STIPENDIO DA TERRORISTA
Quanto vale la vita di un civile israeliano nel bilancio pubblico palestinese? Sembra che io ponendo questa domanda stia facendo una provocazione, ma non è così. Esiste una cifra contabile stabilita per legge: più persone ammazzi, più vieni pagato dallo Stato. In Occidente leggiamo gli attentati con due letture speculari, spesso pigre e completamente scollegate dalla realtà. Da una parte c'è la matrice culturale egemone, intrisa di pauperismo terzomondista e riflessi marxisti, secondo cui il terrorismo sarebbe l'inevitabile reazione dell'oppresso contro l'oppressore, un gesto caotico e disperato di chi non ha alternative materiali di fronte al "colonialismo" israeliano.
Dall'altra parte c'è chi liquida tutto come pura follia religiosa, riducendo ogni dinamica a un fanatismo astratto e privo di razionalità terrena. La matrice religiosa/ideologica è presente, ma la situazione è ancora più insidiosa. I documenti ufficiali, le delibere parlamentari e i conti pubblici di Ramallah raccontano una verità più profonda, dove la violenza armata contro i civili non è un'esplosione spontanea né una cieca follia, ma un vero e proprio lavoro dipendente a cottimo, con tanto di tabelle ministeriali, scatti di anzianità, tutele previdenziali e bonifici mensili garantiti dal governo. Questo ingranaggio burocratico ha un nome preciso nei documenti internazionali: si chiama Pay for Slay, ossia "paga per uccidere", ed è il pilastro finanziario su cui si regge l'industria degli attentati.
Per capire come funziona questa macchina bisogna guardare alla sua architettura tecnica e alla sua storia. Il meccanismo affonda le radici nel 1964, quando l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina fonda la Società per la Cura delle Famiglie dei Martiri e dei Feriti, nata all'epoca come una sorta di cassa di mutuo soccorso paramilitare per sostenere i parenti dei guerriglieri caduti. La vera svolta burocratica avviene però dopo gli Accordi di Oslo con la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese: quella che doveva essere l'istituzione fondativa di un futuro Stato di diritto trasforma quel fondo di assistenza in un vero e proprio rapporto di pubblico impiego. Nel 2004, in piena Seconda Intifada, Yasser Arafat promulga la Legge numero 14 sui Prigionieri e i Liberati, poi perfezionata dai decreti applicativi firmati dal presidente Mahmoud Abbas, noto come Abu Mazen, nel 2010 e nel 2013. In questa legge, chi finisce in carcere per terrorismo non viene considerato un detenuto comune che ha violato il codice penale, ma riceve una qualifica giuridica precisa: è chiunque si trovi nelle carceri dell'occupazione per aver partecipato alla lotta. L'articolo 6 di quella norma stabilisce un principio fondamentale: lo Stato riconosce al carcerato il diritto soggettivo ad avere uno stipendio mensile garantito a carico delle finanze pubbliche.
Il cuore tecnico del dispositivo risiede nel criterio di calcolo della retribuzione. L'assegno non viene erogato in base al bisogno economico della famiglia o allo stato di indigenza, ma viene parametrato direttamente sulla durata della condanna inflitta dai tribunali israeliani.
Poiché i giudici condannano a pene più lunghe e severe chi commette i crimini più sanguinosi e premeditati, l'Autorità Palestinese finisce per premiare in denaro l'efficacia letale dell'attacco. Le tabelle ufficiali fissano una progressione precisa: chi riceve condanne fino a tre anni per reati minori, come il lancio di pietre o molotov, prende circa 1.400 shekel al mese (circa 360 euro); chi subisce condanne tra i cinque e i dieci anni sale a 4.000 shekel (circa 1.020 euro); chi sconta tra i quindici e i venti anni per omicidi accertati arriva a 7.000 shekel; chi infine colleziona ergastoli multipli per aver sterminato intere famiglie, fatto esplodere autobus o sparato sulla folla, supera i 12.000 shekel al mese, pari a oltre 3.000 euro netti. A questo stipendio base si aggiungono bonus per la moglie, per ogni figlio a carico e quote extra per chi risiede a Gerusalemme o ha la cittadinanza israeliana, così da premiare il tradimento interno. Nell'economia reale della Cisgiordania, dove un maestro di scuola elementare, un infermiere o un poliziotto guadagna in media tra i 3.000 e i 3.500 shekel al mese, un ergastolano per strage percepisce quasi quattro volte lo stipendio di un lavoratore onesto.
L'apparato tutela l'attentatore e i suoi congiunti in ogni scenario possibile. Se il carcerato sconta la pena ed esce vivo di prigione, la legge impone all'Autorità Palestinese di assumerlo obbligatoriamente nei ministeri o nelle forze di sicurezza, equiparando per legge gli anni passati in cella ad anni di servizio statale: dieci anni di detenzione danno diritto al grado di capitano; venticinque anni o più garantiscono l'inquadramento automatico come generale di brigata o vicesegretario di ministero, con pensione statale irrevocabile. Se invece l'attentatore muore durante l'azione, facendosi saltare in aria o venendo neutralizzato sul posto, lo stipendio non viene cancellato ma si trasferisce immediatamente alla famiglia tramite il Fondo dei Martiri. Ai parenti va un contributo immediato a fondo perduto e un vitalizio mensile proporzionato al numero di eredi. Questo fondo copre tutti senza alcuna distinzione di fazione: l'Autorità Palestinese paga con la stessa puntualità le famiglie dei miliziani di Fatah, di Hamas, della Jihad Islamica o del Fronte Popolare. Nei bilanci ufficiali di Ramallah questa macchina costa tra i 300 e i 350 milioni di dollari ogni anno, pari a circa l'8% dell'intero bilancio statale e a più di un terzo di tutti gli aiuti economici a fondo perduto inviati dai Paesi occidentali. Quando nel 2018 gli Stati Uniti hanno provato a bloccare i fondi con il Taylor Force Act e Israele ha iniziato a trattenere dalle tasse doganali una cifra pari a quella spesa per questi stipendi, Abu Mazen non ha abolito la legge: ha semplicemente trasferito gli uffici dal Ministero dei Prigionieri a una Commissione gestita dall'OLP per nascondere i fondi ai revisori esteri, ribadendo pubblicamente che, se all'Autorità fosse rimasto anche un solo centesimo in cassa, lo avrebbe speso per i prigionieri e i martiri prima che per chiunque altro.
