Vivere per la proposta di legge Eutanasia Legale

Libertà sessuale, libera sessualità- 1976 - Adele Faccio

I colori di Emma BONINO. Una DONNA Istituzionale e oltre....

Alba Montori su Facebook

sabato 24 giugno 2017

In morte di Stefano Rodotà..

La morte di Stefano Rodotà
(dal profilo Facebook di Gianfranco Spadaccia)

"E' stato mio compagno alla facoltà di giurisprudenza nel 1954 e nel 1955, quando io ero poco più che matricola e  lui invece stava compiendo il terzo anno e si avviava alla laurea per divenire subito assistente di Rosario Niccolò. Insieme a lui, a Marco Pannella e a Tullio De Mauro costituimmo l'Unione Goliardica Romana. Da allora siamo rimasti amici nonostante  le diverse scelte politiche. Oltre all'esperienza altamente formativa e davvero autonoma dai partiti dell'UGI, abbiamo condiviso l'esperienza del primo partito radicale di Pannunzio, Ernesto Rossi, Niccolò Carandini, Leo Valiani. Lui veniva dalla Gioventù liberale come Tullio, Marco, Giuliano Ferrara, Giuliano Rendi e molti altri; io dal partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat.
La prima forte divaricazione politica avvenne quando, con Marco, Franco Roccella, Sergio Stanzani, Massimo Teodori, Mauro Mellini, Angiolo Bandinelli ci costituimmo in "Sinistra Radicale" rifiutando il centro sinistra come unico sbocco della crisi dei governi centristi. Lui scelse insieme ad altri (Ferrara, Jannuzzi, Craveri, lo stesso De Mauro) di stare invece con la maggioranza filolamalfiana del partito.
Molto tempo dopo, nel 1979, gli offrimmo la candidatura e l'elezione nelle "liste aperte" che presentammo in quell'anno dopo due anni di opposizione nel parlamento e nel paese alla politica di unità nazionale DC-PCi come conseguenza della strategia berlingueriana del compromesso storico. Il teorico del diritto, l'accademico, il liberale Rodotà scelse invece di essere eletto come indipendente nelle liste del PCI.
Ne nacque un confronto assai polemico e duro fra Marco, che contrapponeva la sua "saggezza" alla nostra "follia", e lui che rispose punto per punto.
A differenza di Marco io non mi meravigliai di quella scelta, che trovai coerente con quella compiuta all'interno del partito radicale. Come non aveva rotto con noi da posizioni di destra  all'inizio degli anni sessanta, quando era favorevole al centro sinistra, così non rompeva a sinistra nel 1979: si muoveva nella stessa logica realistica di unità con la DC rifiutando di operare per la realizzazione di una democrazia compiuta e di ogni possibilità di alternativa politica. Scelse così di portare  le sue posizioni critiche, il suo senso del diritto, il suo garantismo, il suo ambientalismo e la sua scelta antinucleare all'interno del mondo comunista dalle posizioni di una sinistra indipendente di cui noi denunciavamo la profonda dipendenza.
Ebbe torto nel non comprendere, durante gli anni di piombo, l'importanza di quanto Marco disse a proposito di Via Rasella o della nostra difesa dei diritti dei fascisti come delle nostre denunce del fascismo che era tuttora presente nelle leggi e nelle istituzioni. Ebbe qualche ragione invece a proposito degli arresti di Baffi e Sarcinelli  (decisi da un magistrato di destra, padre di un terrorista di estrema destra), nella mostra polmica contro il compromesso storico di cui, nella Banca d'Italia, vedevamo uno dei contrafforti. Come Marco, correggendo le posizioni di Franco De Cataldo, riconobbe, corremmo invece il rischio di ritrovarci accanto i difensori di Sindona, il cui scandalo fu il primo anello che, attraverso Calvi, il Banco Ambrosiano, ci avrebbe portato allo scandalo dello IOR: tutte materie che affrontammo nelle relazioni di minoranza delle commissioni di inchiesta di cui facemmo parte.
Pannella non fu mai tenero con Stefano Rodotà, che pure all'interno del mondo comunista, rimase un nostro interlocutore, un elemento di contraddizione a cui fare riferimento anche nell'azione parlamentare perché su molti dei contenuti e degli obiettivi di riforma legislativa (diritti civili, garantismo, laicità dello stato, ambientalismo) e anche referendaria le posizioni rimanevano comuni.
E fu proprio Marco, nel 1992, in uno dei momenti più critici della nostra Repubblica a proporne la candidatura come presidente della Camera in alternativa a Giorgio Napolitano. Non era una scelta solo tattica, nasceva dalla consapevolezza anche in Marco di questa contraddizione. Ed era una iniziativa importante quella di Marco dal momento che proprio lui in quei giorni aveva facilitato se non pilotato l'elezione di Scalfaro. Magari avesse avuto successo sulla candidatura di Stefano invece che su quella di Scalfaro.
In quella circostanza Stefano si ritrovò appoggiato dagli amici e compagni di un tempo e rifiutato invece dai suoi compagni comunisti.
Pur non frequentandoci molto, siamo sempre rimasti legati da una amicizia e stima, che ho ragione di ritenere reciproche. Un abbraccio a Carla, compagna di una vita.
Che la terra ti sia lieve, Stefano."

