Ero in viaggio verso la Bosnia, per un corso di cinque giorni nella valle di Visoko, la terra delle piramidi.
La Bosnia è un luogo che ti entra dentro prima ancora che tu riesca a decodificarlo con la testa.
È una terra bellissima, dolorosa, profondamente musulmana e ancora intrisa di memorie di guerra fresche, vivide, mai del tutto assimilate. Te ne accorgi subito, appena attraversi i suoi confini: c’è un’aria spessa, densa, come se il tempo si fosse fermato a un certo punto della storia e avesse deciso di non andare più avanti.
Eravamo in cinque. Avevamo preso in affitto una casa arroccata su una sorta di vallata. Fuori il freddo era pungente, accompagnato da quel velo di umidità tipico del tardo autunno che ti si appiccica ai vestiti e alla pelle.
Dopo aver posato i bagagli e sistemato le valigie nelle stanze, sono uscita nello spazio esterno. Volevo stare da sola un momento a guardare il panorama, ad assorbire il silenzio e la maestosità di quelle montagne. La luce del giorno stava lentamente cedendo il passo all’oscurità, il cielo si stava tingendo dei toni grigi e violacei del tramonto.
E poi, all’improvviso, è accaduto.
Nel mezzo di quel silenzio quasi irreale, si è alzato un suono. Un canto lontano, che si è diffuso lungo tutta la vallata, rimbalzando tra le colline. La voce del Muazzin.
Era l’ora di Maghrib, la preghiera del tramonto, uno dei cinque appuntamenti quotidiani con il richiamo che scandiscono la giornata islamica, insieme a Fajr la prima luce dell'alba, Dhuhr il mezzogiorno, Asr il pomeriggio e Isha la notte profonda.
In quel preciso istante, mi si è fermato il cuore.
E senza che potessi o volessi controllarlo, ho iniziato a piangere. Un pianto di commozione profonda, viscerale, inarrestabile.
Non me lo sono neanche chiesta il perché stessi piangendo e cosa fosse quel dolore bello che mi attraversava. Lo stavo semplicemente vivendo e sentendo fino in fondo. Quel richiamo non era un semplice suono estraneo: nel profondo del mio essere stava risvegliando qualcosa di antico, di lontano, che io conoscevo fin troppo bene e che stavo riconoscendo, anche se con la mente razionale non sapevo spiegarmi il perché.
In quel periodo della mia vita stavo lavorando tantissimo sul tema della fede, del senso del divino, dell'appartenenza a qualcosa di più grande. Soltanto pochi anni prima, un’esperienza trascendentale, arrivata all’improvviso e senza che la cercassi, mi aveva letteralmente salvato la vita, strappandomi al buio e riaprendo in me quella finestra sull'invisibile che avevo fin da bambina.
Vivere l'ascolto dell'Adhan in quella vallata gelida è stata una delle esperienze più belle, intense e spiritualmente vive della mia intera esistenza. Un momento in cui la terra, la voce umana e il cielo si sono fusi in un'unica vibrazione. E non lo dimenticherò mai.
Per capire chi sono e come guardo la realtà, bisogna partire da qui: la mia anima non è mai stata ingabbiabile in un perimetro rigido o in un'etichetta di comodo.
Custodisco con cura una gonna tradizionale Sufi, fatta su misura per me dal mio Maestro Derviscio.
Sono una derviscia rotante. Mi piace la croce in molte delle sue forme, mi piace il Tao, amo, studio e rispetto profondamente la saggezza del Maestro Buddha e la via del cuore del maestro Gesù. Sento la vibrazione della Stella di Davide e della cultura ebraica, la profondità dei simboli dell'antico Egitto e la protezione della Mano di Fatima. Sono connessa profondamente allo Sciamanesimo messicano, mongolo, e al Bön. E sono innamorata profondamente del Bushido, la via del guerriero, tanto che il mio film preferito è L'Ultimo Samurai.
