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martedì 3 novembre 2026

Il terrorismo islamico è una professione ben retribuita?

 STIPENDIO DA TERRORISTA

Quanto vale la vita di un civile israeliano nel bilancio pubblico palestinese? Sembra che io ponendo questa domanda stia facendo una provocazione, ma non è così. Esiste una cifra contabile stabilita per legge: più persone ammazzi, più vieni pagato dallo Stato. In Occidente leggiamo gli attentati con due letture speculari, spesso pigre e completamente scollegate dalla realtà. Da una parte c'è la matrice culturale egemone, intrisa di pauperismo terzomondista e riflessi marxisti, secondo cui il terrorismo sarebbe l'inevitabile reazione dell'oppresso contro l'oppressore, un gesto caotico e disperato di chi non ha alternative materiali di fronte al "colonialismo" israeliano.

Dall'altra parte c'è chi liquida tutto come pura follia religiosa, riducendo ogni dinamica a un fanatismo astratto e privo di razionalità terrena. La matrice religiosa/ideologica è presente, ma la situazione è ancora più insidiosa. I documenti ufficiali, le delibere parlamentari e i conti pubblici di Ramallah raccontano una verità più profonda, dove la violenza armata contro i civili non è un'esplosione spontanea né una cieca follia, ma un vero e proprio lavoro dipendente a cottimo, con tanto di tabelle ministeriali, scatti di anzianità, tutele previdenziali e bonifici mensili garantiti dal governo. Questo ingranaggio burocratico ha un nome preciso nei documenti internazionali: si chiama Pay for Slay, ossia "paga per uccidere", ed è il pilastro finanziario su cui si regge l'industria degli attentati.

Per capire come funziona questa macchina bisogna guardare alla sua architettura tecnica e alla sua storia. Il meccanismo affonda le radici nel 1964, quando l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina fonda la Società per la Cura delle Famiglie dei Martiri e dei Feriti, nata all'epoca come una sorta di cassa di mutuo soccorso paramilitare per sostenere i parenti dei guerriglieri caduti. La vera svolta burocratica avviene però dopo gli Accordi di Oslo con la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese: quella che doveva essere l'istituzione fondativa di un futuro Stato di diritto trasforma quel fondo di assistenza in un vero e proprio rapporto di pubblico impiego. Nel 2004, in piena Seconda Intifada, Yasser Arafat promulga la Legge numero 14 sui Prigionieri e i Liberati, poi perfezionata dai decreti applicativi firmati dal presidente Mahmoud Abbas, noto come Abu Mazen, nel 2010 e nel 2013. In questa legge, chi finisce in carcere per terrorismo non viene considerato un detenuto comune che ha violato il codice penale, ma riceve una qualifica giuridica precisa: è chiunque si trovi nelle carceri dell'occupazione per aver partecipato alla lotta. L'articolo 6 di quella norma stabilisce un principio fondamentale: lo Stato riconosce al carcerato il diritto soggettivo ad avere uno stipendio mensile garantito a carico delle finanze pubbliche.

Il cuore tecnico del dispositivo risiede nel criterio di calcolo della retribuzione. L'assegno non viene erogato in base al bisogno economico della famiglia o allo stato di indigenza, ma viene parametrato direttamente sulla durata della condanna inflitta dai tribunali israeliani. 

Poiché i giudici condannano a pene più lunghe e severe chi commette i crimini più sanguinosi e premeditati, l'Autorità Palestinese finisce per premiare in denaro l'efficacia letale dell'attacco. Le tabelle ufficiali fissano una progressione precisa: chi riceve condanne fino a tre anni per reati minori, come il lancio di pietre o molotov, prende circa 1.400 shekel al mese (circa 360 euro); chi subisce condanne tra i cinque e i dieci anni sale a 4.000 shekel (circa 1.020 euro); chi sconta tra i quindici e i venti anni per omicidi accertati arriva a 7.000 shekel; chi infine colleziona ergastoli multipli per aver sterminato intere famiglie, fatto esplodere autobus o sparato sulla folla, supera i 12.000 shekel al mese, pari a oltre 3.000 euro netti. A questo stipendio base si aggiungono bonus per la moglie, per ogni figlio a carico e quote extra per chi risiede a Gerusalemme o ha la cittadinanza israeliana, così da premiare il tradimento interno. Nell'economia reale della Cisgiordania, dove un maestro di scuola elementare, un infermiere o un poliziotto guadagna in media tra i 3.000 e i 3.500 shekel al mese, un ergastolano per strage percepisce quasi quattro volte lo stipendio di un lavoratore onesto.