A commento:
"Condivido quanto detto da Gianfranco Spadaccia , che probabilmente non si ricorda di me. Voglio aggiungere un altro episodio relativo all'ultimo Congresso del Partito Radicale all'epoca del Mondo e dell'L'Espresso. Io giovanissimo ero molto vicino con Ettore Tito alla sinistra di Ernesto Rossi. Orbene, con il benestare di Ernesto, di fronte ad una maggioranza schiacciante stretta intorno a Pannunzio e Scalfari, che riproneva come Segretario Leopoldo Piccardi, decidemmo di unire le due minoranze, e quindi la sinistra di cui facevo parte con lo stesso Marco Pannella con la destra guidata da Stefano, Ferrara ed altri che accettarono. Marco invece contro la mia volontà volle ugualmente presentare una lista capeggiata da Ernesto Rossi e me. Avendo i voti delle due liste, io appena vincitore di un concorso di assistente ordinario presso la cattedra di Aldo Masullo a Napoli, mi trovai catapulpato nella Direzione nazionale, mentre Marco Pannella non veniva eletto neppure nel Consiglio Nazionale. Ritengo che questa differenza con Marco caratterizza bene la visione politica e le scelte successive di Stefano.

Con Stefano il rapporto è continuato fino ad una decina di anni fa. Si dirà molto sul bilancio dell'attività politica di Stefano di cui non ho condiviso le ultime scelte. Molti conoscono Stefano per le sue Battaglie , ma non il suo carattere. E' prevalsa una certa immagine di arcigna seriosità. Al contrario Infatti mentre presiedeva il partito in cui eravamo confluiti. venuto a Napoli per un'iniziativa del partito, volle essere accompagnato da me per mangiare una pizza. Mentre guidavo la macchina mi fermai davanti ad un semaforo in quanto era scattato il rosso. Fu allora che Stefano, approvando il mio comportamento, mi ricordò una sua precedente disavventura napoletana, nella  quale era lui a guidare. Fermatosi davanti ad un semaforo rosso fu violentemente tamponato da un tassista. Sceso dalla macchina il tassista si giustificò dicendo: "ma potevo mai pensare che a questa ora vi sareste fermato davanti ad un semaforo rosso?"..Mi è piaciuto ricordare questo episodio, che rivela un tratto umano di Stefano. al quale piaceva rievocare insieme a me la trattativa conclusa con l'alleanza tra le minoranze di destra e di sinistra, che era il preludio alla militanza comune in uno stesso partito."( Alfonso Di Maio)

venerdì 23 giugno 2017

Judit Malina avrebbe 90 anni...