I simboli ci chiamano a seconda delle fasi della vita, della vibrazione e della funzione che ciascuno di essi ha, e l'anima umana è un prisma complesso che rifiuta di farsi imprigionare.
Abbiamo vissuto in così tanti tempi, spazi e dimensioni e siamo fatti di così tanti antenati, incroci e intrecci.
Io sono cresciuta in una compagnia multietnica. L'ho raccontato molte volte: fin da ragazza ero costantemente circondata da ragazzi e ragazze di culture diverse, in gran parte appartenenti al mondo arabo. Per alcuni dei miei amici storici di allora, il percorso che faccio oggi è incomprensibile. Mi guardano, leggono le mie analisi e pensano che io sia "impazzita". Vedono la mia denuncia rigorosa dell'Islam politico e il mio contrasto all'antisemitismo, e credono che io sia diventata intollerante o che stia cedendo all'odio.
Ma è qui che scatta il grande inganno della nostra epoca: la riduzione della realtà a una visione infantile in bianco e nero.
È il bambino interiore che grida dentro di noi quando non ha gli strumenti per reggere la complessità, e pretende che il mondo sia diviso nettamente tra "buoni" e "cattivi".
Tu vedi i miei post sull'Islam politico e credi che io odi il mondo arabo-musulmano.
No. Proprio perché conosco, io analizzo. Proprio perché amo lo studio delle civiltà, delle religioni, della storia, delle culture e dello spirito, non mi accontento delle narrazioni edulcorate.
Nel mio lavoro di ricerca e accompagnamento umano, io osservo quotidianamente le ferite interiori generate dai dogmi.
Ho lavorato con persone rovinate dal cattolicesimo bigotto, stritolate dal senso di colpa, dalla vergogna, dalla contrazione della propria energia vitale. Ho ascoltato e sostenuto le macerie psicologiche degli ex Testimoni di Geova, e mi è capitato di lavorare con chi cercava faticosamente di deprogrammarsi dopo essere uscito da Scientology. Ho incontrato sul mio cammino anche evangelisti profondamente in conflitto.
Senza considerare tutta la New Age del mondo spirituale, che è in grado di fare gli stessi danni.
So perfettamente cosa fanno le ideologie alla mente umana. So come condizionano le strutture cerebrali e so che, anche quando ne esci sul piano pratico, gli strascichi, le paure e i condizionamenti profondi rimangono ad agire nell'inconscio per anni.
Ma con l'Islam teocratico e politico ci troviamo di fronte a qualcosa di ancora più pervasivo: un'egregora che gli stessi sopravvissuti descrivono come un vero e proprio stato di ipnosi collettiva.
Diversi miei amici o conoscenti musulmani nati o cresciuti in Italia non comprendono la mia rigidità. Ma non la comprendono perché sono cresciuti con genitori integrati nel tessuto sociale e non hanno mai aperto, né studiato davvero i testi primari della propria fede. Non sanno cosa significa vivere dove l'Islam è struttura sociale, giuridica e politica totale. E se lo sanno, non sono abbastanza intellettualmente onesti da dichiararlo.
Io, al contrario, parlo tutti i giorni con persone che sono nate e cresciute nell'Islam integrale, radicale, pesante. Quello della Jihad, del culto del martirio, dell'odio viscerale verso l'ebreo e verso il miscredente infedele.
Queste persone sono cresciute studiando l'arabo coranico, leggendo i testi sacri alla fonte, imparando le sure a memoria e sapendo consultare ogni singolo Hadith. Hanno respirato fin da bambini l'idea che la religione non sia un'opzione spirituale, ma un sistema di sottomissione assoluta.
Infatti la parola Islam significa proprio sottomissione.
Oggi, queste persone sono apostate.
Hanno compiuto un atto di coraggio sovrumano nel tagliare quella catena. E oggi, se tornassero nei loro Paesi d'origine, verrebbero giustiziate.
