Vivere per la proposta di legge Eutanasia Legale

Libertà sessuale, libera sessualità- 1976 - Adele Faccio

Piano improvisation di Salvatore Maresca Serra

Alba Montori su Facebook

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martedì 15 aprile 2025

Un tribunale ha ordinato che Kilmar Abrego Garcia rimanga negli Stati Uniti.

 Da brividi.

La Corte Suprema ha stabilito con 9 voti a 0 che l'espulsione è avvenuta illegalmente. Trump finge di aver vinto la sentenza con 9 voti a 0.


1/ Potresti pensare che questo caso non ti significhi nulla. Ma lascia che ti spieghi perché.

2/ Abrego Garcia è arrivato negli Stati Uniti più di 10 anni fa. Ha sposato una cittadina statunitense e ha tre figli cittadini statunitensi.
Ma ha avuto comminata la procedura di espulsione perché non ha presentato domanda di asilo in tempo e a causa di presunti legami con bande di narcotrafficanti. Egli nega qualsiasi affiliazione a una gang.

3/ Puoi pensare quello che vuoi sui meriti della sua permanenza (la sua famiglia americana, il suo lavoro fisso) o della sua deportazione (la presunta affiliazione a una gang), ma in realtà c'è solo un fatto fondamentale:

Un tribunale ha stabilito che NON PUÒ essere deportato a El Salvador perché lì sarebbe minacciato di morte.

4/ Negli Stati Uniti, l'esecutivo è OBBLIGATO a rispettare una sentenza del tribunale.

Trump non l'ha fatto. Ha messo Abrego Garcia su un aereo per El Salvador. E, cosa ancora peggiore, nonostante non vi siano accuse di condotta criminale, Abrego Garcia è stato rinchiuso in una prigione atroce a El Salvador.

5/ La violazione della legge da parte di Trump è stata così sfacciata che la Corte Suprema è intervenuta. In una rara sentenza con 9 voti a 0, hanno affermato che Trump avrebbe dovuto far rientrare Abrego Garcia.

https://x.com/i/status/1911812023895359855

Ma in un questo video si vede il consigliere di Trump, Miller, mentire spudoratamente e affermare che Trump ha vinto la sentenza con 9 voti a 0.

6/ Gli uomini di Trump sono coinvolti in un'operazione di messa in luce di livello nucleare. Dicono che spetta a El Salvador decidere se vogliono rimandarlo indietro. Stronzate. Riportiamo indietro le persone ogni volta che le rimuoviamo ingiustamente. Potrebbero prenderlo in un attimo, se volessero.

7/ Potresti pensare che questo caso non ti interessi. Ma Abrego Garcia era legalmente negli Stati Uniti, proprio come tutti noi. Il suo status di immigrato non ha importanza ai fini legali.  

Se Trump può far arrestare o espellere CHIUNQUE - a prescindere da ciò che diranno i tribunali - siamo tutti (noi cittadini americani) in grave pericolo.

8/ Questo è un momento spartiacque, con Trump che fa strame di una sentenza della Corte Suprema, manipolando l'opinione pubblica e fingendo di aver vinto 9-0 quando in realtà ha perso 9-0.

Se accettiamo come normale questa situazione, non si fermerà piu'. Potrà incarcerare o espellere chiunque. Non vivremo più in una democrazia.

da X   Chris Murphy U.S. Senator from Connecticut.


venerdì 14 marzo 2025

Nasce “Spotlight on Italian survivors” e conta 800 sacerdoti offender e migliaia di vittime





COMUNICATO

quel “faro” mancato in Europa solo dall’Italia, oggi l’unico stato membro dell’Unione Europea a non aver esercitato, malgrado gli allarmi arrivati da tutta Europa, alcuna azione di prevenzione e tutela verso i cittadini vittime di abusi sessuali in età minorile, non solo nel contesto del clero...

Uno “Spotlight” mancato in Italia soprattutto dall’informazione di massa che in materia non ha di certo brillato di luce propria, anzi, è stata incapace persino di una semplice inchiesta giornalistica sul tema.

Così come da 15 anni, ci siamo organizzati noi sopravvissuti, ancora una volta nell’assordante silenzio che in Italia riecheggia puntuale.

“Spotlight on Italian survivors” è il primo ed il più grande database al mondo che raccoglie, traccia e monitora gli abusi sessuali del clero e lo fa in una forma che tende a dare a colpo d’occhio, la vastità del problema italiano.

Lo fa soprattutto con numeri e grafici, espressione molto diretta e al tempo stesso quantificante del fenomeno.

 

Questo sistema database chiamato “iCODIS”, non solo produce dati in tempo reale ma li quantifica per ogni provincia, regione italiana. Quanti sacerdoti potenziali offender ci sono nella provincia in cui abitate, quante sono le vittime sopravvissute che questi hanno prodotto in quei luoghi, ma non solo.

Quanti di questi hanno subito un processo, penale o canonico, quanti invece sono sfuggiti per prescrizione alla Giustizia e che fine hanno fatto.

Tra le vittime prodotte quante donne, quanti uomini, da chi sono stati abusati e in quale circostanza. Quale è la percentuale italiana del clero pedofilo e tanto altro.

Una serie infinita di informazioni, in alcuni casi da noi preconfezionate in panoramiche regionali che danno a colpo d’occhio coscienza della situazione.

Ma “iCODIS” ha anche un sistema integrato di ricerca avanzata destinato al pubblico dove non serve necessariamente inserire un nome, ma è sufficiente per esempio inserire una città per avere una panoramica di ciò che accade o è stato.

Quasi un ripiego a quella commissione di inchiesta che l’ONU ha chiesto all’Italia inadempiente nel 2019, puntualmente mancata, come se i minori italiani fossero per lo Stato, solo figli di un Dio minore.


SOSTIENI LA CAUSA; DONA!

lunedì 9 settembre 2024

Un report da non perdere.

 

 L’Osservatorio della Rete L’ABUSO scoperchia il vaso di Pandora italiano sugli abusi a danno di minori e persone vulnerabili, le inerzie dei Governi susseguiti e più volte richiamati dagli organi sovranazionali, ad oggi ancora inadempienti di fronte alle raccomandazioni.

Paradossalmente il dato meno inquietante che emerge dal report, sono le migliaia di vittime prodotte ogni anno nel paese. Più preoccupante invece quella “FREE ZONE” prodotta da vuoti legislativi, tanto evidenti che non esiste possibilità di ragionevole dubbio; lo Stato per inerzia è il diretto responsabile.

I report governativi ogni anno restituiscono dati come il numero di vittime, spesso preso dai report della Polizia di Stato (le sole denunce quindi, a vedere pure poche) che tuttavia, se pur a nostro avviso risulti sottostimato nel panorama europeo, restituisce diverse migliaia di vittime a fronte delle quali però, non si legge sulla cronaca di indagini o di arresti.

La domanda ovvia che sorge è; dove sono i pedofili che le hanno prodotte?

Un report prodotto in mesi di lavoro analizzando i dati a nostra disposizione che disegnano un quadro davvero inquietante. Questa volta non sul clero ma il quadro generale dell’Italia, paese che si può tranquillamente definire il terzo mondo europeo in materia di tutela di minori e persone vulnerabili.

Lo illustreremo nella presentazione del Report giovedì 12 settembre, ore 10 e ne discuteremo con i tecnici ed alcuni Garanti regionali.

Potete seguirci a partire dalle ore 10 su tutti i social della Rete L’ABUSO o direttamente dal nostro sito web.