IL CORPO A NUDO
La rivoluzione del Living Theatre sulle scene degli anni Sessanta tra Brecht e la nuova politica dei radicali. Ricordi militanti
di Angiolo Bandinelli
(da "Il Foglio", 18-04-2015)

Pochi giorni fa, in un ospizio di Englewood (NJ) dove, indigente, viveva, è morta, a ottantotto anni, Judith Malina. Ormai isolata e ignota ai più, era figura di altri tempi. Nel 1947, bellissima giovane ardente di eroici furori non solo artistici, insieme al marito - Julian Beck, pittore astratto, ammiratore e seguace di Antonin Artaud -  aveva messo in piedi una delle compagnie teatrali più celebri del secolo scorso, il "Living Theatre". Nata a Kiev, in Germania, aveva emigrato negli States con la famiglia (il padre era un rabbino), a New York frequentò la scuola di teatro di Erwin Piscator. Nel dolente coccodrillo che le ha dedicato, un giornale poteva definire il "Living Theatre" come portatore della "più importante rivoluzione culturale libertaria che il palcoscenico abbia vissuto". E' vero, ma non basta: quella rivoluzione libertaria fiorì non solo sul palcoscenico del "Living", dilagò per il mondo. Io ebbi la fortuna di assistere a una loro rappresentazione. E' una bella vicenda, mi coinvolse direttamente.

La compagnia arrivò a Roma alla metà degli anni '60, debuttò al Teatro Eliseo. Si era già resa nota per lo sperimentalismo formale con il quale traduceva scenicamente contenuti via via sempre più di forte impatto sociale e politico. Partecipe attiva dei movimenti contro la guerra del Vietnam (forse cantando in coro, assieme a Joan Baez, "We shall overcome") la compagnia venne boicottata, processata e condannata ad ammende. Per protesta contro una sentenza considerata vessatoria, i suoi attori misero in atto sit-in e rappresentazioni non autorizzate della loro pièce antimilitarista “The Brig”. La polizia li arrestò, fecero qualche settimana di carcere. Al processo, si attivarono per la loro difesa noti intellettuali tra i quali Allen Ginsberg, il poeta beat autore del famosissimo "Howl". Beck e Malina vennero dichiarati colpevoli e condannati alla galera. Di qui la decisione della compagnia di trasferirsi temporaneamente in Europa, a Parigi.

In Italia trionfava allora la drammaturgia ideologica di Bertolt Brecht, nella versione estetizzante di Strehler (a Roma, se non sbaglio, proprio all'Eliseo). L'arrivo del Living fu come un fulmine, accese i palcoscenici di una luce nuova, spiazzante e trasgressiva. Alma Sabatini, insegnante di lingua americana (“americana”, precisava, non “inglese”), ma anche nota militante radicale e tra le fondatrici, poco più tardi, del Movimento di Liberazione della Donna, mi regalò due biglietti, lei quella sera era occupata altrove. Andai assieme a Heather, la mia compagna. Dovemmo farci largo tra la folla strabocchevole. Mi pare si trattasse di "Mysteries and small pieces", una delle loro messe in scena più famose. Fu una emozione straordinaria. Soprattutto, inaspettata. La forma teatrale del Living, così nuova e sconvolgente, mi apparve subito consonante con cose, idee e iniziative che venivamo elaborando e vivendo nella sede del Partito Radicale di Via XXIV Maggio: imbevuta e partecipe delle idee e teorie ("subculture?") nate tra i movimenti alternativi dei campus universitari americani e i "figli dei fiori" (o hippies), poneva il corpo - non più la parola - al centro dell'azione teatrale. Recitando in collettivo, quasi nudi e quasi muti, gli attori davano vita a coreografie che erano insieme pantomima, danza, rito orgiastico - forse, già allora, "performances"-  con figurazioni e passi stilizzati, arcaici, sensuali e insieme di straordinaria purezza, di un espressionismo potente. Ma se Brecht era universalmente tenuto come il drammaturgo della ideologia di sinistra, il "Living" doveva essere manifestazione di una destra senza idee e dunque fatalmente reazionaria? Macché, se ne fece subito garante Nicola Chiaromonte, l'intellettuale antifascista e critico teatrale dell'"Espresso", chiuso ed ostile invece nei confronti dell'imperante Brecht. Chiaromonte aveva una particolare empatia per gli Stati Uniti, dove si era rifugiato da esule per sottrarsi al fascismo, divenendo una stella dei circoli "liberal" vicini a Mary Mc Carthy.