L'apparato tutela l'attentatore e i suoi congiunti in ogni scenario possibile. Se il carcerato sconta la pena ed esce vivo di prigione, la legge impone all'Autorità Palestinese di assumerlo obbligatoriamente nei ministeri o nelle forze di sicurezza, equiparando per legge gli anni passati in cella ad anni di servizio statale: dieci anni di detenzione danno diritto al grado di capitano; venticinque anni o più garantiscono l'inquadramento automatico come generale di brigata o vicesegretario di ministero, con pensione statale irrevocabile. Se invece l'attentatore muore durante l'azione, facendosi saltare in aria o venendo neutralizzato sul posto, lo stipendio non viene cancellato ma si trasferisce immediatamente alla famiglia tramite il Fondo dei Martiri. Ai parenti va un contributo immediato a fondo perduto e un vitalizio mensile proporzionato al numero di eredi. Questo fondo copre tutti senza alcuna distinzione di fazione: l'Autorità Palestinese paga con la stessa puntualità le famiglie dei miliziani di Fatah, di Hamas, della Jihad Islamica o del Fronte Popolare. Nei bilanci ufficiali di Ramallah questa macchina costa tra i 300 e i 350 milioni di dollari ogni anno, pari a circa l'8% dell'intero bilancio statale e a più di un terzo di tutti gli aiuti economici a fondo perduto inviati dai Paesi occidentali. Quando nel 2018 gli Stati Uniti hanno provato a bloccare i fondi con il Taylor Force Act e Israele ha iniziato a trattenere dalle tasse doganali una cifra pari a quella spesa per questi stipendi, Abu Mazen non ha abolito la legge: ha semplicemente trasferito gli uffici dal Ministero dei Prigionieri a una Commissione gestita dall'OLP per nascondere i fondi ai revisori esteri, ribadendo pubblicamente che, se all'Autorità fosse rimasto anche un solo centesimo in cassa, lo avrebbe speso per i prigionieri e i martiri prima che per chiunque altro.

Tuttavia, fermarsi alla sola analisi contabile e burocratica significherebbe commettere un grave errore analitico. I soldi da soli non spiegano perché un giovane decida di imbottirsi di tritolo o di lanciarsi con un machete contro una pattuglia armata sapendo di morire. Ed è qui che la contabilità statale si salda in modo inestricabile con la dottrina teologica islamica. Il sistema del Pay for Slay non inventa nulla dal nulla: prende categorie dogmatiche radicate nella tradizione giuridica e religiosa islamica e le monetizza ad uso e consumo della politica contemporanea. Il perno di questa saldatura è il concetto coranico di martirio, l’Istishhad, l'atto volontario di testimoniare la fede fino all'effusione del sangue sul sentiero di Dio, fi sabil Allah. Nella giurisprudenza islamica classica, chi muore da Shahid non è un defunto comune. La sura Al-Baqara (2:154) comanda esplicitamente di non dire che coloro che sono stati uccisi sulla via di Dio sono morti, poiché essi sono vivi presso il loro Signore. La letteratura dei hadith promette allo Shahid la remissione istantanea di ogni peccato alla prima goccia di sangue versata, la salvezza dal tormento del sepolcro, la corona di gloria e, soprattutto, la facoltà di intercedere nel Giorno del Giudizio per settanta membri della propria famiglia, strappandoli alla dannazione dell'Inferno.

A questo patrimonio escatologico si aggancia un principio fondamentale della dottrina del Jihad: chi non può combattere fisicamente ha il dovere religioso di provvedere materialmente a chi combatte o alla sua famiglia superstite. Numerosi detti attribuiti a Maometto stabiliscono che chi equipaggia un guerriero sulla via di Dio ha combattuto egli stesso, e chi si prende cura della famiglia di un caduto partecipa della stessa identica ricompensa celeste.

L'Autorità Palestinese ha fatto esattamente questo: ha secolarizzato e burocratizzato un dovere dottrinale, trasformando un precetto sacro in una voce di spesa del bilancio pubblico. 

