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domenica 29 marzo 2020

Ci voleva il Covid-19... 1


USA: LA PANDEMIA FERMA ANCHE LA MANO DEL BOIA



Il Riformista, 26 marzo 2020 (link all'articolo)

La pandemia da coronavirus si è abbattuta come una minaccia mortale in molti Stati della Federazione ma sul braccio della morte del Texas è caduta come una manna dal cielo.

John Hummel doveva essere giustiziato tramite iniezione letale il 18 marzo nella camera della morte di Huntsville, alle 6 del pomeriggio, come è consuetudine. Normalmente, a un’esecuzione partecipano molte persone, affollate in una stanzetta adiacente a quella dell’estremo supplizio dove su un lettino fatto a forma di croce è legato il condannato. Seduti fianco a fianco, da dietro a una vetrata, assistono al rito capitale avvocati, medici, agenti carcerari, parenti della vittima del reato e gli amici e la famiglia del detenuto.

Il Dipartimento di giustizia penale aveva preparato con cura l’intera procedura di controllo anti-contagio per tutti i presenti ed era pronto per eseguire l’esecuzione. I pubblici ministeri, dopo aver escluso i visitatori dalle carceri in tutto lo stato, si erano opposti alle richieste di annullamento dell’esecuzione e i funzionari del Dipartimento di Giustizia Penale avevano affermato di poter ancora effettuare iniezioni letali in tutta sicurezza.

La mano di Dio si è manifestata a favore di Hummel con l’ordine di sospensione per 60 giorni emesso alla vigilia della sua esecuzione dalla corte d’Appello del Texas: “Abbiamo stabilito che l’esecuzione deve essere subito sospesa alla luce dell’attuale crisi sanitaria e delle enormi risorse necessarie per far fronte all’emergenza”.

Pochi giorni dopo, la stessa buona sorte ha toccato la vita di Tracy Beatty, salvato dallo stesso tribunale che ha rinviato di 60 giorni l’esecuzione prevista il 25 marzo, perché il numero di persone che si radunano per vedere ed eseguire l’esecuzione rischierebbe di diffondere il virus.

Da qui fino alla fine dell’anno sono programmate altre sette esecuzioni in Texas, sei in Ohio, quattro in Tennessee e una in Missouri. È molto probabile che siano rinviate, a partire da quelle di Fabian Hernandez, Billy Wardlow, Edward Busbye e Randall Mays fissate in Texas tra la fine di aprile e i primi di maggio.

Fermare le esecuzioni in Texas equivale a una sospensione in tutta l’America, essendo lo Stato nella cosiddetta “fascia della Bibbia” dove ogni anno si pratica di più, in coincidenza perfetta con la “fascia della morte”, il rito pagano della “crocifissione” tramite la “civile” iniezione letale.

Non c’è solo questa moratoria di fatto delle esecuzioni capitali. La crescente pandemia ha anche interrotto i processi in cui era stata chiesta la pena di morte, anche perché gli avvocati, limitati nei propri movimenti, nella possibilità di accesso ai tribunali o di accesso ai clienti, non avrebbero potuto indagare sui loro casi e preparare come si deve una difesa in un processo capitale come quello americano nel quale la rappresentanza legale è sacra.

Invece, il governatore Jared Polis del Colorado non ha aspettato il coronavirus per liberarsi di questo ferro vecchio della storia dell’umanità e lunedì scorso ha fatto del Colorado il 22° Stato americano ad abolire la pena di morte.

Esecuzioni negli USA sono spesso sospese da decisioni della Corte suprema in casi particolari oppure del tutto vietate come nei casi di malati mentali e di minori. Nel 2009, una “carestia” di droga, indispensabile per condurre le iniezioni letali, aveva afflitto molti Stati che hanno dovuto interromperle per molti anni a seguire. Ma è raro che siano eventi naturali a inceppare la macchina della morte.

È accaduto proprio in Texas nel 2017, quando l’uragano Harvey che si era abbattuto sullo Stato aveva portato all’interruzione dell’esecuzione di Juan Castillo che fu giustiziato l’anno successivo tra mille dubbi sulla sua reale colpevolezza.

Ma il male di una pandemia così mortale per molti e per molto tempo che comporti, seppure per pochi e per poco tempo, il bene di una moratoria delle esecuzioni capitali e dell’esecuzione penale stessa, non era mai accaduto, ed è qualcosa che può assomigliare a un castigo divino, la giusta punizione inflitta a fronte di una intollerabile malvagità umana. Oppure può anche essere un monito volto a cambiare modo di pensare, di sentire, di agire: non sfidate la capacità di un sistema, sia esso il pianeta o una prigione, per sua natura limitato, caricandolo di un dolore illimitato, strutturalmente insopportabile, umanamente intollerabile.