Anche sul palcoscenico, come ormai sempre più frequentemente nella vita quotidiana, vedevo dissolversi il chiuso riserbo con il quale la civiltà borghese circondava e nascondeva il corpo, e che ancora la mia generazione aveva introiettato come obbligato comportamento morale e sociale. A noi, giovani (radicali) impegnati a costruire un qualche cosa in politica ma sempre in giacca e cravatta, l'esibizione dei (quasi) nudi metteva soggezione, ci imbarazzava, ma anche ci incuriosiva: in mille forme un nuovo atteggiarsi, addirittura una nuova cultura e teoria del corpo avanzava attorno a noi, ponendo interrogativi sconosciuti, spesso anche drammatici. Era una concezione del corpo non "materiale" o materialista, come - semmai - nella tradizione europea, ma pragmatica e strumentale: come se il corpo venisse per la prima volta scoperto nella sua valenza sociale, anche se non sotto l'aspetto specifico e ristretto dello strumento di lavoro, come nel marxismo. Per Marx il corpo, a partire da quello dell'operaio, aveva valore - proprio, valore economico - in quanto fondamentale "attrezzo", riconosciuto e nobilitato quale vero creatore - lui, lo sfruttato, non il capitale - della ricchezza dei popoli: nelle raffigurazioni propagandistiche del primo socialismo dominava il corpo del lavoratore, quello del fabbro che sulla fucina forgia il vomere dell'aratro. Per questa sua funzione, del corpo venivano messe in risalto le braccia, un fascio di muscoli forti e duttili, vero motore del progresso: le braccia incrociate dello scioperante erano segnale inequivocabile del punto di massima altezza della lotta di classe.

Il corpo esposto alle luci della ribalta dal Living (ma non solo) era invece  il corpo nella sua totale umana valenza, non particolarmente e non sempre bello ma funzionale come "macchina" vivente, perfetta  ma anche fragile. Danzava e si fletteva agilmente, non era però necessariamente erotico. Nelle raffigurazioni alle quali io ero da sempre abituato, il corpo - maschile o femminile - appariva spesso  come "strumento" (ancora!) del piacere. Nelle antiche civiltà orientali (per esempio nella statuaria sacra hindu, oppure nella pittura giapponese) mi pare che la rappresentazione dominante del corpo fosse a forte carica sessuale . Nelle arti figurative occidentali, il corpo poté essere summa della bellezza, iconizzata seguendo i canoni platonici o classici greco-winckelmanniani. In una storia che è essenzialmente maschilista, era appetito e insieme celato il corpo femminile, necessariamente peccaminoso e proibito (all'adolescente, massimamente).

Il corpo umano che veniva presentato sulla scena dal "Living", o quello gettato nella mischia di strada delle prime "azioni dirette" del militante radicale non-violento quale io ero, non suggeriva invece alcunché di erotico, anche se l'iniziativa politica reclamava la libertà sessuale. Era, piuttosto, il portatore di un linguaggio politico - non nuovo, la sua matrice era anarchica - ma, per così dire, rivisitato, che sostituiva in tutto o in gran parte la parola.

