Magnitsky nel 2007-2008 denunciò pubblicamente una frode fiscale su larga scala nel suo Paese che coinvolgeva funzionari di polizia, magistrati, ispettori del fisco, banchieri e organizzazioni criminali di stampo mafioso. In seguito alle sue denunce, fu arrestato e – dopo undici mesi di detenzione senza processo in condizioni durissime – morì in una prigione di Mosca, a 37 anni, nel novembre del 2009. L’imprenditore statunitense William Browder, suo assistito, lanciò quindi una campagna affinché venissero imposte sanzioni mirate nei confronti dei funzionari coinvolti, finalizzate ad impedire loro di entrare nel territorio USA e ad escluderli dal sistema economico-finanziario americano. Nel 2012 il Congresso approvò il Magnitsky Act, che prevedeva sanzioni individuali consistenti, in particolare, nel congelamento dei beni e nel rifiuto del rilascio del visto d’entrata negli Stati Uniti. (da: https://fidu.it/language/it/legislazione-magnitsky-2/)

https://www.en-hrana.org/hra-records-highest-number-of-death-sentences-imposed-by-the-islamic-republic-in-more-than-12-months/

(Fonte: Hrana)




DUE IMPICCATI AL GIORNO: LA GUERRA DELL’IRAN AGLI IRANIANI


Guerra deriva dal tedesco antico werra che esprime il senso del disordine proprio della mischia in cui i corpi, nello scontro, si aggrovigliano e si macellano secondo quella modalità di combattimento che connotava le popolazioni germaniche antiche, “barbare” appunto. Guerra e barbarie camminano insieme. Tant’è che dove c’è guerra c’è barbarie. Meno scontato ma altrettanto vero è che dove c’è barbarie c’è guerra. Come definire infatti la carneficina delle esecuzioni capitali in Iran se non come una guerra del regime teocratico nei confronti del suo stesso popolo?
 
Nell’anno che si è da poco concluso sono state giustiziate almeno 883 persone secondo il monitoraggio quotidiano di Nessuno tocchi Caino (almeno 850 secondo Iran Human Rights Monitor). Solo una minima parte di questa macellazione, il 17%, è stata resa pubblica dai mezzi di informazione. Eppure parliamo di una media di più di due persone fatte penzolare ogni giorno con una corda intorno al collo secondo un orrido ritmo confermato da questo primo mese del 2024 che ha visto almeno 70 giustiziati in 31 giorni. Una mattanza talmente vergognosa che è lo stesso regime che la vuole tenere nascosta. Mi ricorda la segretezza che avvolgeva l’industria della morte del campo nazista di Auschwitz, ben descritta dal medico ebreo ungherese Miklos Nyiszli nel libro curato da Augusto Fonseca “Sono stato l’assistente del dottor Mengele”.

La barbarie, come la guerra, comporta l’eclissi del senso di umanità per come questo è andato definendosi anche nelle norme di diritto internazionale cogente, perché da tutti condivise, che vietano la pena di morte nei confronti di chi era minorenne al momento del fatto o abbia compiuto reati non di sangue legati alla droga. La barbarie iraniana è giunta l’anno scorso a impiccare 7 minorenni e 494 condannati per reati legati alla droga. Quanto alle 27 donne giustiziate, prima dell’aggrovigliarsi della corda al loro collo ci sono stati i processi ingiusti attorcigliati ai loro corpi abusati da mariti che alla fine hanno ucciso per difendersi.

Avviluppati da processi privi delle garanzie minime sono stati anche i corpi dei 20 giustiziati per motivi politici nel 2023. Tra loro i partecipanti alle manifestazioni “Donna, vita, libertà” come Mohammad Ghobadloo, giustiziato a Karaj lo scorso 23 gennaio. Gli era stata scagliata addosso l’accusa di Moharebeh (guerra contro Dio) e corruzione in terra per aver investito con la sua auto e ucciso un agente di polizia durante le proteste scatenate dalla morte di Mahsa Amini. Soffriva di un disturbo bipolare e la sua esecuzione era stata annullata dalla Prima Sezione della Corte Suprema. Eppure, nella mischia del disordine anche istituzionale del regime iraniano per cui un tribunale non rispetta quello che dispone un altro, è finito sulla forca, undicesimo manifestante dopo Mohsen Shokati, Majidreza Rahnavard, Mohammad Mehdi Karami, Mohammad Hosseini, Saleh Mirhashemi, Majid Kazemi, Saeed Yaghoobi, Milad Zahrawand, Mohammad Ramz Rashidi e Naeim Hashemi Qatalli.

Dallo stesso carcere di Karaj è giunta il 29 gennaio la tremenda notizia dell’esecuzione di altri quattro prigionieri politici curdi: Pejman Fatehi (28 anni), Mohsen Mazloum (27 anni), Vafa Azarbar (26 anni) e Mohammad (Hajir) Faramarzi (28 anni). Erano stati arrestati a Urmia il 22 giugno del 2021 e da allora non hanno mai potuto avere alcun contatto, visite o telefonate, con i propri familiari. L’unica visita è stata concessa poco prima dell’esecuzione. Durante la loro detenzione in una località tenuta segreta, con l’accusa di spionaggio a vantaggio di Israele, hanno subito torture che li hanno portati ad autoaccusarsi davanti alla telecamera. Immagini che poi sono state diffuse attraverso i canali del regime iraniano.

