Vivere per la proposta di legge Eutanasia Legale

Libertà sessuale, libera sessualità- 1976 - Adele Faccio

Piano improvisation di Salvatore Maresca Serra

Alba Montori su Facebook

giovedì 31 maggio 2018

Lo stallo siamo noi?

Perché (politicamente parlando) siamo dove siamo e qualcuno che deve decidere non riesce a farlo?
Leggere qua sotto, prego:

Come sappiamo che c’è da fidarsi?

Annamaria Testa, esperta di comunicazione

29 maggio 2018

A pensarci bene, tutto il nostro intricato sistema di relazioni personali e tutto l’enormemente più intricato sistema di relazioni economiche e sociali in cui, volenti o nolenti, siamo immersi nell’intero corso delle nostre vite, si basano sulla fiducia.

Avere fiducia vuol dire essere decentemente certi che qualcosa o qualcuno, a prescindere dal nostro controllo, realizzerà nel futuro una nostra attuale aspettativa positiva, o che qualcosa o qualcuno abbia fatto o faccia adesso proprio ciò che in seguito sarà positivo per noi.

Tutto ciò si basa su pochi presupposti: che il qualcuno sia onesto, bendisposto e capace. Che il qualcosa sia funzionale, efficiente e non affetto da meccanismi avversi.

Uno stato d’animo complesso
Così, ci fidiamo di una prescrizione medica o del consiglio di una commessa (guardi, le sta benissimo!). Dell’orario dei treni (se no non ce ne staremmo lì, in stazione). Della banca in cui abbiamo aperto un conto corrente, o del cliente che si impegna a pagarci “60 giorni data fattura”.

Ci fidiamo del ristoratore che ci propone un piatto esotico. Dello sconosciuto camionista di tir che guida accanto a noi in autostrada. E dello sconosciuto ingegnere che ha progettato il ponte su cui stiamo per passare. Del politico che votiamo, delle sue promesse e delle sue valutazioni.

Ci fidiamo dell’azienda di ecommerce che ci spedirà proprio quello per cui abbiamo già pagato. Del figlio che ci assicura che rientrerà non più tardi dell’una di notte (no, dai, mi faccio una birra e torno), e dell’amore della nostra vita che giura di non tradirci mai. Di Wikipedia. O del blog che proclama di dirci tutte le verità che altri tacciono.

La fiducia è un’emozione. Uno stato d’animo complesso, per produrre il quale si combinano istinto e ragionamento, calcolo e intuizione, attesa e speranza, esperienze del passato (e anche del remoto passato infantile) e anticipazioni sul futuro. Quando abbiamo fiducia, ci sentiamo sereni, tranquilli e accettabilmente al riparo dai rischi.

Come tutte le emozioni, la fiducia che abbiamo è connessa con il nostro temperamento e il nostro carattere. E questo vuol dire che persone diverse, nella medesima situazione, potranno sentirsi diversamente fiduciose, diffidenti o sfiduciate.

È il nostro grado di fiducia ciò che ci motiva a fare (o a non fare) certe scelte e a compiere (o non compiere) certe azioni, e determina le nostre interazioni con gli altri e i nostri comportamenti.

La totale assenza di fiducia è, prima ancora che distruttiva, paralizzante

Qualche volta ci fidiamo sul serio. Qualche volta, ci tocca fare come se ci fidassimo perché non abbiamo alternativemigliori: per esempio, per riuscire a chiedere un favore dobbiamo sentirci fiduciosi di poterlo ottenere. Qualche volta siamo fiduciosi a ragion veduta, e qualche altra del tutto a caso.

Sta di fatto che siamo neurologicamente predisposti a provare fiducia (il vero fondamento dell’attitudine a cooperare su cui si fonda la nostra vita sociale) e che quando proviamo fiducia il nostro cervello ci ricompensa e ci regala una gratificante sensazione soggettiva di benessere.

La totale assenza di fiducia è, prima ancora che distruttiva, paralizzante. L’unica via d’uscita dalla paralisi e dall’ansia a cui ci espone l’essere totalmente sfiduciati è spesso la più pericolosa: riporre nuova fiducia nel primo truffatore, mago, stregone, imbonitore che passa di lì, e che sa però farci quel sorriso che ci allarga nuovamente il cuore, quella promessa che ci fa intravedere un futuro migliore, proprio nel momento in cui ne abbiamo sommamente bisogno.

Ed eccoci al punto: nei confronti di chi e di che cosa siamo propensi a provare fiducia? I fattori in assoluto più importanti sono due: vicinanza ed empatia. Ci fidiamo più facilmente di chi o di ciò che sentiamo vicino, ben disposto nei nostri confronti, accudente, capace di capirci. In sostanza, ci fidiamo in primo luogo come un bambino piccolo può fidarsi della sua brava mamma.

In secondo luogo, tendiamo a fidarci di chi (e di ciò che) ci parla in modo comprensibile e coinvolgente, specie quando spiega argomenti di cui capiamo poco o nulla. In sostanza, tendiamo a fidarci come un ragazzino che dà retta a una sua brava maestra.

In terzo luogo, tendiamo a fidarci di chi ci appare onesto, autentico e trasparente. In sostanza, ci fidiamo come da adulti ci fideremmo di un vero amico. Una interessante conseguenza di tutto ciò è che dare fiducia significa anche rendersi aperti e vulnerabili come può esserlo un bambino o un ragazzino, o un adulto quando è in compagnia di un vero amico. L’altra conseguenza è che ogni tradimento della fiducia è una ferita vera, e assai dolorosa.