Quando ascolti la loro storia, tocchi con mano la devastazione dell'anima. Nell'Islam radicale, la fede non è un elemento tra i tanti: diventa la tua intera identità. Quando decidi di uscirne, non stai solo cambiando idea: viene distrutto chi sei. Ti ritrovi senza un'identità, isolato dalla tua famiglia, perseguitato dalla colpa e da retaggi inconsci che continuano a terrorizzarti anche quando sei al sicuro in Occidente.
Ecco perché, quando mi confronto con un fedele che si sente ferito o risentito per le mie analisi, gli dico con profonda fermezza che non deve sentirsi offeso. Io non critico mai le persone, ma le ideologie sì. È fondamentale che tu ti renda conto che non riesci a scindere la tua individualità da un'ideologia. E questo accade perché l'Islam è stato strutturato per diventare la tua unica identità. Ma se una religione diventa la tua identità, hai il dovere morale e intellettuale di conoscerla fino in fondo. Devi studiarne le fonti, la giurisprudenza, la storia e gli Hadith. Non puoi permetterti di rimanere ignorante su ciò a cui hai consegnato la tua vita.
Ed è qui che dobbiamo comprendere una verità fondamentale: l’Islam moderato non è moderato.
È trascurato.
L’Islam non può essere moderato.
Può solo essere non praticato o nascosto.
Esistono infatti i casi di Taqiyya: il musulmano che finge moderazione per convenienza, per non spaventare il vicino, il datore di lavoro o la società ospitante, fino a quando non sarà più necessario e potrà fare il suo outing.
Ma nella stragrande maggioranza dei casi, chi in Occidente si definisce "musulmano moderato" non è né un riformatore, né un dissimulatore strategico: è semplicemente uno che l’Islam lo segue poco, lo conosce ancora meno e lo ignora per ignoranza o per distrazione occidentale.
È un Islam lasciato sul mobile come quel Corano coperto di polvere che non viene aperto da anni: trascurato, non reinterpretato.
Poi c’è l’Islam dei maranza: quello degli arrabbiati di seconda o terza generazione che, insieme al senso di appartenenza tribale, trasformano l’essere musulmani in una ragione di vita esistenziale e oppositiva.
Non sanno cosa sia davvero la jihad armata. Non hanno mai letto la Sunnah, la vita violenta di Maometto. Spesso ignorano persino l’esistenza delle raccolte di Hadith. Hanno solo nozioni sparse e confuse, ma comunque violente, di cui la tradizione è impregnata.
Percepiscono il contrasto fortissimo tra la cultura occidentale (ricca, libera, realizzata) e le radici dei genitori o dei paesi d’origine. E allora usano l’Islam como arma di contrapposizione: un’identità forte contro un "nemico" invidiato e disprezzato. Un mix tossico di ignoranza religiosa, frustrazione culturale e invidia che genera un odio viscerale verso tutto ciò che è occidentale.
Quindi riassumendo, l’Islam moderato in Occidente è per lo più:
• Trascurato: il più diffuso / pigrizia + comfort
• Nascosto: Taqiyya
• Maranza: identitario, rancoroso e oppositivo
Ovviamente esiste anche l’Islam praticato correttamente, quello fedele ai testi e alla Sunnah.
Quello che in Occidente chiamiamo con terrore "estremismo" o "fondamentalismo" è, dal punto di vista dottrinale, semplicemente l'Islam applicato alla lettera, fedele alle fonti primarie e alla Sunnah.
E la Jihad ne è l'esempio perfetto. Mentre nei salotti televisivi e nella narrazione mainstream si tenta continuamente di edulcorarla raccontando che è solo uno "sforzo interiore di miglioramento spirituale", chi ha studiato la giurisprudenza islamica e la storia sa benissimo che nei testi ortodossi e nelle raccolte di Hadith, la Jihad ha un significato legale, normativo e militare chiarissimo per la difesa e l'espansione della comunità dei credenti. E Jihad non è solo quella armata degli attentati veri e propri: Jihad è ogni singolo sforzo per l'ottenimento di diritti nei paesi che vanno convertiti, è entrare nelle istituzioni, andare in televisione, convertire persone all'Islam e tanto altro.