Il nazionalismo arabo di Ramallah, pur presentandosi all'esterno con abiti laici per compiacere i donatori occidentali, attinge a piene mani dall'immaginario religioso per santificare la violenza. Non è un caso che i documenti ufficiali, le delibere parlamentari e i registri delle paghe utilizzino senza sosta la parola Shuhada, ovvero martiri e mai termini neutri come caduti o vittime.

Cosa comporta tutto questo nella realtà materiale di tutti i giorni? Comporta la costruzione di un incentivo totale, perfetto e a tenuta stagna, in cui la fede religiosa e l'interesse economico si alimentano a vicenda senza mai contraddirsi. L'attentato terroristico cessa di essere un crimine o una tragedia personale e si trasforma nel più alto trionfo spirituale e materiale possibile per un individuo e per il suo clan familiare. Un giovane disoccupato, cresciuto nella retorica dell'odio e nella dottrina del martirio, sa con assoluta certezza che compiendo una strage non lascerà i propri cari nel baratro. Sa che garantirà loro la salvezza dell'anima nell'Aldilà grazie alla propria intercessione religiosa, e contemporaneamente risolverà i loro problemi materiali sulla terra per intere generazioni grazie al bonifico statale. Sa che se viene arrestato riceverà uno stipendio principesco e un posto d'onore nell'amministrazione al momento del rilascio; sa che se muore la sua famiglia riceverà una rendita a vita, la casa eventualmente demolita verrà ricostruita con fondi dedicati e il suo clan godrà del massimo prestigio sociale, con il suo volto affisso come un santo sui manifesti delle strade e il suo nome intitolato a scuole e tornei di calcio.

La violenza diventa così una polizza assicurativa terrena e ultraterrena, un ascensore sociale ed escatologico che monetizza il massacro. È per questo che ogni tentativo diplomatico di parlare di pace si infrange contro una realtà insormontabile.

Il problema non sono soltanto i tracciati confinari o le concessioni territoriali, ma il fatto che dall'altra parte del tavolo siede un'istituzione pubblica che ha trasformato per legge l'assassinio dei civili in un atto liturgico e in un lavoro a tempo indeterminato, pagando il conto con gli stessi soldi che l'Occidente continua a staccare credendo ingenuamente di finanziare la convivenza civile.

Nell'immagine: Mahmoud Abbas a Ramallah abbraccia un detenuto di sicurezza rilasciato. Dietro questo saluto istituzionale c'è una legge precisa dell'ANP, la n. 14 del 2004 che garantisce ai condannati per terrorismo stipendi mensili progressivi, gradi militari automatici e pensioni d'oro a carico del bilancio pubblico.

Un abbraccio,

Josephine Ariel Lettera 🌹

La Shoah non si è conclusa con la resa della Germania nazista l'8 maggio 1945.

 L'antisemitismo è un'egregora, un morbo mentale molto antico e profondamente insidioso. Al link una piccola analisi storica di Josephine Ariel Lettera

delle origini dell'antisemitismo che ho scritto qualche giorno fa, ma dovrò approfondire ancora molte altre cose. L'abbraccio 


"IL RITORNO CHE NON C’È MAI STATO
Oggi voglio raccontarvi un altro pezzo della storia ebraica, un capitolo spesso poco conosciuto.
Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria e, insieme a quella ricorrenza, sopravvive puntualmente una favola consolatoria, quasi fiabesca, su come si chiuse il secondo conflitto mondiale. Ci hanno abituati a pensare alla primavera del 1945 come alla chiusura, quasi istantanea del male. I cancelli arrugginiti di Auschwitz abbattuti dai cingoli sovietici a gennaio, le truppe alleate che avanzano nei lager della Germania occidentale distribuendo razioni e coperte a figure spettrali, la resa incondizionata del Terzo Reich a maggio e, infine, quei sopravvissuti miracolati che intraprendono il viaggio di ritorno verso le proprie città natali per riabbracciare i vicini, riaprire i portoni di casa e riannodare i fili della vita interrotta.

