Vivere per la proposta di legge Eutanasia Legale

Libertà sessuale, libera sessualità- 1976 - Adele Faccio

Piano improvisation di Salvatore Maresca Serra

Alba Montori su Facebook

Visualizzazione post con etichetta AFRICA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta AFRICA. Mostra tutti i post

giovedì 30 gennaio 2025

Si festeggi solo che sono vive.

 La prigionia delle israeliane rapite raccontata da loro stesse.

di Nathan Greppi  

Una delle foto che più sono rimaste impresse nella memoria collettiva dei rapimenti del 7 ottobre ritrae la ventenne Naama Levy mentre viene caricata a forza su un furgone. Sui pantaloni spicca una grossa macchia di sangue, probabile conseguenza di una violenza carnale. 

Dopo essere stata recentemente liberata assieme ad altre tre soldatesse rapite (Liri Albag, Karina Ariev e Daniella Gilboa), sono emersi i racconti sulle loro condizioni durante i 477 giorni in cui sono state prigioniere di Hamas. Come spiega il sito israeliano “Ynet”, le storie sono state raccolte dai media presso il Centro medico Rabin di Petah Tiqwa, dove le ragazze stavano affrontando le dovute cure in compagnia dei loro familiari. 

Naama Levy è stata tenuta da sola per un lungo periodo, prima di potersi ricongiungere con le sue amiche. Le quattro giovani donne hanno cercato di passare il tempo tenendosi in esercizio e rimanendo attive, malgrado le condizioni precarie e il cibo scarso. Nonostante i sequestratori non permettessero loro di tenersi per mano né di piangere, sono riuscite comunque a sostenersi a vicenda. 

Daniella Gilboa e Karina Ariev sono state tenute insieme per la maggior parte del tempo e il loro legame, formatosi già nella base di Nahal Oz prima del loro rapimento, è diventato ancora più forte. 

Intervistate dall’emittente televisiva israeliana Keshet 12, le ragazze hanno raccontato che una di loro è rimasta prigioniera per molto tempo in un tunnel senza luce dove era difficile persino respirare. Nel corso della lunghissima prigionia sono state continuamente spostate da un posto all’altro. C’erano periodi in cui non veniva dato loro da mangiare, ma allo stesso tempo erano costrette a cucinare per i terroristi e a pulire le loro toilette. Spesso potevano sentire la radio e più raramente vedere in tv le proteste degli israeliani per chiederne la liberazione. 

Durante la prigionia alcune di loro sono state tenute in ostaggio dentro le case dei civili di Gaza, dove giocavano con i bambini dei carcerieri. 

Non è stato loro concesso di ricevere cure mediche adeguate, comprese quelle per le ferite riportate il 7 ottobre. 

Per lungo tempo non hanno avuto neanche il permesso di farsi una doccia o anche soltanto di lavarsi. 

Ai media israeliani il padre di Naama, Yoni Levy, ha dichiarato: «Per 15 mesi ho parlato con voi giornalisti molte volte. Dal profondo del cuore mi sono rivolto ai politici, ai media, al popolo d’Israele e ai leader mondiali. Li ho supplicati come padre di cercare di salvare mia figlia dall’inferno. Questo momento, qui e oggi, è ciò per cui ho pregato e che ho immaginato e sperato per 477 giorni, non solo per me stesso ma per tutti noi. Il 7 ottobre il nostro Paese si è frantumato in migliaia di pezzi, lasciando le famiglie distrutte per sempre. Quello è stato il momento in cui le nostre vite personali sono state scosse e siamo diventati noti come “la famiglia di Naama Levy, la vedetta rapita”». Yoni Levy ha poi aggiunto: «Ora Naama è al sicuro con noi, circondata da parenti e amici, ma la lotta non è finita. Ci sono ancora 90 ostaggi che dobbiamo riportare a casa. Sono i nostri figli e le nostre figlie, le fondamenta stesse su cui è costruito il nostro Paese. Non ci sarà guarigione né risveglio fino a quando non sapremo che lo Stato d’Israele è il padre e la madre di ognuno di noi»

da il quotidiano LA RAGIONE 30 Gennaio

e aggiungo

Paola Kafira dibatte con filopalestinese di "Free Palestine"

da L'Islam criticato

giovedì 22 agosto 2024

Enzo Sereni, il kibbutz Ghivat Brenner e la lotta antinazista


Enzo Sereni, partigiano anti-nazista che scelse Israele
di Mirella Serri





Ottant’anni fa moriva, ucciso a Dachau, l’intellettuale romano. Fondò un kibbutz nella Palestina mandataria ma volle tornare in Europa per combattere il Reich

22 Agosto 2024

Le baracche nel lager nel quartiere di Gries-San Quirino, a Bolzano, erano ancora in fase di allestimento quando Samuel Barda vi arrivò il 25 agosto 1944. Quella data segnò per Enzo Sereni, questo il vero nome di Barda, l’inizio della fine: di lì a poco venne trasferito in un luogo per lui del tutto sconosciuto, Dachau. Le torrette del campo che si delinearono all’orizzonte apparvero spaventose ai prigionieri. «Il capo-lager venne con un elenco e chiamò Barda, capitano paracadutista inglese», racconta un sopravvissuto. «Cominciò a sferrargli pugni sulla faccia e questo capitano, alto un metro e 55, non si mosse, rimase sull’attenti imperterrito come se gli facessero delle carezze».

Enzo Sereni

Il 17 novembre 1944 al “capitano” fu ordinato di cambiare cella, avvertendolo di non portare con sé la propria coperta perché ne potesse usufruire il nuovo inquilino. Il giorno successivo venne fucilato. Ricorrono adesso gli 80 anni dalla scomparsa dell’antifascista catturato dai nazisti della Todt nei pressi di Lucca dopo che si era lanciato dall’aereo. Enzo, che aveva trascorso tanti anni all’estero, ora voleva dar man forte alla Resistenza: Sereni-Barda fu uno dei primi ebrei italiani a trasferirsi in Palestina e a dar vita al kibbutz Givat Brenner.

25 aprile, il portale dei "Resistenti ebrei d'Italia": 240 figure chiave dell'antifascismo
di Matteo Pucciarelli
25 Aprile 2022

Era un intellettuale, un agente segreto, un pacifista intransigente e divenne un pioniere del sionismo socialista. L’esperienza di Sereni fu unica nella storia della lotta al nazifascismo. Forse anche per questo oggi il suo nome non occupa il posto che merita nelle pagine di storia. Come i suoi fratelli, Enrico e il più noto Emilio, antifascista e futuro senatore comunista, Enzo era nato a Roma in una famiglia borghese. Suo padre era il medico di Vittorio Emanuele III e suo zio Angelo era presidente della comunità ebraica romana.

Appena il regime si insediò al potere Enzo, ancora studente, intuì che l’aria stava diventando mefitica per chi teneva alla libertà. Laureato in filosofia, con gli amici Carlo e Nello Rosselli cominciò a coltivare il sogno di una “democrazia agraria” da realizzare in Palestina. Dopo la promessa di Lord Balfour di dare vita a un “focolare ebraico” e di destinare parte del territorio palestinese agli insediamenti ebraici, Enzo riteneva che fosse necessario rimediare «all’ingiustizia perpetrata nei confronti dei fratelli arabi».

La famiglia Rosselli: Carlo, Nello, Amelia e la libertà come religione
di Paolo Di Paolo
28 Gennaio 2023

Era un socialista riformista e pensava che incentivando lo sviluppo economico si sarebbero realizzate nuove forme di convivenza tra arabi ed ebrei. Addio dunque ai dotti studi e ai libri: poco più che ventenne, con la giovane moglie Ada Ascarelli si trasferì in Erétz Yisra’él. Secondo lui in Palestina non c’era bisogno della speculazione filosofica ma del lavoro manuale. Si impiegò in un agrumeto e diede vita al primo kibbutz italiano.

Convivere in Medio Oriente: la lezione di David Grossman
 di Maurizio Molinari
30 Marzo 2024

Al lavoro di bracciante rinunciò quando Hitler si insediò alla Cancelleria del Reich: l’Agenzia ebraica lo mandò in missione speciale in Europa. Eccolo per circa una decina di anni in viaggio senza sosta da Parigi a Danzica, da Praga a Vienna ad Amsterdam e poi anche in America.

Contrabbandava passaporti falsi e valuta; riuscì a portare in salvo migliaia di ebrei, in particolare molti giovani. Nel 1939 Enzo ritornò nella capitale e ottenne dai correligionari romani informazioni riservate sulle forze armate del Duce che poi trasmise agli inglesi. Mise anche in guardia gli ebrei capitolini, avvertendoli che dovevano lasciare il paese al più presto.