Per comprendere fino in fondo questo meccanismo di espansione, bisogna capire cosa rappresentano davvero il richiamo del Muazzin e la preghiera collettiva negli spazi pubblici.
L'Occidentale ingenuo pensa che l'Adhan sia l'equivalente del suono delle campane e che la preghiera in piazza sia solo una manifestazione di fede innocua. Non è così. Nella giurisprudenza islamica classica, il suono del richiamo del Muazzin non è una semplice chiamata interiore alla devozione: è una marcatura acustica e spirituale del territorio. Là dove risuona l'Adhan, si dichiara pubblicamente che quel luogo riconosce la sovranità della legge divina.
Allo stesso modo, la preghiera collettiva eseguita all'aperto, nell'agorà o nelle piazze della città, non è un atto privato portabile all'esterno: è un gesto politico-religioso di appropriazione dello spazio pubblico. Significa occupare la terra e proclamare che in quel perimetro vige l'ordine divino.
Questo si collega direttamente alla visione geopolitica e teologica fondante della dottrina islamica tradizionale, che divide il pianeta in due grandi macro-aree:
1. Dār al-Islām (la Terra dell'Islam): La "dimora della pace" e della sottomissione a Dio, ovvero i territori in cui la legge islamica è sovrana, la comunità dei fedeli domina e la religione guida lo Stato e la società.
2. Dār al-Harb (la Terra della Guerra): Ovvero tutti i Paesi non musulmani, compreso l'Occidente laico, intesi teologicamente come territori "di scontro" spirituale, culturale o normativo, che devono faticosamente o gradualmente essere condotti sotto l'egida della vera fede.
Ecco perché il richiamo all'aperto e le preghiere pubbliche nei Paesi occidentali assumono un valore così profondo: secondo l'ortodossia dottrinale, ogni volta che si estende l'Adhan o si prega pubblicamente in Terra di Guerra (Dār al-Harb), si compie un tassello di transizione per trasformare quel territorio in Terra d'Islam (Dār al-Islām).
L’"Islam moderato" che l’Occidente si ostina a voler vedere ignorando questi principi è solo l’Islam che ci raccontiamo per continuare a dormire sonni tranquilli.
Mentre ci culliamo in questa narrazione di comodo e gli apostati rischiano la vita per la libertà, l'Occidentale medio si muove dentro una dinamica psicologica e politica profondamente distorta.
C'è un profondo colonialismo intellettuale in chi considera i musulmani o le popolazioni del Medio Oriente (come il popolo palestinese) come eterni deboli, entità da proteggere, creature prive di agency condannate ad essere solo "vittime e oppresse".
Chi adotta questa narrazione crede di essere dalla parte dei "buoni". In realtà è incastrato in un triangolo drammatico: una constante oscillazione nevrotica tra la figura della Vittima e quella del Salvatore.
Non ci si rende conto che il primo vero colonizzatore è proprio chi nega la reale natura dei popoli, la loro identità, la loro cultura profonda e la loro storia. La storia di un popolo non inizia né finisce con un conflitto geopolitico: risiede nel modo in cui le persone nascono, crescono, e nel contesto mentale, sociale, culturale e religioso in cui strutturano la propria mente.
Assistiamo a un corto circuito grottesco dove chi analizza, studia le fonti, approfondisce la realtà e ne parla, viene bollato come "razzista".
Chi porta avanti la narrazione dell'oppresso ad ogni costo, ignorando la natura dei popoli pur di soddisfare la propria presunzione di volerli "salvare", si erge a guida morale.
E qui mi verrebbe da dire: chi è veramente il razzista dei due?
Se dico che gli Italiani hanno una cultura campanilista, non sto offendendo gli Italiani e attaccandoli: sto descrivendo un fatto. Un fatto non è un giudizio o un'opinione personale.
Ma questo non è amore: è un bisogno egoico di levatura morale. È paternalismo condito dalla sindrome del salvatore. È la sensazione inconscia di sentirsi superiori, perché sì, quando ti ostini a voler salvare le persone, sotto sotto pensi di avere qualcosa che loro non hanno, altrimenti a cosa serviresti? Lo farebbero da soli.