 È una ricostruzione rassicurante, necessaria alle coscienze europee per archiviare l’orrore e relegarlo all'eccezione di un manipolo di gerarchi nazisti in divisa nera condannati a Norimberga.
 Ma è, storicamente, una delle più spietate menzogne del Novecento.
 Per le centinaia di migliaia di ebrei scampati alle selezioni delle banchine ferroviarie, alle camere a gas, alle marce della morte nel fango invernale e all'inferno delle fosse comuni dell’Est europeo, la fine della guerra non segnò affatto il ritorno alla vita civile. Segnò l’inizio di un incubo postumo, se possibile ancora più lancinante: la scoperta che l’antisemitismo non era stato un monopolio militare delle SS, ma rappresentava un tessuto sociale pervasivo, un sedimento culturale e materiale profondo che la sconfitta militare della Germania non aveva minimamente scalfito. 
Quando i superstiti cercarono di fare la cosa più ovvia e disperata, tornare a casa per vedere chi fosse sopravvissuto della propria famiglia, non trovarono ad attenderli le lacrime o il risarcimento morale dei concittadini. Trovarono il gelo, il rifiuto, la violenza armata e il furore omicida del linciaggio popolare.
 
 Tra il 1945 e il 1947, a guerra formalmente vinta dalle forze alleate, una sanguinosa scia di violenza antisemita attraversò l'Europa centro-orientale. Non si trattò di incidenti sporadici o di marginali regolamenti di conti, solo in Polonia, tra la liberazione e l'estate del 1947, gli archivi storici e le indagini dell'Istituto della Memoria Nazionale documentano oltre mille ebrei assassinati a sangue freddo nei mesi immediatamente successivi alla caduta di Hitler, con più di 103 pogrom, assalti armati a treni e linciaggi di piazza registrati capillarmente sul territorio.
I convogli ferroviari carichi di reduci venivano intercettati lungo le tratte rurali: già nel giugno del 1945 a Rzeszow scoppiarono violenti disordini contro chi cercava di scendere dai vagoni; a Bialystok gli ebrei venivano aggrediti in pieno giorno nelle strade; a Rabka venne assalito un sanatorio per bambini orfani scampati ai lager; a Trencin e Topocany, nell'odierna Slovacchia, folle inferocite attaccarono brutalmente chi chiedeva notizie dei familiari deportati; in Ucraina, a Kolomyia, la violenza riesplose non appena i primi scampati misero piede nei quartieri d'origine; in Ungheria, a Kunmadaras nel maggio 1946 e a Miskolc nel luglio dello stesso anno, folle aizzate da accuse medievali massacrarono i sopravvissuti a colpi di spranga e bastone, lasciando decine di morti e feriti.

 Il punto culminante di questa barbarie postuma si consumò il 4 luglio 1946 a Kielce, una cittadina a poco più di cento chilometri a sud di Varsavia. Prima dell'invasione tedesca, a Kielce vivevano circa 25.000 ebrei, pari a un terzo dell'intera popolazione urbana. Al termine della Shoah ne erano rimasti in vita appena duecento, la maggior parte dei quali alloggiava provvisoriamente nello stabile comunitario al civico 7 di via Planty. Erano persone reduci da Auschwitz, Buchenwald o dal lavoro forzato, che condividevano stanze spoglie nell'attesa estenuante di una lettera della Croce Rossa, di una notizia, di un nome su una lista di superstiti.
  Il 1° luglio 1946 un bambino cristiano di otto anni, Henryk Blaszczyk, si allontanò da casa per andare a trovare amici in un villaggio vicino senza avvisare i genitori. Quando rientrò due giorni dopo, per evitare la punizione del padre Walenty, inventò una storia ricalcata parola per parola sui pregiudizi che sentiva ripetere quotidianamente a tavola: disse di essere stato rapito da uomini ebrei e rinchiuso nello scantinato della sede di via Planty. La mattina del 4 luglio, una pattuglia di miliziani polacchi si recò sul posto per indagare. Bastò quel gesto per far divampare l'isteria collettiva: nel giro di poche ore, una folla sterminata di civili, operai della vicina acciaieria Ludwikow, agenti della milizia civica e soldati dell'esercito polacco circondò l'edificio.