Per accrediti - SOLO GIORNALISTI; accrediti@retelabuso.org

Interverranno:

Francesco Zanardi – Presidente Rete L’ABUSO

Federico Tulli – Giornalista e autore

Mario Caligiuri – Avvocato e coordinatore legale della Rete L’ABUSO, supervisore dell’Osservatorio permanente

Monica Sansoni – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio

Carla Puglieddu – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Sardegna

Fabio Biasi – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Provincia autonoma di Trento e la consulente dott.sa. Manuela Paganini

Guia Tanda – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Liguria

Giorgio Barone – CBI – Pres. Medical & Antidoping Commission – PCSOS Project Mgr. – Protecting Children in Sport – Compliance Lead Auditor FMSI / CONI-NADO / IAAF

Ludovica Eugenio – Coordinamento Italy Church Too

Giorgio Toselli – Presidente “No Child Abuse”, padre di due sopravvissuti, Maurizio Gualerni vice Presidente “No Child Abuse”

Dante Ghezzi – psicologo, psicoterapeuta, supervisore Emdr, membro dell’équipe Tiama e membro del coordinamento italiano CISMAI

martedì 23 luglio 2024

DIGNITÀ E DIRITTO: L’ARCHITETTURA DELL’AFFETTIVITÀ IN CARCERE DA SAN MARINO A PADOVA

 da NESSUNO TOCCHI CAINO  NEWS FLASH


di Cesare Burdese*


Nel 2016 ho progettato per la Serenissima Repubblica di San Marino un carcere “contemporaneo”, in sostituzione del vecchio situato nell’antico Convento dei Cappuccini. Il mio committente volle specificatamente che nel nuovo carcere prevedessi uno spazio per il “ricongiungimento familiare” dei detenuti, costituito da un soggiorno con angolo cottura, una camera da letto matrimoniale, un servizio igienico e una loggia. Nulla di carcerario, ma un ambiente di tipo domestico, dove peraltro le garanzie di sicurezza non sarebbero venute meno.

In quello spazio, la persona detenuta avrebbe potuto condividere con i propri familiari o il partner della vita, per un tempo significativo, momenti di intimità, nel pieno rispetto della privacy, fuori del controllo visivo e auditivo del personale di custodia. Progettai il carcere come mi era stato richiesto, nel solco di quanto da tempo avviene nelle nazioni più rispettose della dignità e dei diritti delle persone detenute. A consegna avvenuta del progetto, subentrò un nuovo governo che accantonò l’idea di costruire il nuovo carcere; il mio progetto fu cestinato.

Ho appreso che nel 2023 sono iniziati lavori di migliorie nel vecchio carcere, ma non ho avuto notizie in merito al destino del locale per il “ricongiungimento familiare”. Questa vicenda dimostra come l’ideologia del governante di turno possa, progettisticamente, nel bene o nel male, incidere sul rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone coinvolte nella vicenda penale.

A qualche centinaio di chilometri da San Marino, a Padova, oggi mi ritrovo ad affrontare progettisticamente la stessa questione. Le circostanze sono altre, ma il tema e i valori sono gli stessi. Tutto ha inizio con la sentenza n.10/2024 della Corte Costituzionale che “qui e ora”, oltre alla generica valorizzazione del diritto all’affettività, introduce di fatto in carcere “la possibilità di utilizzare il tempo del colloquio con il/la partner per rapporti intimi anche di tipo sessuale”.

Con intento collaborativo, Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti e Presidente della Conferenza nazionale Volontariato e Giustizia, lo scorso febbraio, ha avviato un confronto su come costruire uno spazio per l’intimità degli affetti, al Carcere Due Palazzi di Padova, dove da decenni opera.

Nell’ambito della Giornata nazionale di studio Io non so parlar d’amore…, organizzata da Ristretti Orizzonti il 17 maggio scorso, nel solco dell’iniziativa avviata, mi sono messo a disposizione, per dare vita ad una attività progettistica condivisa con i detenuti.

Le testimonianze delle persone detenute e dei loro famigliari intervenuti quel giorno, hanno dato ulteriore valore all’iniziativa e a questo inedito cimento progettuale.

Il progetto oggi è stato redatto, con i collaboratori detenuti di Ornella Favero: la struttura progettata si chiama “Il Roseto” e coniuga architettura e arte contemporanea, per l’apporto dell’artista torinese Eraldo Taliano. Essa è prevista collocata in un’area detentiva attualmente libera, in prossimità dell’ingresso del carcere, ma potrebbe sorgere analogamente in numerose altre carceri.

“Il Roseto” si compone di quattro piccoli padiglioni, che contengono ciascuno un soggiorno dotato di angolo cottura, una camera da letto per due, un servizio igienico e zone esterne coperte per la permanenza all’aperto. I padiglioni circondano una piccola piazza che contiene una vasca con l’acqua, per il gioco dei bambini. Il tutto è immerso in un roseto; le persone detenute potranno avvicendarsi nella cura delle rose.

“Il Roseto” dovrebbe essere realizzato con il coinvolgimento di persone detenute – coadiuvate da maestranze qualificate – sulla scorta di esperienze analoghe condotte in altre carceri italiane. Solo per citare i casi più significativi, ricordo “Il Giardino degli incontri” nel carcere di Sollicciano, la “Casetta Rossa” nel carcere di Bollate, la “Casa per l’affettività” MA.MA nel carcere di Rebibbia. Questi edifici sono l’espressione architettonica di principi e concetti di civiltà sanciti dalla nostra Costituzione.


il "Giardino degli incontri" nel carcere di Sollicciano




“Casa per l’affettività” MA.MA nel carcere di Rebibbia

A seguito del pronunciamento della Consulta, è stato costituito presso il DAP un apposito tavolo multidisciplinare che si prefigge, tra il resto, di definire i requisiti architettonici dei nuovi locali che la sentenza prefigura. L’auspicio è che quel tavolo di lavoro possa rappresentare un momento di crescita, morale e culturale, e che vi sia spazio per un ampio confronto con quanti si occupano di carcere e di architettura, nella più totale coerenza costituzionale.

* Architetto, esperto di architettura penitenziaria

sabato 30 marzo 2024

IRAN: a che punto è la lotta delle donne e degli uomini per la libertà dai tiranni ayatollah?

 Ricordate DONNA-VITA-LIBERTA', il grido che da piu' di un anno è simbolo della rivolta contro il regime liberticida degli Ayatollah?
 Che per centinaia di manifestanti ha significato essere buttati in carcere, torturati e uccisi,  donne e uomini, bambini e adolescenti ? 

Essi continuano la lotta non solo in strada ma anche dalle carceri e chiedono l'appoggio e il sostegno della comunità internazionale, il nostro.

AMg




I ‘MARTEDÌ NERI’ DI SCIOPERO DELLA FAME IN CARCERE CONTRO LA PENA DI MORTE
I prigionieri politici di cinque carceri iraniane, che da sette settimane partecipano a scioperi della fame di massa contro la pena di morte, hanno chiesto il sostegno di "tutte le coscienze vigili e delle persone libere".

Secondo le informazioni ottenute da Iran Human Rights, i prigionieri politici del carcere di Ghezel-Hesar, del carcere di Evin, del penitenziario di Karaj, del carcere centrale di Mashhad e del carcere centrale di Khorramabad hanno iniziato ogni martedì uno sciopero della fame contro l'applicazione della pena di morte.
Lo sciopero della fame è stato avviato dai prigionieri politici della prigione di Ghezel-Hesar, ad Alborz, dove vengono eseguite esecuzioni collettive su base settimanale dopo la chiusura della prigione di Rajai Shahr (Gohardasht), avvenuta la scorsa estate.

Il primo sciopero della fame ha avuto luogo il 29 gennaio 2024, in quello che è diventato noto come "Martedì nero", dopo che i funzionari del carcere hanno represso le proteste contro la pena di morte nella prigione.
Nel corso delle ultime sette settimane, i prigionieri politici di altre quattro grandi carceri si sono uniti agli scioperi su base settimanale.
Nel 2023, almeno 834 persone sono state giustiziate in Iran, con 7 impiccagioni effettuate in spazi pubblici.

La seguente dichiarazione è stata rilasciata l'ultimo martedì dell'anno solare iraniano (19 marzo del calendario gregoriano), che segna l'ottavo “martedì nero”.