Tuttavia, fermarsi alla sola analisi contabile e burocratica significherebbe commettere un grave errore analitico. I soldi da soli non spiegano perché un giovane decida di imbottirsi di tritolo o di lanciarsi con un machete contro una pattuglia armata sapendo di morire. Ed è qui che la contabilità statale si salda in modo inestricabile con la dottrina teologica islamica. Il sistema del Pay for Slay non inventa nulla dal nulla: prende categorie dogmatiche radicate nella tradizione giuridica e religiosa islamica e le monetizza ad uso e consumo della politica contemporanea. Il perno di questa saldatura è il concetto coranico di martirio, l’Istishhad, l'atto volontario di testimoniare la fede fino all'effusione del sangue sul sentiero di Dio, fi sabil Allah. Nella giurisprudenza islamica classica, chi muore da Shahid non è un defunto comune. La sura Al-Baqara (2:154) comanda esplicitamente di non dire che coloro che sono stati uccisi sulla via di Dio sono morti, poiché essi sono vivi presso il loro Signore. La letteratura dei hadith promette allo Shahid la remissione istantanea di ogni peccato alla prima goccia di sangue versata, la salvezza dal tormento del sepolcro, la corona di gloria e, soprattutto, la facoltà di intercedere nel Giorno del Giudizio per settanta membri della propria famiglia, strappandoli alla dannazione dell'Inferno.
A questo patrimonio escatologico si aggancia un principio fondamentale della dottrina del Jihad: chi non può combattere fisicamente ha il dovere religioso di provvedere materialmente a chi combatte o alla sua famiglia superstite. Numerosi detti attribuiti a Maometto stabiliscono che chi equipaggia un guerriero sulla via di Dio ha combattuto egli stesso, e chi si prende cura della famiglia di un caduto partecipa della stessa identica ricompensa celeste.
L'Autorità Palestinese ha fatto esattamente questo: ha secolarizzato e burocratizzato un dovere dottrinale, trasformando un precetto sacro in una voce di spesa del bilancio pubblico.
Il nazionalismo arabo di Ramallah, pur presentandosi all'esterno con abiti laici per compiacere i donatori occidentali, attinge a piene mani dall'immaginario religioso per santificare la violenza. Non è un caso che i documenti ufficiali, le delibere parlamentari e i registri delle paghe utilizzino senza sosta la parola Shuhada, ovvero martiri e mai termini neutri come caduti o vittime.
Cosa comporta tutto questo nella realtà materiale di tutti i giorni? Comporta la costruzione di un incentivo totale, perfetto e a tenuta stagna, in cui la fede religiosa e l'interesse economico si alimentano a vicenda senza mai contraddirsi. L'attentato terroristico cessa di essere un crimine o una tragedia personale e si trasforma nel più alto trionfo spirituale e materiale possibile per un individuo e per il suo clan familiare. Un giovane disoccupato, cresciuto nella retorica dell'odio e nella dottrina del martirio, sa con assoluta certezza che compiendo una strage non lascerà i propri cari nel baratro. Sa che garantirà loro la salvezza dell'anima nell'Aldilà grazie alla propria intercessione religiosa, e contemporaneamente risolverà i loro problemi materiali sulla terra per intere generazioni grazie al bonifico statale. Sa che se viene arrestato riceverà uno stipendio principesco e un posto d'onore nell'amministrazione al momento del rilascio; sa che se muore la sua famiglia riceverà una rendita a vita, la casa eventualmente demolita verrà ricostruita con fondi dedicati e il suo clan godrà del massimo prestigio sociale, con il suo volto affisso come un santo sui manifesti delle strade e il suo nome intitolato a scuole e tornei di calcio.
La violenza diventa così una polizza assicurativa terrena e ultraterrena, un ascensore sociale ed escatologico che monetizza il massacro. È per questo che ogni tentativo diplomatico di parlare di pace si infrange contro una realtà insormontabile.
Il problema non sono soltanto i tracciati confinari o le concessioni territoriali, ma il fatto che dall'altra parte del tavolo siede un'istituzione pubblica che ha trasformato per legge l'assassinio dei civili in un atto liturgico e in un lavoro a tempo indeterminato, pagando il conto con gli stessi soldi che l'Occidente continua a staccare credendo ingenuamente di finanziare la convivenza civile.
Nell'immagine: Mahmoud Abbas a Ramallah abbraccia un detenuto di sicurezza rilasciato. Dietro questo saluto istituzionale c'è una legge precisa dell'ANP, la n. 14 del 2004 che garantisce ai condannati per terrorismo stipendi mensili progressivi, gradi militari automatici e pensioni d'oro a carico del bilancio pubblico.
Un abbraccio,
Josephine Ariel Lettera 🌹