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venerdì 23 giugno 2017

Judit Malina avrebbe 90 anni...

IL CORPO A NUDO
La rivoluzione del Living Theatre sulle scene degli anni Sessanta tra Brecht e la nuova politica dei radicali. Ricordi militanti
di Angiolo Bandinelli
(da "Il Foglio", 18-04-2015)

Pochi giorni fa, in un ospizio di Englewood (NJ) dove, indigente, viveva, è morta, a ottantotto anni, Judith Malina. Ormai isolata e ignota ai più, era figura di altri tempi. Nel 1947, bellissima giovane ardente di eroici furori non solo artistici, insieme al marito - Julian Beck, pittore astratto, ammiratore e seguace di Antonin Artaud -  aveva messo in piedi una delle compagnie teatrali più celebri del secolo scorso, il "Living Theatre". Nata a Kiev, in Germania, aveva emigrato negli States con la famiglia (il padre era un rabbino), a New York frequentò la scuola di teatro di Erwin Piscator. Nel dolente coccodrillo che le ha dedicato, un giornale poteva definire il "Living Theatre" come portatore della "più importante rivoluzione culturale libertaria che il palcoscenico abbia vissuto". E' vero, ma non basta: quella rivoluzione libertaria fiorì non solo sul palcoscenico del "Living", dilagò per il mondo. Io ebbi la fortuna di assistere a una loro rappresentazione. E' una bella vicenda, mi coinvolse direttamente.

La compagnia arrivò a Roma alla metà degli anni '60, debuttò al Teatro Eliseo. Si era già resa nota per lo sperimentalismo formale con il quale traduceva scenicamente contenuti via via sempre più di forte impatto sociale e politico. Partecipe attiva dei movimenti contro la guerra del Vietnam (forse cantando in coro, assieme a Joan Baez, "We shall overcome") la compagnia venne boicottata, processata e condannata ad ammende. Per protesta contro una sentenza considerata vessatoria, i suoi attori misero in atto sit-in e rappresentazioni non autorizzate della loro pièce antimilitarista “The Brig”. La polizia li arrestò, fecero qualche settimana di carcere. Al processo, si attivarono per la loro difesa noti intellettuali tra i quali Allen Ginsberg, il poeta beat autore del famosissimo "Howl". Beck e Malina vennero dichiarati colpevoli e condannati alla galera. Di qui la decisione della compagnia di trasferirsi temporaneamente in Europa, a Parigi.

In Italia trionfava allora la drammaturgia ideologica di Bertolt Brecht, nella versione estetizzante di Strehler (a Roma, se non sbaglio, proprio all'Eliseo). L'arrivo del Living fu come un fulmine, accese i palcoscenici di una luce nuova, spiazzante e trasgressiva. Alma Sabatini, insegnante di lingua americana (“americana”, precisava, non “inglese”), ma anche nota militante radicale e tra le fondatrici, poco più tardi, del Movimento di Liberazione della Donna, mi regalò due biglietti, lei quella sera era occupata altrove. Andai assieme a Heather, la mia compagna. Dovemmo farci largo tra la folla strabocchevole. Mi pare si trattasse di "Mysteries and small pieces", una delle loro messe in scena più famose. Fu una emozione straordinaria. Soprattutto, inaspettata. La forma teatrale del Living, così nuova e sconvolgente, mi apparve subito consonante con cose, idee e iniziative che venivamo elaborando e vivendo nella sede del Partito Radicale di Via XXIV Maggio: imbevuta e partecipe delle idee e teorie ("subculture?") nate tra i movimenti alternativi dei campus universitari americani e i "figli dei fiori" (o hippies), poneva il corpo - non più la parola - al centro dell'azione teatrale. Recitando in collettivo, quasi nudi e quasi muti, gli attori davano vita a coreografie che erano insieme pantomima, danza, rito orgiastico - forse, già allora, "performances"-  con figurazioni e passi stilizzati, arcaici, sensuali e insieme di straordinaria purezza, di un espressionismo potente. Ma se Brecht era universalmente tenuto come il drammaturgo della ideologia di sinistra, il "Living" doveva essere manifestazione di una destra senza idee e dunque fatalmente reazionaria? Macché, se ne fece subito garante Nicola Chiaromonte, l'intellettuale antifascista e critico teatrale dell'"Espresso", chiuso ed ostile invece nei confronti dell'imperante Brecht. Chiaromonte aveva una particolare empatia per gli Stati Uniti, dove si era rifugiato da esule per sottrarsi al fascismo, divenendo una stella dei circoli "liberal" vicini a Mary Mc Carthy.