Al nobile e libero popolo dell'Iran,
Noi, un gruppo di prigionieri, siamo in sciopero della fame ogni martedì da sette settimane per protestare contro l'emissione di sentenze capitali ed esecuzioni e per fermare la macchina delle uccisioni e delle esecuzioni.
Oggi, l'ultimo martedì dell'anno, mentre scioperiamo per l'ottava settimana, ricordiamo tutte le vittime del sistema di repressione della tirannia religiosa, in particolare quelle giustiziate.

L'obiettivo della nostra campagna "Martedì nero" e degli scioperi della fame settimanali è quello di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sul fatto che "
la pena di morte è un omicidio di Stato, è una punizione irreversibile e uno strumento di repressione e intimidazione del dispotico governo di minoranza che governa il Paese".
Siamo profondamente grati per il sostegno di tutti coloro che hanno aderito alla campagna dei "Martedì neri" per "No alla pena di morte" e sono diventati le nostre voci.

Ora, alla vigilia del nuovo anno e dell'arrivo della primavera della natura, porgiamo i nostri saluti a tutti i nostri compatrioti e ci auguriamo che il nuovo anno sia l'anno della vittoria del popolo iraniano e della realizzazione della libertà e della giustizia. E presto, in una società libera da discriminazioni, violenza, tirannia e sfruttamento, emergerà un sistema che garantisca i diritti umani a tutti i cittadini e saranno aboliti ordini medievali come la pena di morte.

Siamo fiduciosi che non sia lontano il giorno in cui il popolo iraniano otterrà il potere democratico di determinare il proprio destino e nessun cittadino sarà soggetto a oppressione e ingiustizia a causa della propria opinione. Ma fino a quel giorno, consideriamo nostro dovere morale continuare a protestare contro la pena di morte da dietro le sbarre anche l'anno prossimo, e chiediamo a tutte le coscienze vigili e alle persone libere di sostenere la nostra campagna.

Infine, alla luce dei recenti rapporti presentati al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite e della necessità di condannare a livello internazionale le violazioni dei diritti umani e le esecuzioni in Iran, crediamo che la vittoria del popolo e il raggiungimento della giustizia non siano possibili se non attraverso l'unità e la solidarietà del popolo iraniano.
 Nel caso della pena di morte, sottolineiamo la necessità di unità e azione collettiva per fermare le esecuzioni a prescindere dalle opinioni, dalla nazionalità, dall'etnia, dalla religione e dal tipo di accuse, e chiediamo il sostegno di tutte le coscienze libere in Iran e nel mondo per percorrere questo difficile cammino.

U
n gruppo di prigionieri in sciopero della fame del "martedì nero" nelle carceri di Ghezel-Hesar, Evin, Karaj, Mashhad e Khorramabad.
(Fonte: IHR, 20/03/2024)
 

Nessuno tocchi Caino rilancia la richiesta di abolizione dei prefetti.

 ABOLIAMO I PREFETTI: LA BATTAGLIA DI EINAUDI E PANNELLA, LO STATO DI EMERGENZA ANTIMAFIA È DIVENTATO REGIME

Sergio D’Elia su L’Unità del 28 marzo 2024


Il consiglio comunale di Africo è stato sciolto per mafia nel dicembre del 2019. Era composto da 12 ragazzi incensurati e da un sindaco studente universitario. La loro colpa? L’identità anagrafica, il rapporto di parentela, l’appartenenza a una comunità di poche anime nata col segno di Caino marchiato sulla fronte fino all’ultima discendenza di nomi e cognomi identici. Nessun delitto di sangue, nessuna appartenenza alla mafia. La colpa dei ragazzi del consiglio di Africo era di essere nati ad Africo.

Il comune di Siderno è stato sciolto da un Prefetto che appena lasciata la Calabria ha pubblicato un libro dal titolo “Prefetto in terra di ‘ndrangheta”. Quasi fosse il capo di una spedizione coloniale in una terra barbara da liberare dal male e condurre alla civiltà. Quel Prefetto “sceso” in Calabria con le armi e i bagagli dell’antimafia ha travolto anche un Sindaco, Pietro Fuda, che in tutta la sua vita, da militante comunista, sindacalista, senatore della Repubblica, la mafia l’aveva davvero combattuta. Con le armi del diritto e della coscienza e non con la terribilità di leggi speciali e d’emergenza.

Nell’aprile del 2017 questura e prefettura avevano delegato all’Amministrazione guidata da Paolo Mascaro l’organizzazione della Festa Provinciale della Polizia di Stato sino ad allora mai tenutasi in città. A novembre, su proposta della prefettura, il Consiglio Comunale di Lamezia Terme è stato sciolto. La colpa? Aver assegnato alla Caritas per trent’anni, previo bando pubblico, un bene confiscato alla criminalità organizzata. L’anomalia? La durata temporale della concessione: trent’anni erano troppi.

Il consiglio comunale di Sinopoli è stato sciolto per decreto il 1° agosto del 2019. Il pericolo mafioso consisteva nelle relazioni di parentela, affinità, frequentazioni tra amministratori e soggetti “controindicati” abitanti in un borgo di duemila anime in cui tutti sono parenti di tutti e amici di tutti.

Il Comune di Mezzojuso è stato sciolto in diretta TV. Nel corso dell’ennesima puntata trasmessa dalla piazza del paese di una delle telenovelas più lunghe dei talk-show italiani, il conduttore Massimo Giletti chiese all’allora Ministro degli Interni Matteo Salvini l’invio degli ispettori per una verifica di infiltrazioni mafiose. Come un imperatore che nell’arena con il pollice decide la vita o la morte secondo il volere del popolo, il Ministro inviò i commissari prefettizi e qualche mese dopo il Comune fu sciolto.

Il consiglio comunale di Monte Sant’Angelo è stato sciolto nel luglio del 2015 con la formula di rito: “condizionamenti della criminalità organizzata tali da alterare il libero esercizio delle funzioni politiche e amministrative”. Il Sindaco Antonio Di Iasio, una persona per bene lontana anni luce da logiche e pratiche criminali, non credeva a suoi occhi e ha subito pensato “avranno sbagliato Comune”, visto che una memoria dell’Avvocatura di Stato scritta per Monte Sant’Angelo, che è in provincia di Foggia, veniva presentata a firma della prefettura di Reggio Calabria.

L’eventuale scioglimento del Comune di Bari sarebbe l’ennesimo capitolo di una storia tutta italiana segnata tragicamente dal braccio violento della legge: la Giustizia che, nella sua raffigurazione classica, è personificata da Dike, la dea che in una mano brandisce una spada e con l’altra regge una bilancia. L’arma è in alto e incute timore, incombe minacciosa ed è pronta a colpire. La bilancia è in basso, i piatti a volte sono in perfetto equilibrio di bene e male, a volte sono impari, il torto predomina sulla ragione e, letteralmente, “torce” il “diritto”. E quando la giustizia tortura il diritto, inevitabilmente, tortura persone, violenta non solo la loro libertà e dignità, ma anche la loro vita.

Gli ultimi trent’anni di storia italiana possono essere autenticamente testimoniati solo da chi li ha vissuti nei luoghi deputati, giudiziari ed extragiudiziari, del potere di Dike: le questure, i tribunali e le carceri, ma anche le commissioni parlamentari e le prefetture del nostro Paese, che un tempo era detto “culla del Diritto” e che oggi ne è divenuto, ormai, la tomba.

Se apriamo le pagine di cronaca di un giornale o le pagine di un libro di Storia, non troveremo mai raccontate le vicende di un Paese alla luce dello stato del diritto, l’unico lume che può farci vedere davvero quanto è accaduto e continua ad accadere in Italia. Meno che mai sono raccontate le storie delle vittime – gli imprenditori espropriati dei loro beni, gli interdetti dai pubblici affari, i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali derubati del voto popolare – che hanno vissuto sulla propria pelle la morte del diritto che comporta ineluttabilmente la morte di persone e di popoli.