Nessuno gli credette: dopo i primi provvedimenti razziali, gli venne detto, le acque sembravano essersi calmate e la popolazione era solidale con gli ebrei. Quando iniziò la guerra Enzo fu costretto a una nuova rinuncia, mise in cantina l’utopia pacifista, si arruolò nella British Army. In Egitto si occupò dei prigionieri di guerra italiani e antifascisti. In Iraq aiutò altri ebrei nella fuga.

Dopo il rastrellamento da parte dei nazisti del ghetto di Roma prese la decisione che segnò la sua vita. L’Italia ora era occupata dai tedeschi e aveva bisogno di lui. Sua moglie, i suoi superiori in Palestina e anche gli ufficiali inglesi cercarono di dissuaderlo. Non poteva paracadutarsi: in quanto quarantenne era considerato troppo avanti con l’età, ma lo fece comunque.

Il compagno di volo che si lanciò con lui il 5 maggio del 1944 ricorda di aver sentito nella notte il richiamo del suo fischietto di salvataggio. Barda fu catturato, condotto a Verona e rinchiuso nei sotterranei. Poi il suo destino fu deciso in Germania. Sparì nel nulla. La moglie non ebbe più notizie.

Quando Ada rientrò nella Penisola, alla fine della guerra, divenne agente del Mossad, organizzò le spedizioni che portarono dall’Italia in Israele migliaia di ebrei con il tacito assenso del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi (a lei è stata dedicata la miniserie tivù Exodus. Il sogno di Ada). Finalmente trovò a Dachau la scheda di Enzo: “Schmuil”, non c’era nemmeno il vero nome. Lo avevano ammazzato ignorando la sua identità.

 Israele, il sogno della convivenza
di Meir Ouziel
12 Maggio 2024

In un certo senso è rimasto senza una precisa identità anche nel Dopoguerra: a differenza di suo fratello Emilio, la cui lotta antifascista è stata sempre giustamente riconosciuta e valorizzata dal partito comunista con convegni, opere, scuole e strade a lui intestate, Enzo è stato trascurato dalla memoria collettiva. Era un combattente solitario e per la sua avventurosa solitudine, per il pionieristico coraggio, merita di essere riscoperto e ricordato. In questo momento storico, per il tenace pacifismo, per la critica al fascismo e al razzismo, per la predicazione della convivenza tra arabi e israeliani, la sua figura è più attuale che mai. Può diventare un simbolo nei nostri tempi di acuti conflitti.

di dimitribuffa01

© Riproduzione riservata

martedì 4 luglio 2023

ISRAEL

 "Sono nato millenni prima di essere rinominato Palestina dai conquistatori romani, prima che Maometto emettesse il suo primo respiro, e prima che l'ONU decidesse di dividermi a metà e mi togliesse le mie terre orientali creando la Giordania . Il mio popolo, gli ebrei , mantennero qui comunità per 3000 anni, cioè fino a quando gli arabi decisero di massacrarli senza ragione alcuna nel 1920 e nel 1929. Centinaia di civili furono uccisi, la maggior parte dei quali erano donne e bambini. Nel frattempo, gli stati dei loro fratelli massacrarono o esiliarono 1.000.000 di ebrei dalle loro terre - cancellando la loro storia plurimillenaria.

Io sono Israele. Sono stato attaccato quattro volte da eserciti arabi da quando dichiarai l'indipendenza nel 1948. Sin da allora invitai gli arabi che vivevano sulla mia terra a rimanere, ma fu detto loro dagli stati limitrofi di lasciare temporaneamente le loro case mentre gli ebrei venivano "gettati in mare". 

Offrii un messaggio di pace dal giorno in cui nacqui, ma i miei nemici risposero solo con i proiettili. Io sono un sopravvissuto - ho vinto ogni guerra. Rendendosi conto che non potevano sconfiggermi con le armi, i miei nemici si sono rivolti ad una propaganda menzognera ...

Io sono Israele - più e più volte, il mio nome è stato infangato e anche se ciascuna di queste bugie è poi stata smentita, i miei nemici continuano a rivendicare che sto commettendo un genocidio.

Dare opportunità educative ai palestinesi è forse "genocidio" ? Il 20 % degli studenti dell'Università di Haifa sono arabi. Se io sono un aggressore che ha esiliato tutti gli arabi nel 1948 , perché il 20 % dei miei cittadini sono arabi con pieni diritti ? Sono forse apparsi magicamente dal nulla ? Mi sono ritirato dall'intero Sinai e dalla striscia di Gaza , sradicando la mia gente dalle loro case , solo per la speranza di pace !!!

Io sono Israele - In combattimento, io rischio la vita dei miei figli adolescenti al fine di minimizzare le perdite civili palestinesi. Faccio ogni tentativo di colpire solo i combattenti , mettendo per questo spesso i miei soldati in pericolo. In tempo di guerra , faccio cadere volantini sulle aree che debbono essere attaccate, avvertendo i civili di evacuare. Qualsiasi altro esercito nella storia dell'umanità ha fatto questo per il suo nemico? Ho aspettato 8 anni per fermare Hamas dal suo lancio di razzi quotidiani sui miei asili e i miei ospedali. Io sono paziente , ma la mia pazienza non è infinita ...

Io sono Israele - ho creato Intel, Microsoft NT e tecnologia cellulare, la medicina per malattie devastanti, e ho il maggior numero al mondo in pubblicazioni scientifiche pro capite.  Mando missioni umanitarie nei paesi in via di sviluppo, compresi i paesi musulmani. Ho assorbito centinaia di rifugiati musulmani che hanno affrontato il genocidio in Darfur - i rifugiati che nessun Stato musulmano prenderebbe ...

Io sono Israele - Io sono uno dei paesi più piccoli al mondo, e probabilmente il più testardo, mi rifiuto di rinunciare alla speranza di pace . I miei amici mi sostengono non a causa di una lobby, ma perché vedono la verità - io sono il cuore del Medio Oriente, e la speranza per il suo futuro. Il mio profeta disse: "Nessuna nazione alzerà più la spada contro un altro popolo ", e cercherò, e tenterò fino a quando queste parole non si avvereranno...

Perché io sono Israele ...."

(Ebreo anonimo americano, cit.)






lunedì 14 agosto 2017

Proposta Gabbanelli agosto 2016.

MILENA GABBANELLI  scriveva in questi giorni dello scorso anno:  

"Migranti: una proposta"