Da liberale-borghese, il Partito Radicale era divenuto, sotto la guida di Marco Pannella, un movimento che potremmo chiamare - precorrendo definizioni che si attestarono qualche tempo dopo - trasversale, trans-sociale: attorno ai suoi progetti, univa militanti di ogni provenienza. Senza distinzioni di "classe" o ceto, ciascuno rappresentava se stesso, la politica del gruppo veniva definita secondo una faglia che non teneva conto del censo, o anche dell'istruzione, il laureato militava accanto - letteralmente, gomito a gomito - con l'appena alfabetizzato. Le loro iniziative richiedevano qualche attività manuale, fosse solo la preparazione dei cartelli-sandwich - un'idea importata anch'essa dall'America. Si affermava una convinzione, che aveva una sua base teorica cui erano tendenzialmente refrattari i partiti del tempo, anche quelli di atteggiamento liberale, sempre affollati di accademici: l'attività politica non ha nulla a che fare con la cultura, appunto, accademica, stratificata e stratificante, troppo spesso autoreferenziale e incapace di mettersi in discussione; si rafforzava invece l'aspetto "comunitario", che trovava la sua ispirazione nelle dinamiche del socialismo premarxiano e dell'associazionismo popolare ed operaio fine ottocento e primo novecento: si affievoliva la distinzione formale tra il dirigente, il militante e l'esecutore manuale, si creavano logiche e comportamenti corposamente conviviali.

Alla elaborazione teorica si affiancava la manualità. Sperimentavamo nuovi metodi, molto artigianali ma efficaci, di comunicazione, Marco sognava di dotare il partito di efficienti macchine da stampa (M3 mi pare si chiamassero) per compilare indirizzari ciclostilati: avevamo fame di indirizzari, eravamo l'unico gruppo politico a farsene una essenziale risorsa. Volevamo comunicare con il singolo, non con le masse. Con un imbroglio riuscimmo ad acquistare due ciclostili elettrici. La Olivetti, ancora olivettianamente votata al sociale, concedeva a metà prezzo le sue macchine a organizzazioni filantropiche: noi stampammo qualche foglio di carta da lettere intestato ad una inesistente Associazione Terzomondista e così potemmo dotarci di quelle indispensabili, veloci macchine, che ci consentirono di battere a macchina i testi (scritti da noi) di Agenzia Radicale che poi noi stessi ciclostilavamo e distribuivamo ai giornali. Tutto da noi.

Nel 1967 il partito organizzò la prima marcia antimilitarista sul percorso Milano-Vicenza (una tappa era Peschiera, sede di un malfamato carcere militare). La marcia fu uno dei momenti in cui la politica del corpo si manifestò al suo meglio. Per incidens: fu quella l'occasione che ci fece prendere il primo contatto diretto con Adriano Sofri e Lotta Continua. Anche loro praticavano l'antimilitarismo, pur se in forme e con obiettivi diversi dai radicali: distinguendosi profondamente dagli altri gruppi di sinistra extraparlamentare, non erano mistici del marxismo nelle sue varie forme quanto attenti, per dire, alle problematiche dei "proletari in divisa" nella loro umana concretezza. Toccò a me portare al loro giornale il nostro comunicato che annunciava la marcia. Entrai con qualche esitazione nella sede del movimento, attento a non disturbare i tre o quattro enormi molossi napoletani che sonnecchiavano per le scale, e fui guidato in una stanza dove scorsi Adriano, in piedi dinanzi ad una finestra, l'immancabile berrettuccio con visiera calcato in testa. Lo avevo incrociato, in precedenza, negli stanzoni della tipografia dove loro pubblicavano il bel quotidiano e noi il nostro saltuario (e brutto) foglio, "Notizie Radicali". Addirittura ci strusciavamo, perché i due banconi di lavoro erano assai vicini, ma non avevamo mai scambiato nemmeno un saluto. Gli consegnai il comunicato. Lui spiegò i foglietti, li scorse, annuì: "Lo pubblico interamente". E dire che, stilato da Pannella, era piuttosto lungo. Appena uscito dall'incontro telefonai a Marco. Da allora è cominciata una lunga amicizia.