Negli ultimi trent’anni, abbiamo assistito al degrado dalla Costituzione formale, scritta dai nostri padri costituenti, alla costituzione materiale, riscritta e interpretata dai nostri governanti. A ben vedere, il passaggio degradante è stato dall’ordine giudiziario al potere giudiziario, dall’ordine democratico al potere burocratico, dallo Stato di diritto allo Stato dei Prefetti.

Ordine e potere non sono compagni, sono nemici. “Ordine” è sinonimo di “diritto”, legge fondamentale, armonia, equilibrio, insieme di cose diverse. Non “legge e ordine”, la legge è – voce del verbo essere – ordine, il principio d’ordine da cui tutto origina, che tutto lega e a cui tutto tende.

La “guerra dei trent’anni” dichiarata dall’Italia alla mafia non è ancora finita. Se la mafia non è più quella di una volta, criminale e stragista, se i capi dei capi sono morti o sepolti nel cimitero dei vivi, permane la setta religiosa che quella guerra ha ispirato e alimentato alimentandosene. La professione di fede antimafiosa non ammette tregua, deroga giuridica, tentennamento politico, eresia garantistica. Lo stato di guerra non può essere dichiarato finito. L’armamentario emergenzialista di leggi, misure, procedure e apparati speciali non può essere smantellato.

Questo stato di cose non è più un sistema, è un regime. Sì, di questo si tratta e così va chiamato: regime. Perché quando uno stato di guerra e di emergenza dura da così tanto tempo, dal momento che la durata è la forma delle cose, questa forma di stato – illiberale, antidemocratico e violento – diventa, tecnicamente, un regime. Così abbiamo definito, giustamente, il regime fascista, che è durato un ventennio.

Il nostro regime democratico di emergenza antimafia dura ormai da oltre un trentennio. Eppure, pochi si scandalizzano, quasi nessuno ne chiede la fine.

In questo trentennio di guerra di religione contro la mafia sono stati traditi i principi sacri, le norme universali, le regole fondamentali dello Stato di diritto, del giusto processo, della presunzione di innocenza. Ai processi e ai castighi penali sono stati affiancati e spesso preferiti processi sommari e castighi immediati e più distruttivi. Quelli delle misure di prevenzione, dei sequestri e delle confische personali e patrimoniali, che hanno minato la libertà di impresa e il diritto al lavoro, hanno spogliato della proprietà le imprese e a volte dei beni minimi essenziali intere famiglie. Quelli delle informazioni interdittive antimafia, delle black e delle white list prefettizie, che hanno stravolto il sistema di trasparenza e libera concorrenza e imposto il controllo di fatto sull’economia degli organi di governo sul territorio. Quelli dello scioglimento dei Comuni per mafia, che ha umiliato e marchiato per sempre le istituzioni rappresentative di base.

Pochi si rendono conto che l’annullamento per decreto del potere centrale della vita democratica di base – la competizione politica, la partecipazione popolare, le elezioni – trasmette un messaggio devastante: cioè, che la democrazia è un sistema superato, le istituzioni più vicine ai cittadini sono forme anacronistiche della vita politica. Quasi nessuno considera che lo scioglimento di un Comune per mafia ha il significato anche di infliggere, non solo al suo sindaco, alla giunta e al consiglio comunale, ma all’intera comunità, la “pena di infamia”, una pena che veniva comminata solo nel Medioevo. Con quel marchio, i dignitari perdevano la loro dignitas, venivano degradati al rango degli “infami”, di cittadini senza cittadinanza.

Vige in Italia un sistema di potere arbitrario, pieno e incontrollato di cui sarebbe ora di liberarsi. La giustificazione al suo permanere è sempre la stessa: la mafia è il male assoluto e il fine di combatterlo giustifica ogni mezzo. Anche se i mezzi che lo Stato usa a fin di bene assomigliano molto ai mezzi usati dall’anti-Stato a fin di male. Anche se segnano la fine dello Stato di diritto e il trionfo dello Stato di sospetto, il ritorno allo Stato dei Prefetti d’epoca fascista.

In nome dell’emergenza e del pericolo mafioso, il Prefetto è diventato il dominus assoluto e incontrastato sulla vita politica, economica, sociale e amministrativa a livello locale. Di fatto decide sull’esercizio dei diritti civili e politici di una comunità, sulla libertà di fare impresa, sul diritto al lavoro, sulla vita di imprenditori e lavoratori. In definitiva, sulla vita del diritto e sul diritto alla vita nel nostro Paese.

“Abolire i Prefetti!”. Sarebbe ora di riprendere la battaglia che fu di Luigi Einaudi, e dopo di lui anche di Marco Pannella, volta a superare questo retaggio del centralismo napoleonico, questa protesi del potere centrale e di occupazione dello Stato sulla più periferica forma di vita democratica, politica e civile.

mercoledì 28 febbraio 2024

, IL FEROCE OMICIDIO DI UN EROE DELLA NONVIOLENZA

 Uccidere uno spirito libero non uccide la libertà, anzi.

E uccidere un nonviolento porta sempre molto male a chi lo fa.

AMg


PUTIN HA UCCISO NAVALNY

Ho solo letto la notizia, come tutti. Non so e non voglio approfondire quale siano state le cause della morte del dissidente russo Alexei Navalny. In ogni caso non possono essere “cause naturali”. Non c’è nulla di naturale in tutto ciò che avviene in Russia, meno che mai in un luogo di privazione della libertà dove tutto è strutturalmente innaturale, concepito e realizzato contro la natura umana e il senso di umanità.

Mai come in questo caso può valere la massima che molti attribuiscono, oltre che a Voltaire, proprio a due grandi della storia e della letteratura russa, Tolstoj e Dostoevskij: se vuoi misurare il grado di civiltà di un Paese vai a vedere cosa accade nelle sue carceri.

Non solo in Russia, una morte in carcere non può essere mai un evento naturale, ma solo un atto criminale. La morte di Navalny è un atto omicida del regime russo che ha mostrato così la sua vera faccia, un volto feroce e spietato.

Può accadere che un oppositore politico decida di fare una lotta di liberazione violenta nei confronti del regime e quindi mette nel conto le conseguenze di questa sua azione. Nel caso di Navalny parliamo di una persona forte e mite, col carattere di acciaio e un corpo lieve come una piuma.

Di anno in anno, di lotta in lotta, da un digiuno all’altro, da una prigione all’altra, da una cella di isolamento all’altra, di tortura in tortura, il corpo di Navalny ha perso peso, è stato scavato e levigato fino a scomparire in esso ogni traccia di materia.

Come in un processo omeopatico, di diluizione in diluizione, della materia originaria di cui era fatto Navalny era rimasta l’essenza, il principio attivo, quello della coscienza. Hanno ucciso un obiettore di coscienza. Nel senso che hanno ucciso un uomo che era diventato un tutt’uno con la sua coscienza. Non hanno ucciso Navalny, hanno ucciso la sua coscienza, l’essenza di tutto ciò che di lui era rimasto.

Navalny è stato, continua a essere testimone e simbolo della resistenza al regime, a tutti i regimi, “incarnazione” spirituale di una visione diversa, quella della coscienza, dell’armonia, della fratellanza, dell’amore universali. Navalny è stato un essere di luce che, anche nel silenzio e nel buio di una galera, ha illuminato e continua a illuminare la via per creare un nuovo mondo.

E’ già successo nella storia russa, che la speranza di un ordine nuovo nascesse proprio nel sottosuolo del regime, e di un regime come quello sovietico, nei gulag e nelle prigioni di Stalin. Era incarnata da uomini e donne come Navalny, dai perseguitati, dai prigionieri e dai deportati sui quali era comunque sceso lo spirito creatore di un ordine superiore che non sarebbe tardato a venire. Ci è voluto tempo, eppure, contro ogni speranza, la loro forza “religiosa”, letteralmente, di relazione, pur nell’isolamento dal mondo, è riuscita a cambiare il mondo e i suoi confini.