Le tabelle del Viminale sono perfette: quanti sbarcano, dove si accampano, quanti smistati per regione, da quali Paesi arrivano. Segue il ciclico appello: «Ogni sindaco faccia la sua parte». Ma «quale» parte, e fino a quando? Ogni paese europeo si gestisce i migranti che ha in casa, e chiuse le rotte, di ricollocamenti non se ne parla più. Per Bruxelles il problema è uno solo: il ricatto della Turchia. Se Erdogan spingerà i 3 milioni di siriani in Grecia, si sposterà il finanziamento da Ankara ad Atene. Ipotesi improbabile perché i 6 miliardi dell’accordo fanno comodo al premier turco, e perché i siriani non hanno nessuna voglia di rimettersi per strada verso le tende di Idomeni, Salonicco o il Pireo; da marzo hanno ottenuto il permesso di lavoro, e l’integrazione in Turchia è meno complessa. Nella malaugurata ipotesi di un’espulsione di massa, la Grecia sarà travolta da un disastro umanitario che, senza un colossale intervento militare, si sfogherà, almeno in parte, via mare verso l’unico paese impossibile da blindare: l’Italia. Infatti qui gli sbarchi continuano, e i numeri sono cresciuti rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti: arrivano dall’Africa sub sahariana, ma anche dalla Siria, Iraq, Pakistan, Palestina, 2.392 sono di nazionalità sconosciuta, i minori non accompagnati 13.000. Siria a parte, guardiamo la mappa dei paesi devastati da instabilità, guerre civili, terrorismo e persecuzioni, e avremo un’idea di quel che si sta muovendo alle nostre spalle. Questi sono i dati ufficiali al 31 dicembre 2015: 3 milioni e mezzo in fuga dall’Iraq, 2 milioni e mezzo dall’Afghanistan, 262.000 dal Pakistan, 1 milione dalla Somalia, 750.000 dal Sudan, 450.000 dalla Repubblica Centroafricana, 450.000 sfollati libici, 535.000 dal Congo, 5.000 persone al mese dall’Eritrea. Dove andranno nessuno lo sa, ma è probabile che almeno una parte punti all’Europa, e noi siamo i più esposti. Abbiamo 3mila centri di accoglienza temporanea (Cas), 13 centri governativi (Cara), 430 centri Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati gestito da enti locali). Oggi ospitano complessivamente 144.000 migranti. Il sistema ci è costato, nel 2015, 1 miliardo e cento, ma non c’è trasparenza sugli affidamenti, sui finanziamenti, sul rispetto degli standard di erogazione dei servizi previsti da convenzioni e capitolati d’appalto. Il progetto del governo, sulla carta, dovrebbe essere quello dell’accoglienza diffusa, cioè i piccoli centri da 10/20 posti, gestiti dai comuni, che però oggi accolgono circa 20.000 persone. Il resto sono centri straordinari dati in emergenza e gestiti dalle prefetture, dove non si fa né formazione né integrazione. Ogni sbarco corposo è «un’emergenza» che le Prefetture affrontano reclutando alberghi (a cui si garantisce la clientela), invocando l’intervento delle parrocchie e dei comuni, allestendo tende o container improvvisati in spazi inadeguati. La gestione è affidata a consorzi, cooperative, associazioni, spesso senza gara, dove si paga, chiavi in mano, pieno per vuoto. Che l’immigrazione sia un grande affare per la criminalità è ormai un fatto accertato. Come potrebbe diventare un’opportunità trovando una soluzione gestibile, continua a non essere una priorità né per Bruxelles, né per il nostro governo. Dall’inizio di quest’anno dall’Italia non se ne possono più andare, e quando ci riescono, ce li rimandano indietro. Inoltre: dove sono finiti invece i 170.000 sbarcati nel 2014, e i 153.000 del 2015? In parte hanno preso la strada del nord Europa senza farsi identificare, in parte inseriti nel circuito dell’accoglienza, altri vagano per le nostre città e i più desolati paesini. Diventano vittime del caporalato, vendono calzini per strada, chiedono elemosina, si contendono un posto di abusivo nei parcheggi, o peggio, finiscono nel giro dello spaccio. E’ comprensibile che questi scenari preoccupino la popolazione, e alimentino paure nelle quali affonda i denti la strumentalizzazione politica più bieca, con il rischio di rivolte sociali. Di fatto siamo l’hotspot d’Europa, ed è chiaro che il sistema non può più reggersi sulla solidarietà. E allora, ipotizziamo un piano concreto che possa trasformare il dramma in opportunità, e proviamo a costruire un pragmatico progetto d’impresa, da portare sul tavolo a Bruxelles, in cambio di finanziamenti, dell’impegno alla ripartizione delle quote, e della supervisione di un commissario europeo. Cominciamo con i richiedenti asilo, che abbiamo l’obbligo di accogliere: la mano pubblica deve riprendersi l’organizzazione, il controllo e la gestione dell’intera filiera, utilizzando cooperative e associazioni per svolgere solo funzioni di supporto. Ipotizzando l’accoglienza di 200.000 persone l’anno occorre identificare 400 luoghi, che possano ospitare mediamente 500 persone. Gli ampi spazi pubblici inutilizzati ci sono: gli ex ospedali, i resort sequestrati alle mafie, e soprattutto le ex caserme. Ne abbiamo in tutto il paese, dalla Sicilia al Friuli, alcune agibili subito, altre in parte, alcune da adeguare del tutto, facendo i lavori con procedura d’urgenza. Sono luoghi adatti perché gli spazi enormi consentono di modulare l’esigenza di abitabilità con le attività da svolgere all’interno: corsi di lingua, di educazione alle regole europee e formazione per 8 ore al giorno. Inoltre asili per i bambini e aule scolastiche per i minori. Occorre definire regole inderogabili: obbligo di frequenza, pena il ritardo nella collocazione definitiva, accettazione di un piano transitorio di permanenza quantificabile in 6 mesi; periodo di tempo necessario per il perfezionamento dell’identificazione, l’espletamento delle pratiche per il ricollocamento, e la definizione del curriculum di ogni rifugiato: dal titolo di studio, a quale mestiere sa fare. Per fare tutto questo occorrerà assumere a tempo pieno 22.000 professionisti (fra insegnanti, formatori, psicologi, medici, addetti). Costo molto approssimativo per la messa in abitabilità dei luoghi: 2 miliardi di euro. Gli stipendi del personale e il mantenimento di strutture e ospiti (vitto, luce, acqua, riscaldamento) sono invece quantificabili in 2 miliardi e 200 milioni l’anno. Sono calcoli ovviamente approssimativi, anche se fatti con la consulenza di professionisti del settore, e quindi sono da considerare un ordine di grandezza da cui partire. I vantaggi: percezione di maggiore sicurezza, migliore disponibilità sociale perché il sistema organizzativo oltre a fornire strumenti reali per una integrazione, porta lavoro a personale italiano e rimette in moto l’edilizia. Con il risultato di lasciare, quando questo ciclo si sarà concluso, un patrimonio valorizzato (mentre oggi è in costante degrado). Se mettessimo in piedi il progetto organizzato in questa maniera i nostri sindaci sarebbero più disponibili ad accompagnare il rifugiato all’inserimento nel territorio? Quelli consultati, a cominciare dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, su cui pesano i numeri più consistenti, la risposta è stata: «Magari! Oggi ricevo 30 euro al giorno a persona per trovare un posto dove farla dormire, ma poi? I flussi sono in aumento, molti hanno un livello basso di istruzione, non sappiamo cosa sanno fare. Sarebbe tutto più gestibile se ci arrivassero con uno screening fatto e un minimo di formazione». I paesi membri invece si prenderebbero la loro quota, già identificata e formata? I delegati all’immigrazione di Svezia, Norvegia e Germania hanno risposto che a queste condizioni, e con il coinvolgimento di tutti i paesi, la disponibilità ci sarebbe. Abbiamo infine sottoposto il progetto al Commissario europeo Avramopoulos lo scorso maggio, e alla domanda «l’Europa potrebbe finanziarlo e contestualmente imporre la ridistribuzione?», la risposta è stata questa: «Se l’Italia mettesse in piedi un piano nazionale complessivo, e il governo lo facesse suo presentandolo agli organi europei competenti, sarebbe senz’altro recepito positivamente. I soldi ci sono. Per quel che riguarda la rilocazione di chi è stato identificato come avente diritto alla protezione internazionale, non ci sono scuse, anche se ci sono resistenze, le decisioni sono vincolanti». Quindi perché non provare a percorrere questa strada? Altro discorso per il migrante economico. La posizione dell’Italia e dell’Europa è quella del rimpatrio e il piano è orientato all’aiuto attraverso lo sviluppo di economie nei paesi d’origine. Una prospettiva giusta, che richiede tempi lunghi, ma intanto come si affronta quel 60% di sbarchi che non rientra nella categoria dei richiedenti asilo? Con un decreto di espulsione. Se ne dovrebbero andare volontariamente, ma non lo fanno perché non hanno documenti validi, né soldi, né tantomeno voglia. Diventano clandestini, e quando li trovano finiscono nei Cie (centri di identificazione ed espulsione). Nel 2015 su 34mila irregolari è stato rimpatriato forzatamente solo il 46%. Costo: 35 milioni di euro. La partita dei rimpatri si contratta attraverso accordi con i paesi d’origine, non facili e molto onerosi, e anche di questo non dovremmo farci carico da soli. Mentre quello che possiamo fare è sveltire la macchina giudiziaria. Il problema è che dentro a questo 60% c’è un numero imprecisato di cittadini che non provengono da Paesi in guerra, ma fuggono da persecuzioni e chiedono una protezione. E se questa non viene concessa, intasano i tribunali con i ricorsi. Ci vogliono in media 2 anni per stabilire chi deve restare e chi no, quando sarebbe sufficiente qualche mese; ma ci vorrebbero 40 giudici dedicati solo a questo, e il costo è quantificabile in 3 milioni di euro l’anno. Questo è lo scenario che ci attenderà per almeno un decennio, ma se c’è la volontà politica si affronta, con la ricaduta di arricchire il Paese, invece di impoverirlo. Ben sapendo, poi, che il compito dei governi è quello di evitare i conflitti, non di crearli, mentre quello delle Nazioni Unite è di essere protagonista vero, non solo portatore di buone intenzioni.

sabato 15 luglio 2017

AIUTARLI A CASA LORO?

