Come reso noto da Palazzo Chigi, il Governo ha avviato l’esame del disegno di legge delega per la revisione della normativa sull’ordinamento degli Enti locali proposto dal Ministro dell’Interno Piantedosi. Stando alla bozza diffusa dai media, il restyling interesserà anche la “disciplina in materia di controllo sugli organi degli enti locali conseguente a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso o similare”. Il fatto che lo schema di delega preveda solo modifiche marginali alle norme in vigore rende chiaro come, per il Viminale, il sistema tutto sommato funzioni e non necessiti di particolari stravolgimenti. Ma le cose stanno davvero così? Vediamo cosa, a nostro avviso, avrebbe dovuto esserci nel disegno di legge e invece manca.
Innanzi tutto, nella proposta di Piantedosi non viene neanche sfiorato il tema dell’evanescenza dei presupposti per il commissariamento per mafia di un ente locale.
Eppure sono tante e autorevoli le voci che si chiedono se sia conforme alla Costituzione e possa essere ancora mantenuto in piedi un istituto che, grazie anche a evidenti forzature interpretative, consente all’esecutivo di rimuovere un’amministrazione democraticamente eletta ogniqualvolta ravvisi, sulla base di elementi indiziari, il “più probabile che non” pericolo di infiltrazione o condizionamento da parte della criminalità organizzata. E ciò con l’avallo del Consiglio di Stato, arrivato a sostenere che “l’accertata e notoria diffusione nel territorio della criminalità organizzata e le precarie condizioni di funzionalità dell’ente si configurano come condizioni necessarie e sufficienti per disporre lo scioglimento del Consiglio Comunale”.
Nel disegno di legge non è affrontata nemmeno la questione dell’eccessiva rigidità della disciplina vigente, che azzera per 18 mesi (sistematicamente prorogati a 24) tutti gli organi elettivi anche nel caso in cui i (probabili) tentativi di infiltrazione o di condizionamento non coinvolgono la parte politica ma solo i dipendenti dell’ente o, addirittura, i vertici o il personale delle società partecipate.
Parimenti, nella delega non vi sono disposizioni in grado di rimediare alla scarsa efficacia delle gestioni commissariali che, troppo spesso, sono state incapaci di instaurare un rapporto fiduciario con i cittadini e di rimuovere le inefficienze amministrative che avevano concorso allo scioglimento. Tanto è vero che sono molti i comuni sciolti per due o più volte.
Infine, nella bozza di ddl non è presa in alcuna considerazione la vexata quaestio dei diritti degli amministratori degli enti commissariati per mafia, ai quali non sono garantiti né il contraddittorio nella fase ispettiva, né la pienezza dei diritti difensivi in sede giurisdizionale.
Per evitare che le reali esigenze di riforma vengano svilite e l’intervento del legislatore si riduca al mero recepimento dei desiderata della burocrazia ministeriale, è dunque necessario che il Parlamento, se e quando prenderà in esame il provvedimento, eserciti in pieno le proprie prerogative, facendo tesoro anche delle esperienze maturate nella scorsa legislatura.
In particolare, sarebbe esiziale disperdere il proficuo lavoro svolto dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, che il 30 maggio 2022 ha predisposto un testo organico di riforma della disciplina sullo scioglimento dei consigli comunali e provinciali.
Mentre le direttive contenute nello schema di delega presentato dal Ministro dell’Interno prefigurano un semplice maquillage del sistema, il testo licenziato dalla Commissione parlamentare, sebbene non ne elimini tutte le contraddizioni e le incongruenze, ha il pregio di mirare alla risoluzione di molte delle problematiche sopra evidenziate.
E in effetti, uno dei cardini della proposta è rappresentato dall’esclusione della possibilità di sciogliere gli organi elettivi nel caso in cui il tentativo di infiltrazione e condizionamento riguardi solo la burocrazia dell’ente. In tale ipotesi, il governo limiterebbe il proprio intervento all’attribuzione di poteri straordinari di gestione al Segretario o al Direttore Generale ovvero, in caso di coinvolgimento di questi ultimi, a un Commissario esterno.
Altre modifiche di grande impatto sono rappresentate dalla più chiara definizione dei presupposti per lo scioglimento, dalla previsione del contraddittorio tra gli amministratori e la commissione di accesso, dalla riduzione della durata del commissariamento, dall’introduzione dell’obbligo di esclusività e di presenza per i membri della commissione straordinaria, dall’istituzione di un organo di rappresentanza dei cittadini e del mondo dell’associazionismo a supporto della commissione e di un albo ministeriale da cui attingere per le nomine dei commissari. Insomma, un pacchetto di aggiustamenti che, seppur non risolutivo di tutte le criticità, renderebbe l’istituto meno inefficiente e iniquo.
Speriamo di non doverci rammaricare per l’ennesima occasione sprecata.