 L'accusa era la più antica e grottesca menzogna dell'Europa cristiana e che abbiamo già attraversato nel precedente articolo: l'accusa del sangue, la diffamazione dell'omicidio rituale nata nel Medioevo e consacrata dal caso di Simonino da Trento nel 1475. A nulla valse far notare ai poliziotti che quell'edificio non possedeva nemmeno uno scantinato. I miliziani e i soldati fecero irruzione, disarmarono i pochi residenti ebrei che avevano regolare porto d'armi per autodifesa e cominciarono a sparare all'interno delle stanze. I sopravvissuti vennero scaraventati dalle finestre sul selciato, finiti a colpi di ascia, bastoni ferrati, pietre e baionette, derubati delle scarpe e degli orologi mentre agonizzavano. Alla fine della giornata, a terra rimasero i cadaveri di 42 persone, tra cui donne incinte e neonati e oltre 40 feriti gravissimi. 
 Tra i trucidati c'erano persone che avevano superato tre anni di selezioni a Birkenau, uccise non dalle SS, ma dai propri concittadini in tempo di pace.

 Per comprendere la genealogia di questo odio apparentemente inspiegabile, bisogna però squarciare il velo del fanatismo religioso e guardare dritto nella dimensione materiale, alla spietata economia della spoliazione. 
 Nei cinque anni dell'occupazione nazista, mentre tre milioni di ebrei polacchi e centinaia di migliaia di ebrei ungheresi, rumeni, slovacchi e lituani venivano spogliati dei diritti civili, rinchiusi dietro le mura dei ghetti e infine gassati nei campi di sterminio, la società circostante non era rimasta spettatrice passiva, aveva banchettato sui resti della carneficina. Nel momento stesso in cui una famiglia ebrea veniva prelevata all'alba per salire sul vagone piombato, il vicino di pianerottolo, il bottegaio della strada o il funzionario locale prendeva possesso della casa. I mobili venivano traslocati, i materassi scuciti alla ricerca di gioielli, i negozi riaperti sotto nuove insegne, le terre coltivate, i servizi di piatti e le coperte integrati nell'arredo domestico dei nuovi occupanti. L'intera classe media e rurale dell'Europa orientale aveva ereditato a costo zero un patrimonio immenso, fondando il proprio benessere postbellico sulla sparizione definitiva dei legittimi proprietari. In Polonia venne sottratto e redistribuito oltre il 94% dell’intero patrimonio immobiliare e commerciale ebraico; in Ungheria più del 96%; in Romania oltre il 92%.
L'assunto tacito, rassicurante e condiviso su cui si era retta questa gigantesca operazione di saccheggio collettivo era uno solo: non torneranno mai più.

 Quando nella primavera del 1945 e nel 1946 quei fantasmi laceri, denutriti, ridotti a trenta chili di ossa ricoperte di pelle, comparvero con le vecchie chiavi in mano sui portoni delle loro case, l'effetto non fu la commozione o la vergogna. Fu il terrore. La presenza fisica del superstite costituiva una minaccia economica letale in quanto esigeva la restituzione del letto su cui i nuovi padroni dormivano da quattro anni, pretendeva il rientro in possesso della bottega, del laboratorio sartoriale, del campo coltivato, degli oggetti di famiglia. E in una società impoverita dalla guerra e moralmente devastata, dove la vita umana di un ebreo era stata declassata per anni a valore nullo dalla propaganda nazista, la soluzione più lineare ed economica non era restituire il maltolto: era eliminare fisicamente il creditore tornato dall'oltretomba.
 La frase che i sopravvissuti si sentivano ripetere costantemente a Varsavia, a Cracovia, a Lublino o nei villaggi della Galizia riassume l'orrore con una crudeltà disarmante: "Jak to? To wy jeszcze żyjecie?", "Ma come? Siete ancora vivi? Hitler non vi ha ammazzati tutti?". La colpa imperdonabile del reduce non era ciò che faceva, era il fatto stesso di essere vivo, una cambiale morale ed economica ambulante che nessun occupante abusivo intendeva onorare. Non a caso, le statistiche documentano che in Polonia fu restituito ai legittimi proprietari meno del 3% dei beni confiscati o occupati.