Condivido il metodo e il merito e diffondo questo post in cui l' autore spiega dettagliatamente un modo LEGALE, ECONOMICAMENTE ACCETTABILE , e sopra tutto UMANO, per affrontare degnamente la "questione emigrazione ".
______________
AIUTARLI A CASA LORO.
L'errore che fate tutti, nessuno escluso, é di considerare le fughe dal proprio Paese qualcosa che può avvenire SOLO in quel modo: su un gommone!
Eppure vivete nel XXI secolo e ormai da quasi un ventennio!
Se questi afroasiatici hanno deciso in massa di venire in Europa, verranno, verranno comunque.
Si potrà rallentare il flusso, si potranno rimpatriare, ma continueranno a venire: se rendi più difficile una cosa, la rendi più appetibile.
Da anni spiego che vanno aperti uffici Alitalia/Ministero Interni in ogni città fornita di aeroporto internazionale e situata in zone vicine o facilmente raggiungibili dalle zone di partenza dei flussi.
  Il migrante si reca negli uffici, compra un charter Alitalia con biglietto A/R, versa il contante che ha preventivato per gli scafisti, una cifra congrua, su un conto bancario on line italiano, esigibile SOLO in Italia.
Poi sale su un comodo volo per la città italiana prescelta.
Arriva e attiva il suo conto solo dopo essere passato ad ottenere un permesso di soggiorno temporaneo per cercare lavoro se é migrante economico.
Oppure chiede aiuto come profugo, ma come tale perde il proprio denaro e va a carico dello Stato fino a fine emergenza nel luogo da cui proviene.
Chi invece decide di dichiararsi migrante in cerca di lavoro, viene autorizzato ad usare I propri soldi per un periodo congruo, utile a trovare soluzioni di sopravvivenza autonome.
Quindi spende liberamente I suoi soldi, in affitti, in supermarket, in vestiario.
E cerca lavoro.
Al termine del periodo concesso ha già un biglietto di ritorno aereo già pagato, può rifare la trafila quante volte vuole, se raggranella il contante necessario.
Questo per me é AIUTARLI DA LORO

giovedì 13 luglio 2017

Grillo " In qualità di garante della prima forza politica in Italia ho l’obbligo di chiedermi cosa fare per salvare la nostra democrazia così in pericolo."

Propongo qui sotto alcune riflessioni di Beppe Grillo postate da una amica su Facebook, che esprimono un ampio ragionamento di buonsenso.
Se si osservano i fatti, nella loro interezza e crudezza, non posso non condividerlo con grande preoccupazione per il Mio Paese, da tempo secondo me in mano a gente così palesemente antidemocratica e pericolosa da imporre leggi e metodi liberticidi con tutti i mezzi di cui dispone, compresa la stampa di regime e l'uso a oltranza dei decreti con votazione a fiducia.

AMg
****
"da Beppe Grillo:
 
Il nostro vicepresidente della camera, Luigi Di Maio, ha incontrato i responsabili di Frontex (l’agenzia che si occupa delle frontiere della UE). Gli hanno spiegato di come il nostro governo ha venduto un Paese quasi allo stremo per fare da unico porto (ed unica speranza possibile) per altra gente allo stremo con l'accordo Triton. Il nostro governo si è impegnato a ricevere tutte le navi cariche di disperati in cambio di... non riesco a scriverlo! 

Così è stata ulteriormente fomentata la speranza di entrare nella UE attraverso l’Italia, dove invece resteranno intrappolati ad ammassarsi con noi. Neppure la più perversa delle immaginazioni poteva prefigurarsi una cosa del genere! Infatti non ci aveva pensato nessuno, come poteva questo caos arido essere frutto di un calcolo? Gentiloni e Renzi da settimane insistono, insomma inscenano delle mosse decise, con i paesi a cui ci hanno venduto perché facciano almeno finta di restituirci un minimo di dignità. Perché lo fanno se conoscono benissimo le ragioni di ciò che sta accadendo dal momento che ne sono la causa?

 Avrei davvero preferito che le esternazioni della Bonino fossero delle Fake news. Insomma il bottegaio amorale ha comprato la soglia della povertà di molti italiani con 80 euro per rivendersela subito dopo: trasformare il nostro Paese e la nostra sovranità in una trappola per disperati. Tutti noi ne eravamo inconsapevoli, così come chi da noi arriva disperato. Capiamo bene adesso quelle quattro parole concesse dai giornalisti alla gente ammassata: “di dove sei? Come sei arrivato? Dove vuoi andare… vuoi restare qui da noi?” “No grazie per avermi salvato, ma io voglio andare in Germania, in Francia o in Belgio, li c’è qualcuno che mi aspetta…” Ed invece sarai tu ad aspettare qui, in mano a criminali e caporali, non si sa che cosa.

 Quello che è venuto fuori con l'incontro tra il direttore di Frontex e Luigi Di Maio rappresenta un crimine contro l'umanità perché, di fatto, hanno costruito con la complicità del nostro “governo” una trappola demografica. Mentre lasciavano illudere dei poveracci e dei profughi di poter entrare in Europa attraverso l’Italia già sapevano che non avrebbero mai potuto superare i nostri confini: e questi poveretti infatti non lo sanno proprio! Ecco perchè tutti gli sbarcati dicono "voglio proseguire per la Germania e la Francia" illusi e ancora più ingannati di noi. 

Hanno gettato nella confusione gli italiani (che non sapevano dell'accordo con Frontex). Così i nostri cittadini, non avendo la minima idea del perché tutte le navi sbarcano i profughi soltanto in Italia, cominciano a pensare male, molto male. E questo è pericoloso, molto pericoloso, perchè una guerra fra poveri prende sempre il colore nero. Si tratta di un fenomeno più cinico rispetto agli scorsi crimini contro l'umanità, perché non li vede come atto finale ed estremo di un'involuzione della democrazia ma addirittura come scintilla per scatenare l'involuzione. Questo schifo può essere avvenuto soltanto con la complicità degli altri leader europei. Tu mi dai la possibilità di vincere le europee (gli 80 euro) e io mi faccio sommergere così sperimentiamo sull'Italia gli effetti dell’impoverimento di massa sul mercato del lavoro. Siamo diventati unlaboratorio della miseria, forse il primo nel mondo occidentale. 

In qualità di garante della prima forza politica in Italia ho l’obbligo di chiedermi cosa fare per salvare la nostra democrazia così in pericolo. Sono anni che i governi che si succedono sono illegittimi, le loro trovate sono sempre più pericolose; c’è il rischio che il malcontento tracimi in forme fortemente reazionarie. E’ necessario che le proposte presentate dal MoVimento 5 Stelle in tutte le sedi istituzionali ed europee vengano discusse SUBITO. La proposta di legge Bonafede sulle ONG deve essere discussa immediatamente. I nostri porti devono chiudersi alle imbarcazioni non in regola. Il Regolamento di Dublino deve essere rivisto subito. L'Europa deve attivarsi, a partire dagli Stati più vicini Francia, Germania e Spagna, e darci una mano. Non si può più aspettare. Ieri sono arrivate in un giorno oltre 4.000 persone. Luglio, agosto e settembre saranno mesi infernali. O abbiamo risposte immediate o l'Italia deve subito interrompere qualsiasi forma di contributo economico all'Unione Europea e annunciare il veto definitivo al Fiscal Compact. Non staremo a guardare."

mercoledì 5 luglio 2017

Ius soli e regime di reciprocità tra Paesi

Mi è arrivato questo articolo che reputo interessante per le proposte e voglio condividerlo.
Mi piacerebbe sapere che ne pensate di queste soluzioni.
AMg

------------------------------------------

Sullo "ius soli", come su di ogni altra questione, si possono esprimere mille pareri, ognuno avendo pieno diritto di farlo.
Tuttavia, più che un parere personale, più che un punto di vista, nello ius soli come d'altronde in ogni altra questione, bisognerebbe che ognuno cercasse di cogliere la situazione d'insieme e cosa essa
quindi richieda. In particolare nello ius soli è bene prevalgano gli accordi internazionali e, a seconda di quale trattamento venga fatto agli italiani in un altro Paese, con lo stesso trattamento (certamente
ben mitigato nel caso si abbia a che fare con Paesi crudeli) è bene trattare chi da quel Paese trae origine. E' primario dovere di ogni uomo sulla Terra di assumersi doveri e responsabilità e non c'è
alcunché di male che un regime di reciprocità cominci a governare un po' in ogni ambito.
  Così da stimolare ognuno a darsi da fare nel Paese d'origine, così da far sì che, ovunque un giorno ci si trovi a vivere, ovunque i propri figli nasceranno, si trovino condizioni piacevoli. Noi italiani
abbiamo il dovere di curare il nostro Paese e sviluppare la nostra democrazia. Chi proviene da fuori, fuori torni a fare il suo dovere.

Certo non bisogna dimenticare d'essere caritatevoli con chi fugge da Paesi sotto disastro. Ma è bene che anche ai profughi si ricordi il dovere che ognuno ha, appena sia possibile, appena il compito torni a dimensioni affrontabili dagli uomini, di tornare a casa propria a compiere quei doveri di cui i popoli europei si fecero carico.