Partendo da Milano, facevamo a piedi una ventina di chilometri al giorno. Durante il cammino, distribuivamo volantini che spiegavano le ragioni dell'iniziativa, all'epoca inusuale, ritagliata semmai sulla famosa "Marcia di Selma" (1965) con la quale gli afroamericani avevano dato il via al movimento di liberazione dei neri. Anche la marcia era un modo con cui il corpo comunicava: i volantini - si raccomandava Pannella - dovevano essere distribuiti uno alla volta, non sparsi al vento; magari, mentre li consegnavamo, avremmo potuto scambiare con il ricevente qualche battuta di spiegazione. Il volantinaggio, con queste scrupolose modalità, veniva fatto anche durante le soste in ogni località dove potessimo organizzare, alla svelta, un comizietto volante in una piazza di mercato o in un parco pubblico, davanti ad un pubblico rado, assembrato lì per lì - nulla a che vedere con i ben organizzati comizi dei partiti tradizionali. Osavamo anche consegnare il volantino nella mano di un automobilista o di un sospettoso camionista. Sentivamo però spesso, alle nostre spalle, il loro grido rabbioso, "Andé a lavurà". Straordinariamente, noi radicali per lo più ancora borghesi anche se ormai senza più giacca e cravatta, ci mescolavamo con persone di ogni ceto, che si univano, per qualche tratto, ai marciatori (sempre in fila per uno, così da non intralciare il traffico). E qui ci imbattemmo, anche se non proprio per la prima volta, nei "capelloni", ragazzi che si staccavano dalla famiglia, per lo più di modeste condizioni sociali, per iniziare un loro autonomo percorso di vita, antagonista con famiglia e società; e che, per esprimere questo loro (confuso) dissenso, si lasciavano crescere i capelli sulle spalle. Tra questi "freak" si veniva diffondendo l'uso di marijuhana, di canapa indiana e di LSD, l'acido lisergico in voga tra i movimenti di liberazione (del corpo, ovviamente) americani e non solo. In Italia, di quella roba, pochissimi sapevano qualcosa. Pannella cominciò ad interessarsene, durante le tappe andava a dormire assieme a loro nei sacchi a pelo. Credo che non abbia mai fumato, in vita sua, una "canna", ma divenne presto un esperto, delineando cosi la nostra linea antiproibizionista sulle droghe: leggi che proibissero di proibire, che consentissero invece a ciascuno non solo di lavorare, ma di farsi la sua vita, di pensare, amare, credere secondo le sue personali inclinazioni. Cercavamo di definire una politica "totale", che abbracciasse l'uomo e la donna nella loro totalità esistenziale, in primo luogo corporea. 

Questo corpo politicizzato liquidava tutta l'esperienza liberale, proprio nel momento in cui ne assumeva gli obiettivi se non addirittura le finalità ultime. E proprio in quella direzione il Partito Radicale, pur nella continuità giuridica con quello di Mario Pannunzio e di Ernesto Rossi, stava mutando - e aggiornando - i suoi connotati. All'anticlericalismo coerente, all'antimilitarismo non pacifista, si affiancavano i rapporti con i movimenti di liberazione americani, i "diritti civili", i "diritti umani", l'obiezione di coscienza, la scoperta delle droghe, l'autogestione del corpo, delineando impasti ideali e politici nuovi, che utilizzavano nuovi metodi di lotta, l'"azione diretta" e i sit-in, i cartelli-sandwich autodipinti, la stampa ciclostilata. Durante i sit-in la polizia non ci picchiava, ma ci spintonava e ci trascinava via, con qualche rudezza eccessiva: era comunque  il corpo a farla da protagonista. Un po' più tardi (credo) Umberto Eco avrebbe teorizzato la forza del linguaggio segnico rispetto a quello verbale.