Noi occidentali siamo spesso affetti da una forma di sindrome da innamoramento verso l'esotico e il lontano, che nasconde una matrice ancora più cupa: l'odio e il disprezzo per le nostre stesse radici. Odiamo la nostra patria, svalutiamo la nostra cultura di appartenenza e cerchiamo "casa" altrove, idealizzando ciò che non conosciamo. E per dare un senso a un vuoto interiore, ci ergiamo a protettori di chi crediamo abbia meno risorse di noi.
L'amore vero non è ingenuo, conveniente o opportunista. L'amore è giusto: sa vedere le luci e sa vedere le ombre. Non relativizza, non giustifica, non nega. Vede la realtà in tutte le sue sfumature.
Perché non vediamo mai mettere in discussione la cultura palestinese? Oppure perché vediamo persone dire: "Sì, ma poi quando vengono da noi capiranno come ci si deve comportare"? E dimmi allora: in questa frase non c'è forse supremazia? Non stai forse dicendo che la tua cultura è superiore e che loro la devono capire?
Un adulto psicologicamente e spiritualmente maturo non proietta le proprie fantasie sulla cultura altrui: la vede per quello che è. Un adulto riconosce che ciascun popolo ha la sua dignità, la sua responsabilità storica e la sua complessa struttura interiore. Non c'è niente da "salvare" con la nostra condiscendenza.
È proprio sfruttando questa debolezza dell'Occidente "salvatore" che l'Islam politico ha prosperato.
L'Islam politico ha studiato a fondo il senso di colpa progressista. Ha compreso che nei nostri ordinamenti laici il reato di blasfemia era stato superato e non poteva più essere imposto dall'esterno. Così ha compiuto un capolavoro di ingegneria sociale: ha preso la categoria sociologica di "Islamofobia" e l'ha trasformata in un'arma.
Equiparare la legittima analisi critica dei testi sacri (Corano, Sunna, Hadith) al "razzismo" è la strategia perfetta per azzerare il dibattito. Usare la clava dell'islamofobia serve a reintrodurre dalla porta di servizio il divieto di critica e di censura in Europa, facendo leva sul bisogno di bontà di una classe politica che non ha mai aperto un testo sacro in vita sua. Sulla classe politica che utilizza gli immigrati per il suo potere personale e prospera sul business dell'immigrazione.
Tu la chiami levatura morale, io lo chiamo colonialismo mascherato da finta nobiltà interiore.
Quando le istituzioni cedono in nome di una finta inclusività, non stanno integrando: stanno esercitando il peggior paternalismo e stanno svendendo la laicità dello Stato e la tutela della dignità umana, a partire da quella delle donne, riconsegnate a norme teocratiche in pieno contrasto con i nostri principi costituzionali.
Torno a quel tramonto del 2017 in Bosnia.
Non mi pentirò mai di aver pianto ascoltando la voce di quel Muazzin tra le montagne di Visoko. Quel pianto era vero, pulito, sacro. Apparteneva alla bellezza della ricerca spirituale, a quella scintilla che risiede in ogni essere umano e che cerca il contatto con l'Assoluto.
In questa foto sono io, nel 2017, assorta in preghiera con indosso una Gandoura, un abito tradizionale arabo. Racchiude la misura della mia ricerca: un'anima in cammino, capace di genuina devozione e di rispetto profondo per il Sacro in ogni sua forma.
Ma la vera maturità sta nella capacità di far convivere la poesia e la spada.
Sta nel saper guardare il Sacro con il cuore spalancato e, contemporaneamente, saper analizzare le strutture ideologiche e totalitarie con la lama affilata della conoscenza, della storia e della teologia.
Senza infantile finto-buonismo.
Senza la maschera del Salvatore.
Con la sola forza della verità e del rispetto per la complessità dell'essere umano.
Un abbraccio.