D'altronde basti pensare che, ponendo il caso che l'Italia torni ad essere totalmente dispotica e tirannica (è sufficiente che il potere legislativo torni ad essere come ancor oggi purtroppo sono potere amministrativo e giudiziario: concesso a vita ad una minoranza che così si fa casta) e vedremo tantissimi oggi richiedenti la cittadinanza italiana fuggir via alla velocità della luce verso Paesi
dove farà loro più comodo vivere. Oltre ai diritti si cominci dunque a richiedere doveri: bisogna si cominci a considerare un onore quello di poter tornare al Paese di origine a sistemare le cose in modo che sia lì sia altrove, pian piano dappertutto sulla Terra, divenga un vero piacere vivere.

Ordunque: se si vuole conferire la cittadinza a chi nasce in Italia da genitori stranieri, si faccia sì che all'estero noi italiani veniamo trattati egualmente.

In tal modo sarà come costruire, più che una cittadinanza ed un buon vivere nazionale, una cittadinanza ed un buon vivere globale.

Danilo D'Antonio
Monti della Laga

Civilmente, legalmente, pacificamente,
rendiamo democratico l'intero Pianeta!

STATO DEMOCRATICO: APERTO E PARTECIPATO
http://Stato-Democratico.tk/

lunedì 24 ottobre 2016

Costo Senato prima e dopo

Prima della riforma:
€ 496 milioni x 315 senatori ELETTI

Dopo la riforma:
€ 446 milioni  x 100 senatori NOMINATI

#bastaunNO



sabato 23 maggio 2015

Contro la deriva islamista le donne egiziane sono in prima linea.

Mouschira Khattab a FQ ( Futuro Quotidiano), le donne egiziane in prima linea contro la deriva islamista

Propongo questa intervista raccolta da Federico Wardal,  davvero illuminante sulla direzione in cui si sta muovendo la comunità delle donne dell'Egitto con la presidenza Al Sissi, e pubblicata sul giornale on-line Futuro Quotidiano

“Istruzione e cultura sono gli strumenti di liberazione per la donna, attraverso i quali sconfiggere discriminazione e oppressione”. 
E’ un principio che Moushira Khattab, tra le più grandi attiviste in prima linea in difesa dei diritti umani del mondo ha diffuso e messo in pratica. 
Con una lunga carriera diplomatica ma anche politica alle spalle -è stata Ministro della Famiglia- è tra le donne più amate dalle altre donne del suo paese. In Egitto la conoscono tutti per la guerra che ha dichiarato e vinto contro la mutilazione genitale e in difesa dei diritti dei bambini. 
Grazie a lei e alle sue riforme in Egitto è stata messa al bando la infibulazione ed è stato vietato il matrimonio precoce. Non solo, i figli dei rifugiati vengono protetti, l’istruzione pubblica è assicurata anche alle fasce più deboli. 
Ma Mushira Khattab è nota e apprezzata anche in Italia, dove nel 2007 ha ricevuto il titolo di Commendatore della Repubblica Italiana e nel 2010 è stata nominata Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica d’Italia e oggi è anche membro del consiglio internazionale delle donne per Milano Expo 2015.
 I suoi maestri? Due grandi leader mondiali mi hanno ispirato, dice, Vaclav Havel e Nelson Mandela. E racconta di avere assistito nella sua carriera diplomatica a due grandi trasformazioni, che sono state fonti enormi di apprendimento e ispirazione: la rivoluzione di ‘velluto’ in Cecoslovacchia e la transizione del Sud Africa verso la democrazia.
MoushiraKhattab
***
Qual è ancor oggi la condizione della donna nel mondo e in particolare nel suo paese, l’Egitto
M.K. : Le donne di tutto il mondo sono state vittime di discriminazione storica e di violenza. 
Tutti i paesi hanno compiuto progressi nell` emancipazione delle donne. 
Il grado di progresso, tuttavia, varia da un paese all’altro ed è stato notevolmente più lento dove la religione e la cultura sono usati come pretesto per influenzare l`opinione pubblica. 
Sono fermamente convinta che la condizione delle donne è una funzione dello stato di diritto, come istruzione e cultura. L`istruzione e cultura possono essere strumenti per la liberazione femminile e sono gli unici strumenti per la riabilitazione della condizione della donna. 
Potrebbero anche essere strumenti per gli stereotipi da diffondere contro la discriminazione e l’oppressione. Purtroppo, durante i periodi di transizione i diritti delle donne di solito prendono il sedile posteriore. 

L` Egitto non ha fatto eccezione. Sono trascorsi quattro anni da quando l’Egitto ha intrapreso la strada lunga e spesso accidentata di trasformazione politica e rimango ottimista. Stiamo cominciando a vedere un cambiamento positivo anche se ad un ritmo lento che forse manca di slancio. 
Nel 2014 la Costituzione fa lo sforzo encomiabile di definire i diritti delle donne. 
E ‘ restaurato dalla costituzione il diritto all’uguaglianza, come definito dalle norme internazionali sui diritti umani e percio` l`Egitto e` nuovamente impegnato in questo. 
L` attuale totale di ministri di sesso femminile è salito a cinque per la prima volta. Ma le donne devono ancora lottare per diventare governatori. Ma notiamo dei progressi. 
Nelle scorse settimane abbiamo assistito alla nomina di vicegovernatori donne. Il presidente El Sisi ha nominato una donna come suo consigliere per la sicurezza nazionale, mantenendo fede alle promesse. 
In questa fase storica, la corte d’appello egiziana ha recentemente condannato un medico a due anni di carcere e ad una multa per aver eseguito una mutilazione genitale. Il padre della vittima è stato condannato in questo processo. Tale condanna è la prima nel suo genere per il paese. 
Sono molto orgogliosa di vedere la prima applicazione della legge che personalmente ho avviato ed elaborato, anche se il merito di ciò spetta solo alle donne. 
Grande è stata anche la sensibilizzazione contro le molestie e le violenze sessuali, che stanno calando.

Le donne sono, a suo avviso, abbastanza impegnate in politica?

Le egiziane sono state le prime in M.O ( a parte le israeliane -n.d.R.). ad ottenere i diritti politici e dalla metà degli anni ’50 erano già membri del parlamento, in alcuni casi, sorpassando le loro controparti europee. 
E negli ultimi quattro anni, non hanno risparmiato nessuno sforzo e non hanno lasciato nulla di intentato per attuare un cambiamento politico , prima inimmaginabile. 
Le donne hanno costituito il blocco di voti più attivo. La loro partecipazione politica è nettamente aumentata. Hanno sfidato stereotipi, mentalita`, credenze. Erano lì ogni volta che l`Egitto era chiamato a prendere decisioni, sia attraverso le urne che sulla piazza. 

Le donne egiziane sono state di cruciale importanza nello sventare il massiccio piano degli islamisti che mirava a far piombare l’Egitto all’età della pietra e a trasformarle in cittadini di seconda classe. Il 30 giugno 2013 hanno dato alla nazione una seconda possibilità. 
Ma dobbiamo consolidare i nostri sforzi ponendo le questioni dei diritti delle donne in prima linea nell’agenda nazionale. Le donne sono un pilastro e devono essere trattate come tali e continuare a partecipare al processo politico e ad abbattere la posizione attuale di “seconda necessità”. Le donne non sono ” seconda necessita`. 
L’Egitto si prepara alle elezioni parlamentari, la terza e ultima fase della road map democratic e le donne devono essere pronte a questa dura prova. Devono usare il loro peso numerico per formare un forte blocco contro una lobby che influenza fortemente le decisioni. Le donne devono essere ben rappresentate nel nuovo parlamento. Un parlamento che godrà di poteri senza precedenti nei confronti del presidente e del governo. 
In questa fase gli egiziani devono battersi per introdurre un capitolo sui diritti umani nella nuova costituzione e le donne devono conquistare l`attenzione che meritano.

Cosa prevede in tema di pari opportunità la Costituzione egiziana?

La condizione delle donne egiziane è sicuramente migliorata. I loro diritti sono garantiti da una Costituzione che criminalizza la discriminazione e la violenza e impegna lo Stato a standard donne egizianeinternazionali. E la presenza delle donne all’interno degli organi decisionali sta crescendo. 

In due aree si sono fatti progressi reali e tangibili : l` infibulazione e le molestie sessuali. 
E l’ascesa al potere degli islamisti dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 ha provocato una forte battuta d’arresto su questo fronte. E non è un caso che durante i tre anni di potere islamico, gli abusi nei confronti delle donne sono tornati ad aumentare. 
Dal 2003 al 2011 eravamo riusciti a mobilitare contro le infibulazioni e le violenze anche i villaggi più remoti, incoraggiando a denunciare gli abusi e le mutilazioni, che noi abbiamo trasformato da ‘abitudine’ socialmente accettata ad un reato gravissimo punito severamente dalla legge.

La discriminazione nei confronti delle donne è una sfida in molte parti del mondo. Quali aree del mondo sono più sensibili a questi problemi e quali lo sono meno?