In Italia, ma non solo, si veniva rafforzando, anche sul piano ideologico, il partito di massa, molto conservatore dulle questioni etiche, assolutamente antilibertario ed attento invece sempre alle più precise distinzioni di ruoli. Il dirigente si separava dal militante e si aggregava a formare un ceto politico, se non già una casta, assai professionalizzato, che si riproduceva sostanzialmente per cooptazione. Si rafforzava e istituzionalizzava la ricerca di potere a ogni livello, necessaria per soddisfare il nuovo ceto e le sue ambizioni. Questo partito di massa non era certo totalitario come i fascismi, ma era "totalizzante", ripudiava qualsiasi esperienza libertaria, fondata sulla singolarità di un corpo.

Ogni tempo, ovviamente, ha i suoi linguaggi: non ci misi molto ad avvertire che - in opposizione coerente a tutto questo - il "Living" rappresentava ed esprimeva perfettamente quello che io e i miei amici venivamo allora scoprendo per conto nostro, casualmente e sperimentalmente. Si potrebbe poi sospettare (e io, dopo tanti anni, talvolta lo sospetto) che in un momento di rimescolamento delle parti e persino delle identità quale fu quello che allora vivemmo, forse il Living rappresentava ed esprimeva la vita e noi facemmo teatro.

giovedì 22 giugno 2017

10 anni di Obama

Una analisi impietosa ma precisa delle fette di prosciutto che sono state profuse (almeno qua ) da media velinari e mistificanti.

"Obama è stato  la rovina del partito Democratico.

Fu con gran fanfara che nel 2008 fu eletto. Il presidente così amato ed adorato dai Democratici apparì molto presto alla gente normale come una persona perlomeno strana, aveva vinto un Nobel immeritato, l’aveva  sveltamente accettato, fece carte false per far passare ObamaCare, non solo una mostruosità legale ma per farla passare fece ogni sorta di accordo per impossessarsi di ogni voto, anche il più miserabile. Nel testo con i capitoli di spesa c’erano cose folli inserite in modo che non si potessero invalidare senza invalidare la legge, tra le tante spese inutili per comprare i voti, ricordo un ponte costosissimo in Alaska per collegare un paesello di qualche decina di abitanti ad una strada desolata.
Molti americani capirono che Obama ed il suo partito erano dei disonesti, fu così che appena due anni dopo le sue elezioni nel 2010 perse la camera bassa, e nonostante nel 2012 mantenesse la posizione di presidente la camera rimase in mano repubblicana, perse poi il senato nel 2014 . In pratica Obama ed i democratici ebbero sei anni estremamente frustranti dove a parte gli executive orders del presidente non riuscirono a far passare quasi nulla se non gli incredibili indebitamenti proposti da Obama per tenere insieme la copertura delle spese folli che aveva precedentemente autorizzato (tra cui quelle militari che aveva promesso di terminare subito).
Il 2016 era l’anno dove i democratici avrebbero dovuto riprendere tutto, Presidenza con una imbattibile Clinton, House of Representatives e Senato. Fatta la conta persero tutto. Dal giorno della grande vittoria di Obama nel 2008 alla fine del 2016 più di 1000 posizioni di grande rilievo passarono dalla mano democratica a quella repubblicana, tra questi la presidenza ma moltissime posizioni in Camera e Senato e poi negli stati, una cosa indescrivibile.
Fu qui che l’odio per Trump divenne una cosa che esulava dall’individuo Trump, antipatico fin che si vuole ora era diventato la rappresentazione fisica della sconfitta Democratica. Se si era perso così era chiaro che Trump aveva barato, c’era qualcosa dietro non poteva essere altrimenti. Di sicuro i Russi lo avevano aiutato.
Fu qui che Soros e combriccola decisero di usare l’ultima carta possibile anche se disperata e dopo un meeting a New York decisero. L’impeachment era l’unica via, avrebbe fatto tornare Trump un cittadino normale ed a quel punto si potevano pazientare 4 anni con un presidente Repubblicano che avrebbero facilmente sconfitto nel 2020.
Ieri e` cambiato tutto. Vincendo tutte le elezioni speciali Trump ha fatto capire a molti Democratici quello che non avevano capito fino  a  quel punto. Ciò che li aveva fatti perdere non era Trump ma l’elitismo di Obama e successivamente l’elitismo dell’intero partito. Ieri sera intanto con grande sorpresa, l’ex Sindaco di New York Michael Bloomberg , nemico giurato di Trump e parte del movimento “NeverTrump” ha deposto le armi ed ha detto, “dobbiamo supportare Trump, e` il nostro Presidente, il pubblico ha parlato”.
Trump intanto ha scaldato le folle in Iowa, ritornando il Trump di sempre, ricordando quello che è stato fatto e quello che farà, incluso il muro.
Gabriele Sartori "