Pasquale Simari su L’Unità del 3 settembre 2023
da NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH
LA NOSTRA AZIENDA CONDANNATA A MORTE ‘A FIN DI BENE’
La nostra azienda è nata alla Spezia nel 1932 ed è stata colpita a morte il 31 ottobre 2019. La chiamano “misura interdittiva antimafia”. Per il tuo bene, per prevenire il contagio del male assoluto, la Mafia, ti possono anche uccidere.
Nel nostro caso, la Questura e la Prefettura avevano presunto l’infiltrazione mafiosa dalla presenza di due dipendenti con precedenti penali. Secondo la loro geniale intuizione queste persone erano state inviate dalla camorra per impadronirsi della nostra attività. In realtà, erano state, una, raccomandata da un carabiniere del nucleo investigativo e, l’altra, arrivata grazie all’adesione della nostra azienda a un percorso di risocializzazione dei detenuti e su segnalazione della Casa Circondariale della Spezia con il beneplacito del Magistrato di Sorveglianza.
Il procedimento è stato impugnato al TAR e al Consiglio di Stato che, senza nemmeno considerare i ricorsi, ma solo sulla base della regola non scritta del “più probabile che non”, li ha rigettati, sottolineando anche che “con tanta brava gente che è senza lavoro, non era necessario assumere un detenuto”, calpestando l’articolo 27 della Costituzione. Oltretutto, queste persone, all’emissione dell’interdittiva, non facevano più parte dell’organico: uno già da settembre 2017 e l’altro da gennaio 2019.
Ci hanno pure contestato di aver lavorato con quattro aziende sospettate di aver avuto rapporti con persone “controindicate”, ma con procedimento a loro carico archiviato o prosciolte e giustamente iscritte alla white list delle varie Prefetture italiane che gli consente di lavorare con la pubblica amministrazione. A nulla è servito il ricorso in Cassazione, dove è stata evidenziata la commissione del reato di associazione a delinquere, reato che a noi non è mai stato contestato.
Attualmente, dopo tre anni e mezzo dalla prima denuncia pubblica tramite Nessuno tocchi Caino, si sta verificando ciò che noi avevamo previsto: il fallimento delle nostre aziende costruite con l’onesto lavoro di quattro generazioni di imprenditori, con una figlia che sarebbe stata la prima donna alla guida della Società dopo tre generazioni di uomini. È scandaloso che una misura con effetti così devastanti possa essere emessa a discrezione del Prefetto in seguito a indagini eseguite da organi di Polizia e senza alcun confronto tra le parti, in base a valutazioni infondate e contraddittorie che portano alla distruzione di imprese sane e persone oneste che le hanno create.
È sconcertante che sia il TAR sia il Consiglio di Stato si siano spinti a una valutazione anticipata di responsabilità quando queste, semmai, dipendono da future valutazioni che spettano al Giudice penale. Questo pre-giudizio nei nostri confronti ha condizionato l’intero procedimento. Principi e regole basilari del Diritto sono stati violati: presunzione di non colpevolezza, giusto processo, parità delle armi tra le parti in causa, rispetto della proprietà privata, della vita sociale e familiare. E pure della libertà di circolazione, perché, al titolare è stata applicata anche una misura di prevenzione personale per diciotto mesi che ha avuto effetti deleteri sia sulla persona fisica che giuridica.
Non tutti sanno che le imprese e le persone che vengono colpite da provvedimenti così brutali, se si potranno, forse, anche fisicamente rialzare, rimarranno delle anime morte che camminano e che vivono una vita ai margini della Società. Persone a cui è stata tolta l’azienda, il lavoro, la dignità. Calpestate da leggi ignobili e ancor peggio applicate in nome di una lotta alla Mafia solo di facciata. La nostra impresa, come altre decine di migliaia in Italia che hanno subito la stessa sorte, non sono state nemmeno sfiorate dal fenomeno mafioso. Ciò nonostante, sono state annichilite con una violenza al pari di un’arma di distruzione di massa da chi dovrebbe tutelarle.
Attualmente siamo inermi di fronte a tanta devastazione in attesa della liquidazione giudiziale delle nostre amate aziende senza poterci difendere, mentre ci viene strappato il frutto del nostro lavoro, magari a vantaggio di altre aziende competitrici che si trovano con un concorrente in meno sul mercato e con beni aziendali rilevabili all’asta a prezzi irrisori. Nella disgrazia abbiamo avuto la fortuna di venire in contatto con Nessuno tocchi Caino che ha preso a cuore la nostra vicenda e ci ha motivato a presentare ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, grazie alla collaborazione di avvocati eccellenti, è stato dichiarato ricevibile. Ci rimane la speranza che, a seguito di tanti ricorsi alla CEDU, finalmente ci si renda conto che in Italia esiste un sistema di prevenzione che sarà sicuramente necessario per la lotta alla Mafia ma che ha bisogno di correttivi urgenti per evitare che imprese sane che rappresentano la ricchezza del grano del Paese siano mischiate indiscriminatamente con la miseria della gramigna criminale.
Agostino ed Ester Ferdeghini su L’Unità del 3 settembre 2023
Nessun commento:
Posta un commento