La parità dei generi è una sfida importante nella nostra parte del mondo, dove la religione è utilizzata come facciata, laddove si ha interesse a nascondere la verità. 
Il Medio Oriente detiene il poco invidiabile primato di essere una delle regioni in cui la violenza e la discriminazione contro le donne sono tra le pratiche più diffuse al mondo. 
I politici estremisti giocano spesso sulla ingenuità delle masse ignoranti usando la religione come una tattica intimidatoria. 
L’unica arma è la cultura. Solo così la gente potrà capire che non è vero che è la fede a imporre differenze e a legittimare abusi.

Cosa pensa possa essere la priorità delle Nazioni Unite per il suo 70 ° anniversario?

Le Nazioni Unite, nel celebrare il loro 70 ° anniversario, devono fare un bilancio sul lavoro svolto dai suoi vari organismi e organizzazioni femminili. 
Molti ed eccellenti sono i risultati, ma bisogna fare di più. 
E` necessario un migliore coordinamento tra i vari dipartimenti e ripartire dalla cultura, che è lo strumento che solo può produrre risultati durevoli e profondi. 
L’Unesco ha un grande contributo da dare. La cultura e l’istruzione sono diritti umani. Per questo sarebbe necessario incoraggiare gli Stati a rivedere i programmi scolastici e a migliorare l’educazione civica. 
L’uguaglianza si impara tra i banchi così come il dialogo e la pace.

Lei ha recentemente partecipato ad una tavola rotonda a Roma con Christine Lagarde, il capo del Fondo monetario internazionale. E` stata una circostanza produttiva per avviare una solida reciproca collaborazione ?

Io sono un membro del Consiglio Internazionale delle Donne in diplomazia, un gruppo formato dall` ex ministro degli Esteri italiano Emma Bonino , un campione globale per un altro ruolo della donna. In tale ambito , si e` costituito , a sostegno di Milano Expo 2015, un gruppo chiamato ‘ Donne per Expo ‘ .
Bonino ha invitato Christine Lagarde, il capo del Fondo monetario internazionale per una tavola rotonda con tale gruppo. Si è parlato di sicurezza alimentare e malnutrizione nei paesi poveri e su come colmarne il divario. 
Ritengo Lagarde, una leader coraggiosa con una visione chiara . Mi ha detto che è felice di vedere buoni segnali provenienti dall’Egitto e si aspetta che l’Egitto continui a darne sempre di più. A marzo ha partecipato alla conferenza economica a sostegno dello sviluppo in Egitto, tenutasi a Sharm El Sheikh. Ha pronunciato un discorso molto illuminante ed ha dimostrato il suo apprezzamento per la cultura egizia aprendolo con una citazione di una icona musicale egiziana Om Kalthoum e concludendolo con una citazione da un’altra grande icona del mio paese, il premio Nobel Naguib Mahfouz. Fornendo una tabella di marcia per la ripresa economica dell`Egitto e mostrando apprezzamento per i passi già fatti , ha detto: “Questo è un momento di opportunità. Con le giuste politiche, il governo egiziano è in grado di soddisfare le speranze e le aspirazioni del popolo egiziano .Ripristinando la stabilità economica, infondendo fiducia e stimolando l’occupazione e la crescita. Il Fondo Monetario Internazionale ( FMI ) resta impegnato ad aiutare l’Egitto affinche` si raggiungano migliori standard di vita. Nuotiamo insieme nel mar Rosso”.

Qual è la sua strategia per affrontare la povertà nel mondo?

Viviamo l’era dei diritti umani. I diritti umani sono indivisibili , interdipendenti e correlati e sono un obbligo di legge per gli stati.
 Alleviare la povertà è parte integrante della giustizia sociale. 
Garantire gratuitamente il diritto allo studio di qualità è il modo più efficace per alleviare la povertà. 
Io non sono per la carità che vedo lesiva per la dignità umana. L`emancipazione dei poveri e degli emarginati migliora la loro condizione di vita e li rende competitivi sul mercato del lavoro. 

L’istruzione è in grado di rompere il circolo vizioso della povertà. E’ la nostra arma più efficace contro il terrorismo. Il diritto di vivere in un ambiente pacifico e non inquinato è anche un diritto umano, ed è parte integrante della riduzione della povertà, in un ambito di armonia, tra gli uomini e natura.

Lei è membro del consiglio internazionale delle donne per Milano Expo 2015 . Pensa che da Milano Expo 2015 possa arrivare un messaggero culturale importante per la causa della donna?

Ho assistito alla preparazione del Milano Expo e mi congratulo col Ministero degli Affari Esteri italiano. E ‘ammirevole constatare l’attenzione dedicate alla sicurezza alimentare ed l’agricoltura. Vedo una forte componente culturale in questo tema. 
L’agricoltura è il commercio più antico che la comunità mondiale ha conosciuto. Sviluppa una grande quantità di cultura ed è una parte integrante della civiltà umana. 
Nel caso dell’Egitto, l’agricoltura è profondamente radicata nella nostra cultura. Le donne sono attori chiave in questa cultura ed Expo offre l’occasione per celebrare il loro attivismo. 
Io sono membro del team di preparazione e partecipazione dell’Egitto al Milano Expo. 
L’Egitto ha deciso di ospitare un evento di Milano Expo per celebrare il ruolo delle donne in agricoltura e sicurezza alimentare. L` evento comprenderà una tavola rotonda e la presentazione di un film sul ruolo delle donne nel settore dell`alimentazione mondiale.

Lei è appena tornata dalla Casa dei Comuni di Londra. Che azione sta svolgendo in tale ambito per quanto riguarda il futuro sviluppo delle relazioni tra l`Egitto e la Camera dei Comuni?

Il gruppo parlamentare di ‘Tutti i Partiti’, Appg, della Camera dei Comuni è stato creato da patrioti egiziani in accordo con i parlamentari britannici per sostenere l’Egitto e migliorare le relazioni tra i due paesi. 
Recentemente sono stata invitata dalla Appg a Londra per relazionare sugli sviluppi nel settore dei diritti delle donne nel corso degli ultimi quattro anni e cioè da quando l’Egitto ha iniziato la sua trasformazione politica. E’ stato emozionante vedere il grado di interesse per l’evento e l’enorme affluenza dei membri del Parlamento inglese e dei politici e del numeroso pubblico. Un pieno successo per il gruppo nel suo ruolo di contribuire a promuovere una migliore comprensione e favorire un rapporto più armonioso tra Egitto e Regno Unito.

Federico Wardal

mercoledì 19 novembre 2014

RNN 45: Una settimana Radicale: XX° anniversario di NPSG; NTCaino in Africa, il direttivo di "Turchia in Europa Subito"

Radical Nonviolent News n. 45
18 novembre 2014
A causa di problemi tecnici
questo numero di RNN è consultabile interamente all'interno della mail
RNN 45: Una settimana Radicale: XX° anniversario di NPSG; NTCaino in Africa, il direttivo di "Turchia in Europa Subito"

In questo numero:

Risultati della Conferenza “XX anniversario di Non c’è Pace Senza Giustizia: sfide e opportunità per la Corte Penale Internazionale”
Sabrina Gasparrini @Sabrins

Due punti di ordine generale e tre specifiche raccomandazioni sono emerse dalla Conferenza dello scorso 13 novembre al Senato, cui hanno partecipato rappresentanti degli Stati, della Corte Penale Internazionale, magistrati, avvocati, esperti, parlamentari.

I due punti cruciali con riferimento alla complementarietà e alla cooperazione sono: A) questi due principi cardine devono essere considerati congiuntamente, poiché spesso sono le due facce di una stessa medaglia. Questo è importante specie quando si tratta di traslare lo Statuto di Roma nell’ordinamento interno e di eseguire il lavoro attinente alla giustizia penale internazionale e alla CPI. B) La sensibilizzazione da parte della CPI dei vari attori rilevanti è fondamentale per far funzionare la complementarietà e la cooperazione. Il coinvolgimento delle persone su tali tematiche è importante per promuoverne la comprensione e quindi rafforzarne l’impegno.

In particolare, la Conferenza ha formulato le seguenti raccomandazioni: 1) incoraggiare maggior sostegno per la CPI da parte del Consiglio di Sicurezza delle NU, soprattutto rispetto ai casi ad essa deferiti (attuali o futuri che siano); 2) incoraggiare meccanismi nei rapporti tra Stati, e tra Stati Assemblea degli Stati Parte, per supportare i Paesi nell’adempiere all’obbligo di cooperare con la CPI, che sia in quanto Stati Parte o con riferimento ai casi deferiti dal Consiglio di Sicurezza delle NU; 3) incoraggiare il supporto da parte di vari attori - inclusa la CPI, i governi, la società civile - agli Stati per adempiere all’obbligo di investigare e perseguire i crimini a livello nazionale.
«Turchia in Europa da Subito» denuncia la decisione irresponsabile della Commissione Juncker che blocca gli ingressi nell'UE fino al 2019
Mariano Giustino* @MarianoGiustino

Il 12 novembre si sono svolti a Roma i lavori del primo Consiglio direttivo di Turchia in Europa da Subito, organizzazione transnazionale di cittadini e parlamentari che persegue lo scopo di sostenere e promuovere l’immediato ingresso della Turchia nell’Unione Europea. La riunione è stata preceduta da un incontro tra i dirigenti dell’associazione Turchia in Europa da Subito e il nuovo ambasciatore della Repubblica turca in Roma, S.E. Aydın Adnan Sezgin, l'11 novembre.