Ci vorrà del tempo perchè il popolo dei democratici americani riesca a farsi passare la sbornia e liberarsi di tutto questo per riuscire a pensare di nuovo. E paradossalmente Trump è un buon antidoto.

Il che dimostra che la democrazia può produrre errori di percorso, ma è anche in grado di correggerli, se ha gli strumenti che funzionano.
AMg

domenica 18 giugno 2017

A proposito di Roma mia

Sono davvero preoccupata e anche stufa delle chiacchiere e delle stupidaggini che girano vorticosamente via social. Non ho mai visto in 50 anni a Roma una campagna denigratoria così sistematica e protratta nei confronti di una amministrazione onestamente eletta dai cittadini col loro voto. E dopo le prove generali vittoriose contro Marino il livello di aggressione (perché tale la considero nei confronti di cittadini che democraticamente hanno scelto la loro amministrazione) è stato ulteriormente rafforzato.Con aggiunta di un livello di tentativi di destabilizzazione ( a cominciare da papabergoglio con i suoi giubilei le processioni e le santificazioni) con aggiunta di scioperi e disservizi delle strutture pubbliche e di servizio accompagnati dalla grancassa dei media di regime piddista, da far invidia agli scioperi alla cilena che spianarono la strada a Pinochet.
E quando lo dico mi si risponde: "Ma in un anno Raggi con la sua amministrazione cosa ha fatto?"
Eppure basta andare sul sito ufficiale del Comune di Roma per saperlp, che vi piaccia o no, basta leggere.

Invece si coltiva l'ignoranza, nel sensi di VOLUTAMENTE IGNORARE, anzi ripetere a pappagallo le stupidaggini del Menzognero che fa a gara con Repubblica scalfariana per non parlare del tiggìreggionale.

Non posso credere che la gente che leggo sui social pensi (!) davvero che per riparate i danni ( sopratutto quelli etici)  protratti e incancreniti in decenni di malcostume promosso e permesso da chi aveva il dovere/potere di  stigmatizzarli e punirli si  risolvono con un colpetto di bacchetta magica?
E come mai i vari rutelli veltroni alemanno e marino hanno solo peggiorato la situazione e nessuno a sinistra e manco a destra ha orchestrato campagne contro come questa ? Cosa mi si risponde a questo sopratutto da parte della cosiddetta "sinistra"  ma anche la destra non scherza per non parlar del centro  ?

Menzogne e insulti e nella migliore delle ipotesi un silenzio che urla...

A tutti questi politici da tastiera così avvertiti e attenti voglio dare un consiglio gratuito: la prossima volta che vedete "uno zozzone" buttare un sacchetto di spazzatura ben mista nel cassonetto della carta o del vetro, oppure un pezzo di arredamento usato per strada, provatevi a collaborare a ripulire la vostra e mia  Città: fotografate coi vostri fidi smartphone il malfatto  e mandate le immagini all'apposito servizio che trovate anch'anch'esso sul sito.
E non vi metto il link, fate lo sforzino di cercarvelo da solo.

A proposito non sono 5 stelle e non ho votato Raggi.