Alexei Navalny ha provato che quel che si vive nel proprio mondo interiore è indistruttibile, può risuonare oltre le mura della prigione più isolata, cupa, blindata. Non bisogna essere in miliardi, in milioni, in migliaia e neanche centinaia per cambiare il mondo.

Anche pochi, rari, uomini soli possono creare il cambiamento: la loro coscienza, il loro amore e la coerenza del loro modo di pensare, di sentire e di agire e il metodo della nonviolenza, possono creare il nuovo possibile. Coscienza, amore, nonviolenza sono la forma delle cose, il principio d’ordine da cui tutto origina, che tutto lega e a cui tutto tende.

Alexei Navalny ha amato a tal punto il suo Paese da decidere, da libero, di ritornare nel luogo che sarebbe stato per lui di prigionia, di tortura e di morte. Questo significa amare. È in questo che si misura il valore della nonviolenza. Sentirsi profondamente responsabili di ciò che si ama, responsabili financo della vita del proprio nemico.

Il corpo di Navalny è stato, dal suo nemico, fatto prigioniero, isolato, torturato, umiliato, ucciso. Ma il suo spirito irriducibile non morirà mai, continuerà a illuminare e orientare la vita russa, l’istanza di libertà, di diritto, di democrazia di milioni di russi, e non solo.

Sergio D’Elia  /NTC) su L’Unità del 17 febbraio 2024

lunedì 12 febbraio 2024

IRAN: 882 esecuzioni capitali nel 2023 e 35 persone condannate a morte nel solo gennaio 2024

Più di due persone fatte penzolare ogni giorno con una corda intorno al collo

08/02/2024 -

 IRAN. 2023: record di esecuzioni e nuove condanne; 882 esecuzioni e 198 condanne a morte.

Human Rights Activists News Agency (HRANA) rileva un preoccupante aumento del numero di condanne a morte nella Repubblica islamica, che ha raggiunto un picco di 12 mesi con 35 persone condannate a morte nel solo gennaio 2024. Dal gennaio '23 al gennaio '24 Hrana ha registrato 882 esecuzioni e 198 nuove condanne a morte.

Secondo la documentazione registrata da Hrana, la Repubblica islamica ha assistito a una significativa impennata nell'emissione di condanne a morte nel gennaio 2024, con 35 persone condannate alla pena capitale - il massimo registrato in più di 12 mesi - e un totale di 86 persone giustiziate.

Il gennaio 2024 è stato segnato anche dall'efferata esecuzione di Mohammad Ghobadlou. Ghobadlou è stato giustiziato in relazione alle proteste "Donne, vita, libertà". Il suo caso ha attirato l'attenzione internazionale a causa di segnalazioni di malattie mentali e di processi privi di qualsiasi parvenza di giusto processo.

In Iran, la pena di morte viene regolarmente comminata a seguito di processi che non rispettano le garanzie di un giusto processo, in un sistema giudiziario che manca di trasparenza e imparzialità e per crimini che non rientrano tra quelli più gravi previsti dal diritto internazionale. Il continuo ricorso alla pena di morte in questo modo costituisce una grave violazione del diritto alla vita ai sensi dell'articolo 6 dell'ICCPR.

Inoltre, e in particolare nel caso di Mohammad Ghobadlou, l'imposizione della pena di morte a persone affette da disturbi mentali è severamente vietata dal diritto internazionale, come ribadito dalla Sezione 3(e) della Risoluzione della Commissione ONU per i Diritti Umani (2000/85).

 Un esame delle esecuzioni e dell'emissione di sentenze capitali nel periodo compreso tra gennaio 2023 e gennaio 2024 dimostra che il numero di esecuzioni supera costantemente il numero di nuove condanne a morte emesse. Questa disparità è evidente, e suggerisce che le autorità intendano “smaltire l’arretrato”.

L'Iran continua a essere tra i primi al mondo in termini di pena capitale, nonostante gli appelli internazionali per l'abolizione della pena di morte, in particolare per i crimini che non rientrano tra quelli più gravi secondo il diritto internazionale. È evidente che la Repubblica islamica si rifiuta di rispondere agli appelli della comunità internazionale. I membri della magistratura iraniana, complici della totale mancanza di conformità con gli standard internazionali sui diritti umani, devono continuare a essere ritenuti responsabili attraverso vari meccanismi di responsabilità internazionale, come il sistema di sanzioni “Magnitsky”*, da applicare a giudici, funzionari e membri delle forze dell'ordine per il loro coinvolgimento nel continuo uso della pena capitale come strumento per vittimizzare e mettere a tacere.

*L’avvocato russo Sergei Magnitsky nel 2007-2008 denunciò pubblicamente una frode fiscale su larga scala nel suo Paese che coinvolgeva funzionari di polizia, magistrati, ispettori del fisco, banchieri e organizzazioni criminali di stampo mafioso. In seguito alle sue denunce, fu arrestato e – dopo undici mesi di detenzione senza processo in condizioni durissime – morì in una prigione di Mosca, a 37 anni, nel novembre del 2009. L’imprenditore statunitense William Browder, suo assistito, lanciò quindi una campagna affinché venissero imposte sanzioni mirate nei confronti dei funzionari coinvolti, finalizzate ad impedire loro di entrare nel territorio USA e ad escluderli dal sistema economico-finanziario americano. Nel 2012 il Congresso approvò il Magnitsky Act, che prevedeva sanzioni individuali consistenti, in particolare, nel congelamento dei beni e nel rifiuto del rilascio del visto d’entrata negli Stati Uniti. (da: https://fidu.it/language/it/legislazione-magnitsky-2/)

https://www.en-hrana.org/hra-records-highest-number-of-death-sentences-imposed-by-the-islamic-republic-in-more-than-12-months/

(Fonte: Hrana)




DUE IMPICCATI AL GIORNO: LA GUERRA DELL’IRAN AGLI IRANIANI


Guerra deriva dal tedesco antico werra che esprime il senso del disordine proprio della mischia in cui i corpi, nello scontro, si aggrovigliano e si macellano secondo quella modalità di combattimento che connotava le popolazioni germaniche antiche, “barbare” appunto. Guerra e barbarie camminano insieme. Tant’è che dove c’è guerra c’è barbarie. Meno scontato ma altrettanto vero è che dove c’è barbarie c’è guerra. Come definire infatti la carneficina delle esecuzioni capitali in Iran se non come una guerra del regime teocratico nei confronti del suo stesso popolo?
 
Nell’anno che si è da poco concluso sono state giustiziate almeno 883 persone secondo il monitoraggio quotidiano di Nessuno tocchi Caino (almeno 850 secondo Iran Human Rights Monitor). Solo una minima parte di questa macellazione, il 17%, è stata resa pubblica dai mezzi di informazione. Eppure parliamo di una media di più di due persone fatte penzolare ogni giorno con una corda intorno al collo secondo un orrido ritmo confermato da questo primo mese del 2024 che ha visto almeno 70 giustiziati in 31 giorni. Una mattanza talmente vergognosa che è lo stesso regime che la vuole tenere nascosta. Mi ricorda la segretezza che avvolgeva l’industria della morte del campo nazista di Auschwitz, ben descritta dal medico ebreo ungherese Miklos Nyiszli nel libro curato da Augusto Fonseca “Sono stato l’assistente del dottor Mengele”.

La barbarie, come la guerra, comporta l’eclissi del senso di umanità per come questo è andato definendosi anche nelle norme di diritto internazionale cogente, perché da tutti condivise, che vietano la pena di morte nei confronti di chi era minorenne al momento del fatto o abbia compiuto reati non di sangue legati alla droga. La barbarie iraniana è giunta l’anno scorso a impiccare 7 minorenni e 494 condannati per reati legati alla droga. Quanto alle 27 donne giustiziate, prima dell’aggrovigliarsi della corda al loro collo ci sono stati i processi ingiusti attorcigliati ai loro corpi abusati da mariti che alla fine hanno ucciso per difendersi.