L’Antico Testamento è stracolmo di storie, di maledizioni e benedizioni, di castighi e perdoni. Non c’è scritto solo “occhio per occhio”, c’è scritto anche “nessuno tocchi Caino”. Ritorniamo alla letteralità di quel passo della Genesi: “il Signore pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”. Nessun marchio d’infamia, nessuna pena, nessun patibolo, nessuna violenza, nessuna sofferenza. Caino-costruttore-di-città, questa fu la soluzione, attualissima, concreta, trovata nella Genesi, alle origini e nei “principi” della Storia e dell’umanità, quando eravamo più civili, più umani, più giusti di oggi.



Sergio D’Elia

Segretario di Nessuno Tocchi Caino

venerdì 14 febbraio 2020

Non è eutanasia, non è suicidio medicalmente assistito. È sedazione palliativa profonda.

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Cari, care,
il 28 febbraio è - vuole essere - un giorno importante. Dieci anni fa è stata approvata la legge 38 del 2010 in tema di cure palliative e terapia del dolore. Come Istituto Luca Coscioni con la Società Italiana Cure Palliative, il Centro Clinico NeMo, la Federazione Cure Palliative e la Fondazione Maruzza, abbiamo deciso di promuovere l'evento:
"Non è eutanasia, non è suicidio medicalmente assistito. È sedazione palliativa profonda. - La necessaria alfabetizzazione a dieci anni dalla Legge 38 del 2010" - che si terrà venerdì 28 febbraio 2020 (ore 10.30 - 13.30) alla Camera dei Deputati - Sala della Regina. L'alfabetizzazione in tema di cure palliative è urgente e necessaria ancor di più se legata ad eventuali responsabilità della politica, delle istituzioni e dei media. Evidenziare come l'informazione ha trattato i casi saliti alle cronache, il linguaggio usato, la confusione terminologia che persiste (eutanasia, suicido assistito, e sedazione palliativa profonda) in tema di trattamenti compresi nella legge 38 del 2010.
È per l'attenzione che vorresti manifestare a queste problematiche che ti invitiamo a partecipare a questo evento.
Nell'attesa di sapere se verrai, ti saluto cordialmente

Maria Antonietta Farina Coscioni
Presidente Istituto Luca Coscioni

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Per partecipare occorre accreditarsi inviando una email entro mercoledi 26 febbraio p.v. con nome e cognome a info@istitutolucacoscioni.it o un sms al 339.4477700.
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giovedì 6 febbraio 2020

Il Libro giallo della PESTE ITALIANA- gratuito da scaricare e da leggere con attenzione

Questo dono è dedicato in particolare agli smemorati radicali e alle stelle che non lo conoscono proprio, e invece dovrebbero addirittura studiarselo.
AMg

Una storia di distruzione dello Stato di diritto e di (re)instaurazione di un regime (neo)totalitario. La storia di un’alternativa democratica ancora possibile.

venerdì 17 gennaio 2020

Perché si associa il colore rosa al "femminile" ?

Ecco a voi la:

*"Breve storia del colore rosa.
E di come per secoli restò asessuato, prima di diventare uno degli stereotipi più conosciuti e diffusi legati alle donne

di Giulia Siviero , da Il Post 

Ci sono cose da maschi che le femmine non possono fare e ci sono cose da femmine che è vergognoso che i maschi facciano. Tra queste, indossare qualcosa di rosa. Quello dei colori attribuiti in modo automatico a bambini e bambine è uno degli stereotipi più radicati e scontati legati alla differenza di genere, e questo stereotipo ha una storia e un’evoluzione, come racconta l’Atlantic in un articolo di qualche mese fa (riprendendo un libro della storica Jo B. Paoletti dell’Università del Maryland, intitolato “Pink and Blue: Telling the Boys from the Girls in America”). La prima cosa da sapere è che l’associazione tra il rosa e il femminino avviene solo in tempi relativamente recenti e per una scelta arbitraria. Per secoli, infatti, il colore rosa rimase asessuato. 

Nel Diciottesimo secolo era perfettamente normale per un uomo indossare un abito di seta rosa con ricami floreali. I bambini e le bambine fino ai 6 anni, inoltre, erano vestiti e vestite con abiti lunghi di colore bianco senza sostanziali differenze tra maschi e femmine, se non qualche piccolo particolare come per esempio la posizione dei bottoni. La scelta del bianco era soprattutto di natura pratica: gli abiti bianchi e i pannolini bianchi di stoffa erano infatti più semplici da lavare e candeggiare. Più che basata sul sesso, la distinzione degli indumenti avveniva per età: differenziava semplicemente i più piccoli dai più grandi.