 Fu in quei mesi che tra gli scampati si consumò la disillusione finale. Capirono che l'Europa non era affatto un continente liberato, per loro era una terra dissacrata, un cimitero a cielo aperto dove le radici di intere generazioni erano state incenerite e dove il pericolo mortale non si annidava più nelle divise della Gestapo, ma nello sguardo del vicino di casa. Nacque così la Berihah, in ebraico "la fuga", un movimento clandestino organizzato dai sopravvissuti e dalle brigate ebraiche per evacuare in massa centinaia di migliaia di persone dall'Europa dell'Est verso le zone di occupazione occidentale in Germania, Austria e Italia.
 Ma il viaggio verso ovest rivelò una seconda e altrettanto amara verità: le grandi democrazie occidentali non avevano alcuna intenzione di accoglierli. Gli Stati Uniti mantenevano quote di immigrazione restrittive erette negli anni Venti; il Regno Unito, vincolato dal Libro Bianco del 1939, aveva blindato le coste del Mandato di Palestina con la Royal Navy per bloccare qualsiasi sbarco di profughi, intercettando i battelli di fortuna e deportando gli scampati nei campi di detenzione britannici a Cipro; la Francia e gli altri Paesi europei dissanguati dal dopoguerra offrivano solidarietà a parole, ma frontiere sbarrate nei fatti.

 Il risultato fu un paradosso storico che grida giustizia: tra il 1945 e il 1948 oltre 250.000 ebrei reduci della Shoah si ritrovarono nuovamente confinati dietro il filo spinato dei campi per sfollati allestiti dall'UNRRA e dalle forze alleate proprio sul suolo tedesco e austriaco, nelle medesime terre e talvolta nelle stesse caserme ed ex lager in cui erano stati torturati i loro cari. Erano liberi sulla carta, ma prigionieri nella realtà, apolidi senza documenti, senza patria, senza beni e senza un luogo al mondo disposto a concedere loro asilo.
 
 Nel celebre rapporto inviato al presidente Harry Truman nell'agosto del 1945 dall'inviato speciale Earl G. Harrison, incaricato di ispezionare le condizioni dei profughi ebrei nei campi alleati in Europa, l'emissario americano scrisse parole che dovrebbero essere scolpite nei libri di testo:
"Trattiamo gli ebrei allo stesso modo in cui li trattavano i nazisti, con l'unica eccezione che noi non li sterminiamo. Essi si trovano in campi di concentramento sotto la guardia delle nostre truppe militari al posto delle truppe delle SS. Viene da chiedersi se il popolo tedesco, vedendo ciò, non debba supporre che noi stiamo seguendo, o perlomeno approvando, la politica nazista".

 Nei campi profughi di Landsberg, Föhrenwald o Zeilsheim, la domanda fondamentale che tormentava i superstiti non era più "come possiamo tornare a casa", la casa non esisteva più, era stata rasa al suolo, saccheggiata dal vicino o trasformata in cenere. La domanda che echeggiava tra le baracche di legno era una sola, esistenziale e disperata: "Dove possiamo ancora vivere?".
 
 È di fronte a questa realtà inoppugnabile che crolla definitivamente l'intera impalcatura retorica di chi oggi, con supponenza ideologica e ignoranza storica, definisce la rinascita dello Stato d'Israele come un "capriccio coloniale" o "un'invasione ingiustificata", suggerendo con sufficienza che gli ebrei sopravvissuti avrebbero dovuto semplicemente "rimanere nei loro Paesi europei".
 I sopravvissuti non potevano rimanere in Europa perché l'Europa li massacrava a sprangate a guerra finita; non potevano riavere le loro case perché i vicini li assassinavano per non restituire il bottino; e non potevano emigrare verso ovest perché il mondo libero li teneva rinchiusi dietro il filo spinato dei campi profughi.
Senza l'autodeterminazione, senza un rifugio sovrano e senza un esercito capace di difendere i propri confini per non essere mai più alla mercé della violenza del vicino o della pietà intermittente delle nazioni, quell'ultimo resto del popolo ebraico sarebbe stato condannato all'estinzione civile e alla dispersione definitiva.
 La Shoah non si è conclusa con la resa della Germania nazista l'8 maggio 1945. È finita soltanto quando l'ebreo ha smesso di dover implorare il permesso di esistere sul pianerottolo di chi lo aveva derubato, riprendendo in mano il proprio destino, la propria terra ancestrale e il diritto inalienabile a difendere la propria vita.

Un abbraccio,
Josephine Ariel Lettera 🌹

Per approfondire
Strumentalizzare il dissenso ebraico
La manipolazione della memoria e il revisionismo storico
Chissà perché non li ha mai voluti nessuno
Il ritorno che non c'è mai stato
La sanguinosa storia dei pogrom nel mondo arabo-islamico