Avviluppati da processi privi delle garanzie minime sono stati anche i corpi dei 20 giustiziati per motivi politici nel 2023. Tra loro i partecipanti alle manifestazioni “Donna, vita, libertà” come Mohammad Ghobadloo, giustiziato a Karaj lo scorso 23 gennaio. Gli era stata scagliata addosso l’accusa di Moharebeh (guerra contro Dio) e corruzione in terra per aver investito con la sua auto e ucciso un agente di polizia durante le proteste scatenate dalla morte di Mahsa Amini. Soffriva di un disturbo bipolare e la sua esecuzione era stata annullata dalla Prima Sezione della Corte Suprema. Eppure, nella mischia del disordine anche istituzionale del regime iraniano per cui un tribunale non rispetta quello che dispone un altro, è finito sulla forca, undicesimo manifestante dopo Mohsen Shokati, Majidreza Rahnavard, Mohammad Mehdi Karami, Mohammad Hosseini, Saleh Mirhashemi, Majid Kazemi, Saeed Yaghoobi, Milad Zahrawand, Mohammad Ramz Rashidi e Naeim Hashemi Qatalli.

Dallo stesso carcere di Karaj è giunta il 29 gennaio la tremenda notizia dell’esecuzione di altri quattro prigionieri politici curdi: Pejman Fatehi (28 anni), Mohsen Mazloum (27 anni), Vafa Azarbar (26 anni) e Mohammad (Hajir) Faramarzi (28 anni). Erano stati arrestati a Urmia il 22 giugno del 2021 e da allora non hanno mai potuto avere alcun contatto, visite o telefonate, con i propri familiari. L’unica visita è stata concessa poco prima dell’esecuzione. Durante la loro detenzione in una località tenuta segreta, con l’accusa di spionaggio a vantaggio di Israele, hanno subito torture che li hanno portati ad autoaccusarsi davanti alla telecamera. Immagini che poi sono state diffuse attraverso i canali del regime iraniano.

Occorre porre fine a questo barbaro disordine interno se vogliamo far terminare le minacce all’ordine internazionale. Ma per stabilire in Iran un ordine basato sull’armonia dei diritti umani universali bisogna che cambi il regime dei mullah e che cambino registro i paesi democratici, perché è stata la loro ultradecennale politica dell’accondiscendenza a mantenerlo immutato se non a renderlo peggiore.



Elisabetta Zamparutti su L’Unità del 4 febbraio 2024

martedì 12 settembre 2023

URGE UNA RIFORMA RADICALE DEL DOMINIO PREFETTIZIO SULLA DEMOCRAZIA



  Come reso noto da Palazzo Chigi, il Governo ha avviato l’esame del disegno di legge delega per la revisione della normativa sull’ordinamento degli Enti locali proposto dal Ministro dell’Interno Piantedosi. Stando alla bozza diffusa dai media, il restyling interesserà anche la “disciplina in materia di controllo sugli organi degli enti locali conseguente a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso o similare”. Il fatto che lo schema di delega preveda solo modifiche marginali alle norme in vigore rende chiaro come, per il Viminale, il sistema tutto sommato funzioni e non necessiti di particolari stravolgimenti. Ma le cose stanno davvero così? Vediamo cosa, a nostro avviso, avrebbe dovuto esserci nel disegno di legge e invece manca.

Innanzi tutto, nella proposta di Piantedosi non viene neanche sfiorato il tema dell’evanescenza dei presupposti per il commissariamento per mafia di un ente locale.

Eppure sono tante e autorevoli le voci che si chiedono se sia conforme alla Costituzione e possa essere ancora mantenuto in piedi un istituto che, grazie anche a evidenti forzature interpretative, consente all’esecutivo di rimuovere un’amministrazione democraticamente eletta ogniqualvolta ravvisi, sulla base di elementi indiziari, il “più probabile che non” pericolo di infiltrazione o condizionamento da parte della criminalità organizzata. E ciò con l’avallo del Consiglio di Stato, arrivato a sostenere che “l’accertata e notoria diffusione nel territorio della criminalità organizzata e le precarie condizioni di funzionalità dell’ente si configurano come condizioni necessarie e sufficienti per disporre lo scioglimento del Consiglio Comunale”.

Nel disegno di legge non è affrontata nemmeno la questione dell’eccessiva rigidità della disciplina vigente, che azzera per 18 mesi (sistematicamente prorogati a 24) tutti gli organi elettivi anche nel caso in cui i (probabili) tentativi di infiltrazione o di condizionamento non coinvolgono la parte politica ma solo i dipendenti dell’ente o, addirittura, i vertici o il personale delle società partecipate.

Parimenti, nella delega non vi sono disposizioni in grado di rimediare alla scarsa efficacia delle gestioni commissariali che, troppo spesso, sono state incapaci di instaurare un rapporto fiduciario con i cittadini e di rimuovere le inefficienze amministrative che avevano concorso allo scioglimento. Tanto è vero che sono molti i comuni sciolti per due o più volte.

Infine, nella bozza di ddl non è presa in alcuna considerazione la vexata quaestio dei diritti degli amministratori degli enti commissariati per mafia, ai quali non sono garantiti né il contraddittorio nella fase ispettiva, né la pienezza dei diritti difensivi in sede giurisdizionale.

Per evitare che le reali esigenze di riforma vengano svilite e l’intervento del legislatore si riduca al mero recepimento dei desiderata della burocrazia ministeriale, è dunque necessario che il Parlamento, se e quando prenderà in esame il provvedimento, eserciti in pieno le proprie prerogative, facendo tesoro anche delle esperienze maturate nella scorsa legislatura.

In particolare, sarebbe esiziale disperdere il proficuo lavoro svolto dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, che il 30 maggio 2022 ha predisposto un testo organico di riforma della disciplina sullo scioglimento dei consigli comunali e provinciali.

Mentre le direttive contenute nello schema di delega presentato dal Ministro dell’Interno prefigurano un semplice maquillage del sistema, il testo licenziato dalla Commissione parlamentare, sebbene non ne elimini tutte le contraddizioni e le incongruenze, ha il pregio di mirare alla risoluzione di molte delle problematiche sopra evidenziate.

E in effetti, uno dei cardini della proposta è rappresentato dall’esclusione della possibilità di sciogliere gli organi elettivi nel caso in cui il tentativo di infiltrazione e condizionamento riguardi solo la burocrazia dell’ente. In tale ipotesi, il governo limiterebbe il proprio intervento all’attribuzione di poteri straordinari di gestione al Segretario o al Direttore Generale ovvero, in caso di coinvolgimento di questi ultimi, a un Commissario esterno.

Altre modifiche di grande impatto sono rappresentate dalla più chiara definizione dei presupposti per lo scioglimento, dalla previsione del contraddittorio tra gli amministratori e la commissione di accesso, dalla riduzione della durata del commissariamento, dall’introduzione dell’obbligo di esclusività e di presenza per i membri della commissione straordinaria, dall’istituzione di un organo di rappresentanza dei cittadini e del mondo dell’associazionismo a supporto della commissione e di un albo ministeriale da cui attingere per le nomine dei commissari. Insomma, un pacchetto di aggiustamenti che, seppur non risolutivo di tutte le criticità, renderebbe l’istituto meno inefficiente e iniquo.

Speriamo di non doverci rammaricare per l’ennesima occasione sprecata.

Pasquale Simari su L’Unità del 3 settembre 2023


da NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

LA NOSTRA AZIENDA CONDANNATA A MORTE ‘A FIN DI BENE’

  La nostra azienda è nata alla Spezia nel 1932 ed è stata colpita a morte il 31 ottobre 2019. La chiamano “misura interdittiva antimafia”. Per il tuo bene, per prevenire il contagio del male assoluto, la Mafia, ti possono anche uccidere.