Il rosa e il blu, insieme ad altri colori pastello, furono introdotti nell’abbigliamento per bambini nella metà del Diciannovesimo secolo, ma non implicavano alcun significante di genere. Uno dei primi riferimenti all’attibuzione dei colori al sesso si trova in “Piccole Donne” di Louisa May Alcott, dove un nastro rosa è usato per identificare la femmina e uno azzurro il maschio. L’usanza però viene definita dalla stessa Alcott come “moda francese”, come a dire che non era ancora una regola riconosciuta ovunque, ma anzi, era un specie di vezzo “esotico”:

   (…)
 – I bambini più belli che abbia mai visto. Qual è il maschio e qual è la femmina? – chiese Laurie chinandosi per esaminare più da vicino i due prodigi.

– Amy ha messo un nastro azzurro al maschio e uno rosa alla femmina, come si usa in Francia, in modo da distinguerli senza sforzo."

A quel tempo, i libri per bambini, gli annunci e i biglietti per le nuove nascite, la carta da regalo e diversi articoli di giornale indicano che non si trattava di una regola e che il rosa poteva essere associato tanto ai neonati maschi che alle femmine. Nel 1918, Earnshaw’s Infants’ Department, rivista specializzata in vestiti per bambini, specificava anzi che «la regola comunemente accettata è che il rosa sia per i bambini, il blu per le bambine. Questo perché il rosa è un colore più forte e deciso, più adatto ad un maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, è più adatto alle femmine». Il rosa veniva visto più vicino al rosso (colore forte e virile legato agli eroi e ai combattimenti) mentre il blu veniva associato al colore del velo con cui veniva rappresentata la Vergine Maria. Nel 1927 la rivista Time pubblicò un grafico che confermava questa tendenza e mostrava i colori più appropriati per maschi e femmine secondo i principali produttori e venditori di vestiti negli Stati Uniti.

Tra gli anni Trenta e Quaranta le cose iniziarono però a cambiare: gli uomini cominciarono a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari, per distinguersi dalle tinte chiare percepite come più femminili e legate alla sfera domestica. L’abbigliamento di bambini e bambine iniziò a venire differenziato in età sempre più giovane, anche a causa della crescente diffusione delle teorie di Freud legate alla sessualità e alla distinzione di genere. Siamo ancora in una fase incerta, comunque: per parecchi decenni, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i colori continuarono a essere usati in modo intercambiabile.

Non è chiaro come a un certo punto, negli anni Cinquanta, avvenne una precisa assegnazione dei colori: «Poteva andare diversamente, fu una scelta del tutto arbitraria», spiega Jo B. Paoletti. Il rosa finì per essere identificato con le donne e divenne onnipresente non solo nell’abbigliamento ma anche nei beni di consumo, negli elettrodomestici e nelle automobili. La bambola Barbie fu introdotta nel mercato proprio in quegli anni e consolidò la femminizzazione del rosa. Un esempio si trova anche nel film Funny Face del 1957, quando un personaggio ispirato alla celebre giornalista di moda Diana Vreeland dedica al rosa un interno numero della sua rivista.



Il rosa associato alla femminilità fu fortemente criticato durante gli anni Sessanta e Settanta, con la diffusione del movimento femminista e la messa in discussione dei ruoli tradizionali di genere. Le donne iniziarono ad adottare stili più neutri, privi di dettagli riconducibili al sesso. Paoletti, nel suo libro, fa però notare che la critica delle femministe non fosse tanto contro il colore rosa, ma in quanto faceva riferimento alla sfera infantile. In uno dei testi teorici più importanti per il movimento delle donne dell’epoca, “La mistica della femminilità”, Betty Friedan cercò di dare una spiegazione al «problema inespresso» che rendeva infelici e depresse le donne americane degli anni Sessanta. Il colore rosa, nel saggio, viene nominato solo due volte, mentre si parla molto della donna «infantile» che rimane a casa come «un bambino tra i suoi figli, passiva, senza alcun controllo sulla propria esistenza». Molto apprezzato fu in quegli stessi anni – e non solo per il suo messaggio ambientalista – il fumetto dei Barbapapà, dove non era un caso che il padre fosse rosa e la madre nera.

Furono gli anni Ottanta a imporre definitivamente l’idea dei colori che marcatamente segnalavano il genere d’appartenenza del bambino o della bambina. In quegli anni scomparvero i vestiti unisex e si imposero definitivamente una serie di stereotipi legati all’infanzia e al mondo dei giocattoli: soldatini e costruzioni per i maschi, bambole e pentoline per le femmine. Fu importante anche la diffusione della diagnosi prenatale e della conseguente possibilità di scoprire il sesso prima del parto. A quel punto, spiega Paoletti, ebbero la meglio le strategie di marketing. *

Chissà se l'uso di triangoli di colore rosa usato dai nazisti per marcare nei campo di concentramento gli omosessuali maschi "femminilizzandone il genere" non sia sto il motivo che ha spinto poi a ad acquisire il rosa come colore "femminile" anche a guerra finita e campi di sterminio aperti?
Un argomento su cui interrogarsi nelle prossime Giornate della Memoria.
AMg