Le istituzioni carenti
Perché in questo elenco dei fattori che favoriscono la fiducia non ci sono competenza e affidabilità? Ovvio: quasi sempre non abbiamo né l’occasione, né il tempo, né gli strumenti necessari per verificarle sul serio. A farlo per noi dovrebbero essere le istituzioni, che però risultano carenti sui tre fattori che ho appena elencato. Risultato: delle istituzioni tendiamo a fidarci sempre meno.

Così, nella roulette dell’attribuire fiducia ci ritroviamo a puntare sempre più spesso sulle componenti istintuali e intuitive, a scapito di quelle di calcolo e di ragionamento. Con ciò, rischiando maggiormente di ritrovarci delusi, feriti, e ancora più propensi a dar retta al primo imbonitore che passa.

D’altra parte, se un’istituzione, un partito, un’azienda (o un singolo individuo) volesse ricostruire la fiducia appannata o perduta, non potrebbe far altro che ricominciare dai fattori elencati. Sono semplici da capire, ma per nulla facili da praticare. E sì, ci vuole comunque un sacco di pazienza, di dedizione e di tempo.

mercoledì 23 maggio 2018

Abbiamo festeggiato le madri, ma le figlie vengono sterminate perché femmine....

LA STRAGE SILENZIOSA DELLE BIMBE
Di Stefano Vecchia
Da “Avvenire” del 23 maggio 2018

   Se l’omicidio dei feti, con lo scopo di praticare una selezione sessuale, resta in India una piaga che ha pochi emuli e tutti asiatici, meno nota è la strage delle bambine nei primi anni di vita. Ancora una volta sono chiamate in causa la povertà e la mancanza di possibilità, ma anche il retaggio socio-culturale e la volontà delle famiglie di non «investire» risorse su figlie ritenute non solo un peso per la necessità di garantire loro una dote ma ancor più poco produttive in un contesto in cui, da adulte, sarà per loro più difficile accedere a impieghi ben retribuiti.
   Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista medica britannica The Lancet segnala che nell’ultimo decennio sono state 239mila di media all’anno oltre le previsioni ufficiali le bambine al di sotto dei cinque anni d’età che sono decedute per la mancanza di cure, per denutrizione o per maltrattamenti riferibili alla discriminazione di genere. Un fenomeno non solo pesante nei numeri ma anche diffuso geograficamente, dato che per lo studio – dovuto anzitutto alla ricercatrice indiana Nandita Saikia dell’International Institute for Applied Systems Analysis (Iiasa) in Austria – interessa 29 Stati e Territori sui 35 in cui è divisa amministrativamente l’immensa India.
   Come per altre casistiche, ad esempio quella delle aggressioni sessuali contro donne dalit che sono ormai cronaca quotidiana, emergono gli Stati settentrionali di Uttar Pradesh e Bihar. Il primo, il più popoloso con i suoi 210 milioni di abitanti e vaste aree di povertà e tensioni intereligiose e sociali. Il secondo, ampio “magazzino” migratorio che ancora manifesta arretratezza diffusa e discriminazioni. Una estensione comunque “a macchia di leopardo” nel Paese, dove peraltro sono interessati con incidenza diversa circa il 90 per cento dei 640 distretti, ma maggiormente diffuso in Stati del Nord, che registrano i due terzi dei casi nazionali, con addirittura aree come il Rajasthan occidentale e il Bihar settentrionale dove questa tipologia di morti raggiunge e supera il 30 per cento dei decessi complessivi per le bambine nei primi cinque anni di vita.
   Una situazione aberrante, che chiama direttamente in causa anche le politiche governative e le tutele legali verso i più deboli, sovente presenti ma spesso ignorate o sottostimate. Non a caso, i responsabili della ricerca sottolineano che senza queste morti «in eccesso» di innocenti, l’India avrebbe potuto già raggiungere l’Obiettivo per lo sviluppo del millennio di abbattere la mortalità infantile a 42 decessi ogni 1.000 nascite.
   «Le stime regionali sulle morti in eccesso delle ragazze mostra che ogni intervento riguardo alla disponibilità di cibo e assistenza medica dovrebbe privilegiare anzitutto Bihar e Uttar Pradesh – ricorda Saikia –. Perché qui persistono povertà, basso tasso di sviluppo sociale e istituzioni patriarcali e gli investimenti sulle giovani sono limitati». Da qui la sollecitazione del rapporto a «affrontare direttamente la questione della discriminazione sessuale oltre a incoraggiare uno sviluppo socio-economico che benefici le donne indiane».

lunedì 21 maggio 2018

Realismo scientifico...

Chi vive i propri ideali, quelli alti, è perfettamente consapevole ( e anche felice) di dover metterci il proprio cuore e il proprio corpo, oltre al cervello.

E' il doverci mettere anche quelli di chi condivide per amore la sua vita, che talvolta può essere doloroso.

Questo è il Realismo scientifico, miei car** amic**, dettato dalla mia personale esperienza e da quelle raccolte tra le persone come me in parecchi anni di studio.

Non c'è amarezza, solo tristezza, nel mio cuore, talvolta un po' di irritazione e magari di indignazione.

Perché mi piacerebbe davvero riuscire a vedere che la gente perbene, quella che ama il suo prossimo, che mette in gioco ogni giorno la sua propria vita tutto compreso, e si impegna a tempo pieno e senza chiedere compensi per realizzare un mondo libero, giusto e amorevole, potesse vederlo realizzato intorno a sé.

Io mi batto per un mondo di gente felice e amorevole, che non invidia il suo prossimo ma lo aiuta a imparare ad esser felice.