Nel nostro caso, la Questura e la Prefettura avevano presunto l’infiltrazione mafiosa dalla presenza di due dipendenti con precedenti penali. Secondo la loro geniale intuizione queste persone erano state inviate dalla camorra per impadronirsi della nostra attività. In realtà, erano state, una, raccomandata da un carabiniere del nucleo investigativo e, l’altra, arrivata grazie all’adesione della nostra azienda a un percorso di risocializzazione dei detenuti e su segnalazione della Casa Circondariale della Spezia con il beneplacito del Magistrato di Sorveglianza.

Il procedimento è stato impugnato al TAR e al Consiglio di Stato che, senza nemmeno considerare i ricorsi, ma solo sulla base della regola non scritta del “più probabile che non”, li ha rigettati, sottolineando anche che “con tanta brava gente che è senza lavoro, non era necessario assumere un detenuto”, calpestando l’articolo 27 della Costituzione. Oltretutto, queste persone, all’emissione dell’interdittiva, non facevano più parte dell’organico: uno già da settembre 2017 e l’altro da gennaio 2019.

Ci hanno pure contestato di aver lavorato con quattro aziende sospettate di aver avuto rapporti con persone “controindicate”, ma con procedimento a loro carico archiviato o prosciolte e giustamente iscritte alla white list delle varie Prefetture italiane che gli consente di lavorare con la pubblica amministrazione. A nulla è servito il ricorso in Cassazione, dove è stata evidenziata la commissione del reato di associazione a delinquere, reato che a noi non è mai stato contestato.

Attualmente, dopo tre anni e mezzo dalla prima denuncia pubblica tramite Nessuno tocchi Caino, si sta verificando ciò che noi avevamo previsto: il fallimento delle nostre aziende costruite con l’onesto lavoro di quattro generazioni di imprenditori, con una figlia che sarebbe stata la prima donna alla guida della Società dopo tre generazioni di uomini. È scandaloso che una misura con effetti così devastanti possa essere emessa a discrezione del Prefetto in seguito a indagini eseguite da organi di Polizia e senza alcun confronto tra le parti, in base a valutazioni infondate e contraddittorie che portano alla distruzione di imprese sane e persone oneste che le hanno create.

È sconcertante che sia il TAR sia il Consiglio di Stato si siano spinti a una valutazione anticipata di responsabilità quando queste, semmai, dipendono da future valutazioni che spettano al Giudice penale. Questo pre-giudizio nei nostri confronti ha condizionato l’intero procedimento. Principi e regole basilari del Diritto sono stati violati: presunzione di non colpevolezza, giusto processo, parità delle armi tra le parti in causa, rispetto della proprietà privata, della vita sociale e familiare. E pure della libertà di circolazione, perché, al titolare è stata applicata anche una misura di prevenzione personale per diciotto mesi che ha avuto effetti deleteri sia sulla persona fisica che giuridica.

Non tutti sanno che le imprese e le persone che vengono colpite da provvedimenti così brutali, se si potranno, forse, anche fisicamente rialzare, rimarranno delle anime morte che camminano e che vivono una vita ai margini della Società. Persone a cui è stata tolta l’azienda, il lavoro, la dignità. Calpestate da leggi ignobili e ancor peggio applicate in nome di una lotta alla Mafia solo di facciata. La nostra impresa, come altre decine di migliaia in Italia che hanno subito la stessa sorte, non sono state nemmeno sfiorate dal fenomeno mafioso. Ciò nonostante, sono state annichilite con una violenza al pari di un’arma di distruzione di massa da chi dovrebbe tutelarle.

Attualmente siamo inermi di fronte a tanta devastazione in attesa della liquidazione giudiziale delle nostre amate aziende senza poterci difendere, mentre ci viene strappato il frutto del nostro lavoro, magari a vantaggio di altre aziende competitrici che si trovano con un concorrente in meno sul mercato e con beni aziendali rilevabili all’asta a prezzi irrisori. Nella disgrazia abbiamo avuto la fortuna di venire in contatto con Nessuno tocchi Caino che ha preso a cuore la nostra vicenda e ci ha motivato a presentare ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, grazie alla collaborazione di avvocati eccellenti, è stato dichiarato ricevibile. Ci rimane la speranza che, a seguito di tanti ricorsi alla CEDU, finalmente ci si renda conto che in Italia esiste un sistema di prevenzione che sarà sicuramente necessario per la lotta alla Mafia ma che ha bisogno di correttivi urgenti per evitare che imprese sane che rappresentano la ricchezza del grano del Paese siano mischiate indiscriminatamente con la miseria della gramigna criminale.

Agostino ed Ester Ferdeghini su L’Unità del 3 settembre 2023

mercoledì 12 maggio 2021

12 MAGGIO 2021 Nel cuore Giorgiana

 Giorgiana Masi oggi avrebbe 64 anni, se la sua vita non fosse stata brutalmente interrotta quel 12 maggio del 1977 da una pallottola che ancora non ha un autore.

A 44 anni  ( quarantaquattro, quasi mezzo secolo)  di distanza da quel giorno, non ci è ancora consentito sapere chi ha sparato e perché anche se le supposizioni non mancano.  

Ma occorre insistere a chiedere la verità e non smetteremo.

https://albamontori.blogspot.com/2011/05/giorgiana-sei-nel-mio-cuore.html

Oggi saremo di nuovo lì dove ti è stata portata via la tua giovane vita a chiedere giustizia per ciò.

E non smetteremo finché non le avrai: VERITA' vera e  GIUSTIZIA giusta.

Ciao, Giorgiana cara, bella per sempre.


Alba Montori

sabato 27 marzo 2021

PARLAMENTO SENZA IDEALI...

Questo scritto è  di  Mauro Mellini, amico, giurista, laico  fino al midollo, italiano, che se n'è andato l'estate scorsa alla veneranda età di 93 anni, dopo una vita intera spesa per la giustizia giusta.

Mi mancano le sue discussioni sulla nostra giustizia e le nostre istituzioni politiche di cui lo ringrazio, dedicandogli un pensiero affettuoso.