Occorre porre fine a questo barbaro disordine interno se vogliamo far terminare le minacce all’ordine internazionale. Ma per stabilire in Iran un ordine basato sull’armonia dei diritti umani universali bisogna che cambi il regime dei mullah e che cambino registro i paesi democratici, perché è stata la loro ultradecennale politica dell’accondiscendenza a mantenerlo immutato se non a renderlo peggiore.



Elisabetta Zamparutti su L’Unità del 4 febbraio 2024

sabato 6 gennaio 2024

7 ottobre 2023 un punto di non ritorno

LONDRA – In Israele lo paragonano al processo ad Adolf Eichmann, il criminale di guerra nazista, soprannominato “l’architetto dell’Olocausto”, che venne catturato dal Mossad in Argentina dove si era rifugiato sotto falsa identità, trasportato clandestinamente a Gerusalemme, processato e condannato a morte nel 1962. 
Il procedimento giudiziario che polizia, esercito e magistratura stanno cominciando a preparare per il massacro del 7 ottobre scorso di 1200 israeliani e il rapimento di altri 240 da parte dei militanti di Hamas si profila come un evento simile.

Eichmann era uno dei responsabili dello sterminio di 6 milioni di ebrei nei campi di concentramento del Terzo Reich. 
I terroristi di Hamas si sono resi responsabili della morte del maggior numero di ebrei uccisi in un giorno dalla Shoa in poi.
Ma non sono soltanto i numeri a definire ciò che è accaduto. 
“Quello del 7 ottobre è stato un attacco senza precedenti per la sua crudeltà”, dice Kobi Shabtai, capo della polizia di Israele, al Wall Street Journal, che ha esaminato parte del materiale probatorio raccolto finora nell’indagine.
“Lo stato di Israele non si è mai trovato davanti a un crimine e a un’investigazione di queste dimensioni”   afferma Roi Sheindorf, ex vice procuratore generale israeliano. “Sarà uno dei processi più importanti della nostra storia”.

Gli inquirenti hanno analizzato testimonianze di membri di Hamas catturati, video filmati e postati sui social dagli stessi militanti palestinesi, materiali sequestrati a Gaza durante la controffensiva israeliana, oltre a testimonianze dei superstiti e degli ostaggi liberati. Hanno inoltre una enorme mole di prove rinvenute nei kibbutz e nei pressi del rave festival vicini a Gaza che sono stati al centro della strage.

I casi citati dal resoconto del quotidiano finanziario americano, così come da precedenti servizi dei media israeliani, sono agghiaccianti.

C’è il resoconto di una famiglia chiusa nella "safe room”, la “stanza di sicurezza”, il bunker che ogni abitazione israeliana ha per difendersi da attacchi di razzi o aggressioni terroristiche: gli uomini di Hamas hanno appiccato il fuoco alla casa per farli uscire, il padre invia ai parenti un messaggino telefonico dicendo “moriremo a casa nostra piuttosto che consegnarci a questi assassini”, i corpi di genitori e bambini verranno ritrovati soffocati dal fumo passato sotto la porta blindata.

Ci sono poi le identificazioni dei cadaveri, non ancora completate per le atroci condizioni in cui molti sono stati ritrovati: bruciati, tagliati a pezzi, maciullati. 
Su 800 corpi identificati tra le 1200 vittime, 37 sono minorenni, 6 hanno meno di cinque anni e 25 hanno più di ottant’anni, incluso un uomo di 94 anni. 
Ci sono morti con le mani legate dietro la schiena. 
Un giovane a cui prima di morire è stato cavato un occhio. 
Crani fracassati di botte. 
Innumerevoli esecuzioni con un proiettile alla nuca o alla tempia.

E poi ci sono le vittime femminili.
Almeno tre superstiti hanno testimoniato di aver subito violenze sessuali, inclusi stupri di gruppo, del resto testimoniati anche dal video postato sui social da un militante di Hamas, che grida attorniato dai suoi compagni sul corpo di una giovane israeliana seminuda presa in ostaggio: “Adesso me la fotto, me la fotto, me la fotto”. 
A questo va aggiunta la violenza efferata ed omicida sulle donne: vittime a cui è stato tagliato un seno, donne con ferite e perfino chiodi e coltelli lasciati infilati nella zona del bacino, un accanimento barbaro, mostruoso, come non si era mai visto nel pur lungo e feroce conflitto israeliano-palestinese.

Infine ci sono storie di eroismo, come quella di un padre che si è gettato su una granata per salvare i propri figli e morto dilaniato dall’esplosione. I medici legali hanno impiegato 15 giorni a identificarne i resti fra le macerie della sua casa bruciata in uno dei kibbutz a pochi chilometri dal confine con Gaza. Sabine Taasa, la vedova, e i due figli, scampati al massacro, ora vivono ospiti di una famiglia di amici ai sobborghi di Tel Aviv. Quattro degli assassini di suo marito sono stati catturati dalle forze israeliane. “Voglio andare al processo, guardarli in faccia e vederli condannati”, dice Sabine al Wall Street Journal.

In Israele vige la pena di morte, ma solo per reati definiti “estremi”, come i crimini di guerra.
 Nei 75 anni di esistenza dello Stato ebraico, è stata eseguita una sola condanna a morte: appunto l’impiccagione del nazista Eichmann. 
Si vedrà quali sentenze usciranno da questo processo che molti paragonano a quello del 1962 contro “l’architetto dell’Olocausto”.

articolo  di Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per La Repubblica

sabato 25 novembre 2023

Violenza di genere: come contrastarla ?