Il Consiglio direttivo ha denunciato come scandalosa e politicamente sbagliata la dichiarazione della Commissione europea Juncker, la quale afferma che prima del 2019 non avverrà alcun ingresso nell’Unione Europea. La decisione è stata recepita da tutti i paesi candidati, e dai paesi che aspirano alla candidatura, come un congelamento di fatto dei negoziati.

Ciò significa che i processi di riforma che sono stati avviati tra molte difficoltà, come è avvenuto per la Turchia, rischiano di restare paralizzati fino al 2019 venendo meno il carattere di urgenza delle riforme necessarie da intraprendere per l’allineamento con l’acquis comunitario.

È' ancora più grave il fatto che la presa di posizione della Commissione Juncker non abbia suscitato alcuna reazione, non solo nel Parlamento europeo, ma anche nel governo italiano, che deve respingere con fermezza questa irresponsabile posizione. L’associazione Turchia in Europa da Subito ne denuncerà la gravità in tutte le sedi istituzionali sia italiane che europee.

È possibile ascoltare integralmente i lavori del Consiglio direttivo di Turchia in Europa da Subito sul sito di Radio Radicale: http://www.radioradicale.it/scheda/426008/consiglio-direttivo-dellassociazione-turchia-in-europa-da-subito

* Direttore della rivista «Diritto e Libertà»
marianogiustino@dirittoeliberta.it
@TURKEYEUROPENOW
@AntennaAnkara
Continua la missione di Nessuno Tocchi Caino in Africa
Nessuno Tocchi Caino @HandsOffCain_IT

Dopo la tappa in Zimbabwe, la missione di Nessuno Tocchi Caino e del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito è continuata nelle Comore, con l’obiettivo di trovare sostegni alla Risoluzione ONU per la moratoria delle esecuzioni che andrà al voto all’Assemblea Generale a metà dicembre.

Il 17 novembre la delegazione dei Radicali, composta da Sergio D’Elia, Marco Perduca e Marco Maria Freddi, insieme all’Ambasciatore d’Italia Luigi Scotto, ha incontrato il Ministro degli Esteri delle Comore El-Anrif Said Hassan per discutere la posizione di voto, in passato di astensione, sulla risoluzione ONU pro-moratoria.

“L’abolizione della pena di morte ha un valore umanitario, perché consente alle persone di vivere e riabilitarsi”, ha detto il Ministro Said Hassan, il quale ha aggiunto che il Governo ha approvato una proposta di riforma abolizionista del Codice Penale e di Procedura Penale che però non è passata in Parlamento. “Ci proveremo col prossimo Parlamento la cui elezione è prevista a gennaio 2015”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda il voto sulla Risoluzione ONU, il Ministro degli Esteri ha detto che sta preparando una nota che verrà discussa nel Consiglio dei Ministri che dovrà decidere se passare dal voto di astensione, come negli anni precedenti, al voto a favore. La delegazione di Nessuno Tocchi Caino e del Partito Radicale aveva fatto visita in mattinata al carcere della capitale delle Comore, Moroni, una struttura fatiscente che risale all’epoca del dominio coloniale francese.

La missione si concluderà a Niamey, capitale del Niger, con la partecipazione anche del membro del direttivo di NTC Matteo Angioli e il Presidente Marco Pannella.
Presentata denuncia alla Commissione europea sull’acqua al tallio
Massimiliano Iervolino @iervolino_m

Il tallio è un elemento chimico altamente tossico utilizzato nel passato per topicidi e insetticidi. L’unico organismo ufficiale che ha preso in considerazione la pericolosità del tallio è stata l’EPA, prevedendone un limite massimo di presenza nelle acque potabili di 2 µg/l. Ebbene, l’11 settembre di quest’anno alcuni docenti dell’Università di Pisa, hanno inviato una lettera agli organi competenti per segnalare la presenza di tallio nelle acque ad uso pubblico distribuite nell’abitato del Comune di Pietrasanta.

Dai campionamenti effettuati, è emerso che le concentrazioni di tallio variano da 1,77 µg/l fino a 10,1 µg/l. A seguito di tale denuncia, il 23 settembre 2014 si è tenuta una riunione alla presenza dei vari organi competenti in materia. Al verbale di questo incontro è stata allegata una tabella di misurazioni prodotta dal Laboratorio di Sanità Pubblica di Lucca, da dove si evince che la presenza di tallio nell’acqua era già nota nel 2011. Sulla base di queste analisi, il sindaco del comune di Pietrasanta, il 3 ottobre 2014 ha emanato un’ordinanza sindacale con cui viene vietato l’utilizzo dell’acqua.

Per questo ho deciso di presentare una denuncia alla Commissione europea per la violazione da parte dell’Italia della direttiva 98/83/CE (art.4 comma 1 lettera a).

La documentazione inviata alla Commissione europea è disponibile al seguente linkhttp://www.massimilianoiervolino.it/comunicati-stampa/225-acqua-al-tallio-iervolino-presentata-denuncia-alla-commissione-europea.html
Certi Diritti a congresso
Leonardo Monaco* @Monaco_Leonardo

Si avvicina la tre giorni congressuale dal 21 al 23 novembre dell’Associazione Radicale Certi Diritti , soggetto costituente del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito. L’adunanza avrà luogo al Grand Hotel Lamezia (Piazza Lamezia, Sant’Eufemia di Lamezia Terme, CZ) e sarà preceduta nel pomeriggio del venerdì da una sessione sulla promozione dei diritti delle persone LGBTI nell’ambito della PA e delle aziende private, per poi entrare nel vivo del dibattito congressuale da sabato con le abituali relazioni di Segretario e Tesoriere, con le relazioni tematiche diFilomena Gallo (Segretario dell’Associazione Luca Coscioni), Ottavia Voze (attivista trans), Alessandro Comeni (attivista intersex), Sergio Lo Giudice (Senatore PD iscritto all’Associazione) e i contributi del Segretario di Radicali Italiani Rita Bernardinie di Marco Pannella.

Sono solo alcuni degli interventi che caratterizzeranno un appuntamento congressuale che si svolgerà in concomitanza delle elezioni regionali in Calabria e del Transgender Day of Remembrance, nella cornice di un Paese che prosegue a rilento sul fronte delle riforme per l’affermazione della libertà e della responsabilità sessuale delle persone e con uno sguardo fisso a quello che succede oltre i confini italiani, dove sempre più ordinamenti vedono sbocciare leggi che criminalizzano in base all’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Un fine settimana di ricerca e dibattito, dove disegnare la strategia di Affermazione Civile per il prossimo anno e costruire le nuove iniziative transnazionalidell’Associazione. Informati su come raggiungerci e preannuncia la tua presenza .

* Segretario di Certi Diritti
OSCE #BerlinPlus10: Antisemitismo a 70 anni da Auschwitz e Birkenau
Ilari Valbonesi @ ilarzip

Il 12 e 13 novembre si è tenuta a Berlino la decima conferenza OSCE #BerlinPlus10 dedicata a fare il punto sull'antisemitismo in Europa a dieci anni dalla Dichiarazione di Berlino . La conferenza ha registrato la partecipazione di circa due terzi dei 57 Stati membri, in un momento in cui l'antisemitismo si riaccende in diversi paesi.

A 70 anni dalla liberazione dei campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau, l'antisemitismo ha infatti assunto forme che fanno ricordare la persecuzione organizzata: il partito neo-nazista tedesco Die Rechte ha chiesto alle autorità municipali gli indirizzi degli ebrei che vivono a Dortmund, e i tentativi di rimuovere la memoria della Shoah non sono più l'esclusivo strumento di propaganda di stati islamici integralisti. "Se nel 1945 mi avessero detto che da anziano avrei ancora combattuto contro l'antisemitismo, non ci avrei mai creduto. Ora il pericolo è tornato". Sono le parole del premio Nobel per la pace Elie Wiesel , sopravvissuto all'Olocausto, ricordate in apertura di conferenza dal ministro degli esteri tedesco Frank Walter Steinmeier che ha lanciato l'allarme contro "l'antisemitismo, una pugnalata nel cuore della nostra società".