AMg

PARLAMENTO SENZA IDEALI
La prima volta che vidi l’aula di Montecitorio ero uno studente venuto a Roma, un po’ impacciato ma con un bagaglio forse troppo pesante e confuso di ideali, di convinzioni, di speranze. Non c’era ancora la Costituente. C’era in aula una seduta della Consulta, una specie di palestra per l’esercizio dei futuri deputati, i cui componenti erano stati nominati dal Governo su designazione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) dai partiti e dai sindacati ed associazioni varie. Qualcosa che assomigliava, perciò, un po’ troppo ad una variante “democratica” della Camera dei Fasci e delle Corporazioni che vi era stata insediata dal regime da poco rovesciato e bandito.
Ricordo che quell’aula che l’arroganza provocatoria di Mussolini aveva definito “sorda e grigia” e che, in realtà non è un capolavoro di buon gusto, mi apparve come un tempio, un luogo sacro alle libertà che avevo viste sprezzate e conculcate. E la mia presenza lì, consentitami da un biglietto per le tribune passate per più mani, la sentii come un pellegrinaggio laico.
Devo dire che altrettanta commozione non provai quando nel 1976 tornai in quell’aula da deputato (ero tornato da spettatore in tribuna quando era in corso l’Assemblea Costituente).
Credo che nessuno di quanti leggeranno queste righe riconoscerà in quella commozione di un ragazzo nel 1946 altro che un moto dell’animo ancora quasi adolescenziale. Ma, a parte il fatto che allora si poteva avere (e qualcosa io ne avevo) una esperienza ed una storia personale anche ad un’età considerata “immatura”, quella sensazione della sacralità del Parlamento e della sua stessa sede non era affatto da ritenersi puerile o propria di persone facilmente portate all’emozione.
Benedetto Croce, che non era un “credente”, riconoscendosi nel Cristianesimo solo come in una delle componenti essenziali della nostra storia (di qui il suo “Perché non possiamo non dirci cristiani”) disse nel suo discorso di apertura della Costituente che in quel momento l’animo dei Costituenti, di fronte al compito ad essi assegnato dalla storia, dovesse levarsi ad una invocazione, quella della frase liturgica “Veni creator spiritus”.
Se vado oggi rovistando nel mio passato e riflettendo su quegli eventi della storia di cui sono stato testimone, è perché la legislatura inaugurata nei giorni scorsi ed il contesto e l’atmosfera stessa della nostra vita odierna, segnano l’opposto, il fondo del pozzo (e sperabile) non tanto e non solo della disgregazione di partiti e, benché nessuno voglia ammetterlo, di istituzioni, e non solo come ipotetici “templi della libertà”, ma della stessa concezione della vita pubblica come contesto in cui emozioni profonde, senso della “società civile”, ideali ed idee e dedizione ad esse di vita di giovani e di anziani sembrano addirittura inconcepibili, magari false o risibili.
Giorni fa il Segretario della C.E.I., ha commentato l’esito delle elezioni italiane, rilevando che per la prima volta in Parlamento non esiste una rappresentanza che si qualifichi cattolica.
La considerazione è in verità meno significativa e tempestiva di quanto sembri perché è stato proprio l’abuso della qualifica di partiti cristiano e cattolico di quella che fu la D.C. e poi del gruppo che con varia denominazione volle presentarsi come suo erede, a dare il colpo più grave alla struttura ideologica della costituzione dei partiti ed a rendere vaga ed inconsistente la qualificazione ideologica che essi si davano. Per troppo lungo tempo il partito della Democrazia Cristiana non fu che un camuffamento di un partito neotemporalista, appoggiato e reso potente dalla struttura organizzativa della Chiesa Cattolica. Quando, dopo il referendum sul divorzio e dopo la progressiva “internazionalizzazione” del papato, venne meno il carattere neotemporalista, la qualificazione “cristiana” non ebbe più reale valore.
Contemporaneamente o quasi, si spensero le luci della ideologica comunista. Lo spegnimento di quella socialista fu invece traumatico, operato secondo la strategia che il Partito Comunista Sovietico aveva imposto ai “confratelli europei”.
Ma non è qui ed ora il caso di soffermarsi sulla storia della fine delle ideologie come forze portanti dei partiti italiani.
Certo è che, dopo “Mani Pulite” una differenziazione ideologica non esiste più e la stessa fantasia nella ricerca di nuove denominazioni conferma che le divisioni in fazioni contrapposte (in realtà non è neppure esatto parlare di contrapposizione) è più o meno casuale. Senza ideologie e senza ideali. E poi, inevitabilmente senza idee coerenti.
E’ inutile dire, quindi che l’appartenenza a siffatti partiti non può essere, a sua volta che casuale o di convenienza contingente. E che parlare di passione per la politica in tale situazione è poco meno che risibile.
Che l’”antipolitica” e la politica più rozza e corrotta si diffonda e diventi “normale” è in certa misura inevitabile.
Una politica senza ideali e senza passioni non sa essere figlia e momento della storia né espressione di una cultura.
E attira più gli ignoranti che le persone colte, mentre favorisce, al più, la nascita e la crescita di corporazioni di tecnocrati nonché di “signori della legge” (magistrati come partito).
Abbiamo parlato, poc’anzi, della scomparsa dei partiti “ideologici” comunista, socialista e cattolico.
Quanto al Partito Liberale esso era stato già marginalizzato e schiacciato proprio dalla tenaglia cattocomunista. Paradossalmente di esso ne è forse rimasto qualcosa più degli altri partiti. Confusa un’idea liberale, con le “regole del giuoco” che i suoi nemici hanno accettato o finto di accettare per fare la loro politica illiberale e di demonizzazione di quanti il liberalismo ci ha dato ed ha dato alle formazioni di questa società è ciò che ne rimane.
Talvolta si ha la sensazione che la distruzione del partito, delle idee e delle culture liberali, essendo compito politico di altre forze che ha contraddistinto un’epoca, sia stata meno integrale e profonda della distruzione per consunzione delle ideologie dei suoi carnefici. Può darsi che ciò sia anche più vero e rilevante di quanto possa apparire.
E può darsi che proprio in questo le future generazioni possano sperare.
Mauro Mellini
26.03.2018

venerdì 11 settembre 2020

Dedichiamo un pensiero affettuoso e un ricordo all'infelice Beatrice.

Oggi 11 settembre 2020 ricorrono 421 anni dalla morte di Beatrice Cenci per mano del boia sulla pubblica piazza di Roma.

Fanciulla nobile, bella e colta, era nata libera e ricchissima ereditiera, ed era molto amata dal popolo romano che conosceva la sua storia. 

L'immensa ricchezza, la ricchezza di famiglia accumulata dal nonno Cristoforo, spesa e utilizzata dal padre per i suoi affari e tenere a bada la corte pontificia e il papa che volevano impossessarsene, non portò loro alcuna fortuna: il padre Francesco screditato moralmente fu ucciso in circostanze opinabili lontano da Roma, probabilmente da sicari di Clemente VIII col preciso scopo di liberarsi di una famiglia potente e scomoda e incamerare i loro beni.

  Beatrice, i suoi fratelli Giacomo, Bernardo e Paolo, assieme alla matrigna Lucrezia Petroni furono accusati del delitto di parricidio e riconosciuti colpevoli con un processo farsa, in cui il papa rimase sordo ad ogni richiesta di grazia, come lo era stato prima del fattaccio a ogni richiesta di aiuto di Beatrice.

I fratelli e la matrigna, assieme a Beatrice rimasero a lungo imprigionati tra Castel Sant'Angelo e Tor di Nona, torturati tutti orribilmente per un delitto che altri avevano commesso,  e infine Beatrice e Lucrezia furono giustiziate assieme mediante decapitazione e i suoi fratelli squartati....

Ella per ultima, per dare l'esempio, fu costretta a pagare la sua bellezza, la sua fierezza e la sua ricchezza per ordine del papa con la sua orribile morte, quando la sentenza capitale fu eseguita, senza possibile appello, l'11 settembre 1599 a Roma.
Lo scopo del potente pontefice, non dichiarato ma noto a tutti i cittadini romani, quello di impossessarsi dell'ingentissima fortuna in proprietà immobili e mobili della famiglia Cenci, che venne infatti distribuita dallo stesso tra il nipote Aldobrandini e i suoi sostenitori e clienti, utilizzando addirittura un testamento apocrifo di Beatrice.

Tuttavia questa giovane sfortunata non ebbe pace neanche da morta: le sue spoglie custodite nella cripta del tempietto di San Pietro in Montorio per sua espressa volontà, sono state  violate  da un ignoto soldato francese al soldo del Papa Pio IX, durante la terribile battaglia in cui cadde la Repubblica Romana del 1949. La testa, che era collocata accanto alla bara col corpo, fu rubata e mai più ritrovata....



Di lei ci è giunto forse solo questo ritratto, attribuito a Guido Reni, conservato nella Galleria di Palazzo Barberini


Ma le sue delicate fattezze sono reperibili anche in altri dipinti dell'epoca ..

Santa Caterina d'Alessandria
 dipinto a olio su tela (173x133 cm) realizzato nel 1598-1599 dal  Caravaggio

Maria Maddalena 
Guido Reni 1630 circa
e in questa stupenda tela del Caravaggio del 1597


Si dice anzi che Caravaggio abbia dipinto il quadro qui sopra pensando alla storia di Beatrice Cenci  Anche per questa ragione la tela è stata ritenuta dipinta nel 1599 circa (anno in cui Beatrice fu giustiziata) ed è possibile legarne la commissione a una ricevuta di pagamento, da parte di Ottavio Costa a Caravaggio per un quadro già iniziato, datata 21 maggio 1602.

AMg