C'è un problema mai discusso — o almeno raramente affrontato da noi con la lucidità che merita — che spiega perché oggi il mondo maomettano, nel suo complesso, non solo non proponga un metodo o un sapere scientifico autonomo e competitivo, ma vi si opponga in modo strutturale. E il punto è che oggi il mondo sunnita è dominato dalla teologia ash'arita, una scuola teologica nata nel X secolo che ha finito per definire l'ortodossia di gran parte dell'Islam.
Secondo la teologia ash'arita, Allah è la causa diretta di ogni evento. Ciò significa che il fuoco non brucia perché possiede una proprietà naturale intrinseca: brucia perché Allah crea continuamente l'evento della combustione in ogni istante. Questa dottrina è chiamata occasionalismo. Da questa prospettiva, quelle che noi chiamiamo «leggi della natura» sono semplicemente l'abitudine (ʿāda) con cui Allah governa il mondo, non forze autonome che lo vincolino.
Per esempio:
• il sole sorge ogni mattina perché Allah lo fa sorgere ogni mattina ;
• una pietra cade perché Allah crea ogni volta la sua caduta;
• il fuoco brucia il cotone perché Allah crea la combustione in quell'istante.
Questo non significa che il mondo sia caotico: Allah normalmente agisce in modo regolare, e proprio questa regolarità rende possibile la vita pratica, il commercio, la medicina empirica. Tuttavia, in linea di principio, Allah potrebbe agire diversamente in qualsiasi momento, dando luogo a un miracolo. Non c'è necessità naturale: c'è solo volontà divina, istantanea, incessante.
Filosofi del passato come Avicenna (Ibn Sīnā) e Averroè (Ibn Rushd), influenzati dalla filosofia aristotelica, ritenevano che la natura avesse cause e leggi reali, pur dipendendo in ultima istanza da Allah. Per Avicenna, ogni ente naturale ha una natura propria, una struttura causale che opera secondo necessità. Per Averroè, il mondo è eterno e le sue leggi sono immutabili, anche se originate da Dio.
Al-Ghazālī, il teologo più influente dell'Islam sunnita, criticò duramente questa impostazione. Nel Tahāfut al-falāsifa (L'incoerenza dei filosofi), sostenne che attribuire un'efficacia causale autonoma alla natura limitasse l'onnipotenza divina. Se il fuoco bruciasse per sua propria natura, se la pietra cadesse per gravità, se il sole sorgesse per meccanica celeste — allora Alllah sarebbe vincolato, non libero. E un Allah vincolato non sarebbe Allah.
La vittoria di Al-Ghazālī fu totale e duratura. L'ash'arismo divenne la teologia ufficiale delle scuole sunnite, specialmente attraverso l'opera di Fakhr al-Dīn al-Rāzī e, più tardi, delle università ottomane. E così la filosofia naturale — la ricerca di leggi autonome, necessarie, sperimentalmente verificabili — fu marginalizzata, sospetta, infine abbandonata.
Dunque, nella teologia islamica dominante, quella ash'arita, le leggi della natura non sono considerate necessarie o autonome, ma espressioni della volontà costante di Allah. Non so se ci si renda conto di cosa questo implichi e di quale atteggiamento antiscientifio inneschi.
L'idea è che esista un comportamento ricorrente, non una legge. Che Allah possa cambiare tutto a piacimento. Che l'indagine causale sia, in fondo, superflua: perché cercare la causa naturale del fuoco, se il fuoco brucia solo perché Allah lo vuole in quel momento? Perché formulare ipotesi predittive, se la previsione non si fonda su leggi necessarie ma su abitudini divine che possono interrompersi? Perché costruire un metodo sperimentale, se l'esperimento non rivela una natura stabile ma solo una volontà inscrutabile?
Questo porta all’idea di un'inutilità strutturale dello studio per cambiare ciò che potrebbe essere cambiato. La scienza moderna nasce quando l'uomo concepisce la natura come un meccanismo regolato da leggi immutabili, che può scoprire, descrivere, utilizzare. Nasce quando si separa la sfera naturale dalla sfera miracolosa, quando si assume che il mondo funzioni secondo cause secondarie stabili, quando si considera l'intervento divino come eccezione, non come regola. Tutto questo — la natura come sistema chiuso di cause, la legge come necessità, l'esperimento come rivelazione di strutture autonome — è esattamente ciò che l'ash'arismo nega.
Non è un caso che la rivoluzione scientifica sia avvenuta in Europa cristiana, non nel mondo maomettano. La teologia cristiana medievale — specialmente quella tomistica — aveva conservato l'idea aristotelica di natura come struttura causale autonoma, creata da Dio ma dotata di proprie leggi. Il miracolo era possibile, ma eccezionale. Il mondo era, in fondo, affidabile. E questa affidabilità rendeva legittima l'indagine scientifica, la sperimentazione, la matematizzazione della natura.
Nel mondo sunnita, dopo Al-Ghazālī, questa strada fu chiusa. I filosofi furono emarginati, le scuole di medicina e astronomia continuarono a esistere — ma come arti pratiche, non come ricerca teorica. La madrasa insegnava diritto e teologia, non fisica. L'osservazione empirica serviva alla tecnica, non alla scienza. E quando l'Occidente esplose scientificamente, il mondo islamico non ebbe gli strumenti concettuali per reagire, per competere, per capire.
Oggi, quando i paesi maomettani investono in scienza — e alcuni lo fanno, con risorse ingenti — importano tecnologie, non producono metodo. Comprano reattori, non formulano teorie. Finanziano ricercatori stranieri, non creano scuole. Perché il problema non è economico: è epistemologico, teologico, strutturale.
E finché l'ash'arismo resterà la teologia dominante — e oggi lo è più che mai, grazie al finanziamento saudita, alla diffusione globale del salafismo, alla marginalizzazione dei mutaziliti e di ogni altra scuola «razionalista» — il mondo sunnita non produrrà scienza autonoma. Non perché manchi di intelligenze — ce ne sono, eccome — ma perché manca della premessa filosofica che rende la scienza possibile: l'idea che la natura abbia leggi proprie, stabili, immutabili, che l'uomo possa scoprire senza usurpare l'onnipotenza divina.
È un problema che non si risolve con fondi, università, incentivi. Si risolve — se mai si risolverà — con una riforma teologica. Con la possibilità di pensare che Allah abbia creato un mondo che funziona da sé, senza bisogno del suo intervento continuo. Con l'accettazione che la scienza non sia ateismo, ma contemplazione dell'ordine creato.
Ma questa riforma, oggi, sembra lontanissima. E il divario scientifico, di conseguenza, si allarga. Non per colpa dell'Occidente. Non per colpa del colonialismo. Per una scelta teologica fatta mille anni fa, e mai più messa in discussione.
Da Roberto D'amico la pagina Facebook
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