"Una minaccia per il grande progetto del liberalismo europeo e il pluralismo" ha ribadito con forza Samantha Power, ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite. La necessità di condannare la propaganda razzista, xenofoba e antisemita, e sviluppare programmi di formazione per le nuove generazioni, costituisce il messaggio complessivo della conferenza, nelle parole del Presidente dell'OSCE Didier Burkhalter.
Le elezioni in Bahrein non possono nascondere le violazioni dei diritti umani
Gianluca Eramo @gianlucaeramo

Il 22 novembre i cittadini del Bahrein saranno chiamati a votare alle elezioni legislative, le prime dopo le dimostrazioni di massa del 2011. Da allora, il governo ha represso con la forza qualunque denuncia della situazione in cui versano i diritti umani nel paese e impedito ogni tentativo di stabilire un dialogo politico significativo e inclusivo con le forze di opposizione.

Le elezioni del 2014 saranno sicuramente usate come copertura per l’attuale crisi dei diritti umani; e non potranno essere considerate né inclusive né un segnale di riforma politica. Il parlamento del Bahrein rimane un semplice salotto, con scarso potere legislativo e ancor meno capacità di controllare il governo. Allo stesso tempo gli abusi dei diritti umani continuano, come si evince dalle recenti detenzioni dei difensori dei diritti umani Nabeel Rajab, Zeinab Alkhawaja e Ghada Jamsheer. Le maggiori forze di opposizione hanno deciso di non partecipare a queste elezioni. La non partecipazione a queste elezioni farsa è diritto politico fondamentale delle forze di opposizione bahreinite, nonché metodo non violento di protesta politica, tramite cui esprimono il loro forte
dissenso nei confronti della situazione dei diritti umani in Bahrein.

La comunità internazionale ha la responsabilità di assicurare che le autorità del Bahrein smettano di utilizzare questo gioco di specchi e utilizzare la sua influenza per porre una fine alle violazioni dei diritti umani, a partire dal rilascio dei prigionieri politici, per poi spingere affinché avvenga un dialogo reale e inclusivo. Le prossime elezioni in Bahrein non potranno e non dovranno essere usate
come una copertura delle violazioni dei diritti umani.
La rivolta nonviolenta dei lavoratori cinesi
Matteo Ariano

Il China Labour Bullettin è stato fondato da Hang Dongfan , uno dei protagonisti della rivolta di piazza Tiananmen, promotore del primo sindacato cinese libero e indipendente, poi sciolto dall’Autorità.

Il Bollettino è una preziosa miniera di notizie provenienti dal mondo del lavoro cinese, con l’occhio particolarmente attento alle crescenti rivendicazioni dei lavoratori. Significativa è una mappa interattiva , costantemente aggiornata, in cui sono riportate informazioni relative a manifestazioni e scioperi in corso in tutta la Repubblica Cinese, da cui si può verificare come siano decine e decine le azioni di lotta avviate da centinaia o, addirittura, migliaia di lavoratori.

In un articolo apparso lo scorso luglio si mette in luce l’evoluzione della protesta dei lavoratori cinesi: nel luglio del 2009, il manager di un’azienda metalmeccanica veniva linciato dai lavoratori inferociti perché la società era stata acquisita da un’altra compagnia. Dopo quell’episodio si scelse il ripudio del metodo violento e l’uso di scioperi e cortei quali unici strumenti nonviolenti di rivendicazione dei propri diritti. Così, nel maggio di quest’anno 40.000 lavoratori di una fabbrica di scarpe hanno dato origine alpiù grande sciopero degli ultimi anni in Cina e ottenuto il riconoscimento di diversi diritti.

La rivolta nonviolenta, quindi, non passa solo da Hong Kong (non a caso sede del Bollettino); un’altra rivolta, silenziata perché più ampia, sta avvenendo nel resto del Paese, anch’essa con possibili ripercussioni a livello mondiale, in particolare rispetto all’attuale dumping sociale praticato dalle aziende cinesi.
FOTO DELLA SETTIMANA
Roma, 13 novembre 2014: Emma Bonino interviene alla Conferenza tenuta al Senato in occasione del ventennale della fondazione di Non c'è Pace Senza Giustizia 
Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito
ONG con Status Consultivo Generale di prima categoria presso l'ECOSOC delle Nazioni Unite 
NONVIOLENTO-GANDHIANO • TRANSNAZIONALE • TRANSPARTITO • DEMOCRATICO • AMBIENTALISTA • ECOLOGISTA • FEDERALISTA DEMOCRATICO • LAICO • FEDERALISTA EUROPEO • LIBERALDEMOCRATICO • LIBERALSOCIALISTA • LIBERTARIO • ANTIAUTORITARIO • ANTIPROIBIZIONISTA • ANTIPARTITOCRATICO • ANTIMILITARISTA • ANTICLERICALE • ESPERANTISTA
Coordinatore newsletter: Matteo Angioli SEGUI @MATTEO_ANGIOLI | SEGUI @RADICALPARTY

lunedì 4 agosto 2014

Dall'Istituto Spallanzani, tutto quello che è utile sapere su Ebola

Il direttore scientifico, Giuseppe Ippolito: «In Italia la migliore rete capillare per le malattie infettive, nata grazie all’Aids»

GIOVEDÌ 31 LUGLIO 2014

Il virus Ebola «non è presente in Italia e non desta reali preoccupazioni per il nostro Paese». L'ulteriore rassicurazione arriva dall'Istituto per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” i cui esperti, coinvolti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel giro di due giorni sono volati dal centro di Roma alla foresta di Gueckedou, in Guinea.

Lo Spallanzani «è la struttura di riferimento del Paese in termini di preparazione e risposta alle malattie infettive» sottolinea Giuseppe Ippolito, che dell'Istituto è il direttore scientifico. La struttura «assiste i pazienti – precisa Ippolito - effettua diagnostiche complicate, ha l’unico laboratorio di massimo livello di protezione certificato e approvato dal ministero della Salute sul territorio nazionale. Quindi è pronto a rispondere a qualsiasi emergenza, ad accogliere qualsiasi paziente, a effettuare qualsiasi diagnosi». Insomma, precisa l'Istituto, «le infezioni girano, esistono le malattie tropicali così come le malattie da importazione, le può portare un turista che torna da un Paese estero esattamente come le possono portare gli immigrati. Il sistema nazionale è allenato per rispondere alle emergenze e può funzionare per ogni evenienza – conclude l'Istituto - l’importante è non sottovalutare i sintomi e non arrivare a una diagnosi tardiva».

 L'Istituto ricorda quindi alcune informazioni di base sul virus Ebola, su come prevenire il contagio ed eventualmente intervenire non solo nel caso dell'Ebola ma anche di altre infezioni:

1  - Il periodo di incubazione di Ebola va da 2 a 21 giorni;

2  - I sintomi sono: febbre alta, nausea, vomito e diarrea, fino ad arrivare ad emorragie diffuse;

3  - Il contagio avviene solo nel momento in cui si manifestano i sintomi e soltanto per contatto con i fluidi corporei del paziente, mai per via aerea; pertanto attenzione a toccare vomito, saliva, sangue o feci;

4  - I medici dello Spallanzani sono preparati a valutare qualsiasi situazione e l’Accettazione è aperta h24 (Tel. 06-551701);

5  - Il servizio di virologia dello Spallanzani è operativo h24 Tel. 06.55170666, un virologo risponde a medici per eventuali accertamenti diagnostici;

6  - Presso lo Spallanzani è attivo un Ambulatorio malattie infettive e tropicali
(vedi http://www.inmi.it/ambulatorio_med_tropicale.html);

7  - Chiedere ai primi sintomi subito assistenza medica, sia che siate all’estero che in Italia e riferite di contatti e posti in cui siete stati;

8  - lavare spesso le mani e gli indumenti indossati: sapone, candeggina, luce solare o asciugatura uccidono facilmente il virus Ebola come altri virus;

9  - cucinare bene i cibi, in particolare quelli di origine animale, e mangiare frutta perf ettamente integra, cioè non contaminata dai morsi dei pipistrelli della frutta (Pteropodidae);

10 - Sul portale del ministero della Salute, una scheda con 15 domande e risposte a cura della direzione generale della prevenzione, l’Oms e l’Ecdm (il Centro europeo per la prevenzione delle malattie) offre consigli ancor più dettagliati per chi deve viaggiare o è di rientro dall’estero;

11 - Non esistono né vaccino preventivo né una terapia specifica per il virus Ebola.

12 - È fondamentale un intervento precoce appena si manifestano i sintomi; è questa la sola possibilità per abbassare la mortalità che è del 90%.

E' possibile ricevere gratuitamente notizie, tutto quello che è utile sapere su Ebola dall'Istituto Spallanzani
utilizzando questo link