Anche sul palcoscenico, come ormai sempre più frequentemente nella vita quotidiana, vedevo dissolversi il chiuso riserbo con il quale la civiltà borghese circondava e nascondeva il corpo, e che ancora la mia generazione aveva introiettato come obbligato comportamento morale e sociale. A noi, giovani (radicali) impegnati a costruire un qualche cosa in politica ma sempre in giacca e cravatta, l'esibizione dei (quasi) nudi metteva soggezione, ci imbarazzava, ma anche ci incuriosiva: in mille forme un nuovo atteggiarsi, addirittura una nuova cultura e teoria del corpo avanzava attorno a noi, ponendo interrogativi sconosciuti, spesso anche drammatici. Era una concezione del corpo non "materiale" o materialista, come - semmai - nella tradizione europea, ma pragmatica e strumentale: come se il corpo venisse per la prima volta scoperto nella sua valenza sociale, anche se non sotto l'aspetto specifico e ristretto dello strumento di lavoro, come nel marxismo. Per Marx il corpo, a partire da quello dell'operaio, aveva valore - proprio, valore economico - in quanto fondamentale "attrezzo", riconosciuto e nobilitato quale vero creatore - lui, lo sfruttato, non il capitale - della ricchezza dei popoli: nelle raffigurazioni propagandistiche del primo socialismo dominava il corpo del lavoratore, quello del fabbro che sulla fucina forgia il vomere dell'aratro. Per questa sua funzione, del corpo venivano messe in risalto le braccia, un fascio di muscoli forti e duttili, vero motore del progresso: le braccia incrociate dello scioperante erano segnale inequivocabile del punto di massima altezza della lotta di classe.

Il corpo esposto alle luci della ribalta dal Living (ma non solo) era invece  il corpo nella sua totale umana valenza, non particolarmente e non sempre bello ma funzionale come "macchina" vivente, perfetta  ma anche fragile. Danzava e si fletteva agilmente, non era però necessariamente erotico. Nelle raffigurazioni alle quali io ero da sempre abituato, il corpo - maschile o femminile - appariva spesso  come "strumento" (ancora!) del piacere. Nelle antiche civiltà orientali (per esempio nella statuaria sacra hindu, oppure nella pittura giapponese) mi pare che la rappresentazione dominante del corpo fosse a forte carica sessuale . Nelle arti figurative occidentali, il corpo poté essere summa della bellezza, iconizzata seguendo i canoni platonici o classici greco-winckelmanniani. In una storia che è essenzialmente maschilista, era appetito e insieme celato il corpo femminile, necessariamente peccaminoso e proibito (all'adolescente, massimamente).

Il corpo umano che veniva presentato sulla scena dal "Living", o quello gettato nella mischia di strada delle prime "azioni dirette" del militante radicale non-violento quale io ero, non suggeriva invece alcunché di erotico, anche se l'iniziativa politica reclamava la libertà sessuale. Era, piuttosto, il portatore di un linguaggio politico - non nuovo, la sua matrice era anarchica - ma, per così dire, rivisitato, che sostituiva in tutto o in gran parte la parola.

Da liberale-borghese, il Partito Radicale era divenuto, sotto la guida di Marco Pannella, un movimento che potremmo chiamare - precorrendo definizioni che si attestarono qualche tempo dopo - trasversale, trans-sociale: attorno ai suoi progetti, univa militanti di ogni provenienza. Senza distinzioni di "classe" o ceto, ciascuno rappresentava se stesso, la politica del gruppo veniva definita secondo una faglia che non teneva conto del censo, o anche dell'istruzione, il laureato militava accanto - letteralmente, gomito a gomito - con l'appena alfabetizzato. Le loro iniziative richiedevano qualche attività manuale, fosse solo la preparazione dei cartelli-sandwich - un'idea importata anch'essa dall'America. Si affermava una convinzione, che aveva una sua base teorica cui erano tendenzialmente refrattari i partiti del tempo, anche quelli di atteggiamento liberale, sempre affollati di accademici: l'attività politica non ha nulla a che fare con la cultura, appunto, accademica, stratificata e stratificante, troppo spesso autoreferenziale e incapace di mettersi in discussione; si rafforzava invece l'aspetto "comunitario", che trovava la sua ispirazione nelle dinamiche del socialismo premarxiano e dell'associazionismo popolare ed operaio fine ottocento e primo novecento: si affievoliva la distinzione formale tra il dirigente, il militante e l'esecutore manuale, si creavano logiche e comportamenti corposamente conviviali.

Alla elaborazione teorica si affiancava la manualità. Sperimentavamo nuovi metodi, molto artigianali ma efficaci, di comunicazione, Marco sognava di dotare il partito di efficienti macchine da stampa (M3 mi pare si chiamassero) per compilare indirizzari ciclostilati: avevamo fame di indirizzari, eravamo l'unico gruppo politico a farsene una essenziale risorsa. Volevamo comunicare con il singolo, non con le masse. Con un imbroglio riuscimmo ad acquistare due ciclostili elettrici. La Olivetti, ancora olivettianamente votata al sociale, concedeva a metà prezzo le sue macchine a organizzazioni filantropiche: noi stampammo qualche foglio di carta da lettere intestato ad una inesistente Associazione Terzomondista e così potemmo dotarci di quelle indispensabili, veloci macchine, che ci consentirono di battere a macchina i testi (scritti da noi) di Agenzia Radicale che poi noi stessi ciclostilavamo e distribuivamo ai giornali. Tutto da noi.

Nel 1967 il partito organizzò la prima marcia antimilitarista sul percorso Milano-Vicenza (una tappa era Peschiera, sede di un malfamato carcere militare). La marcia fu uno dei momenti in cui la politica del corpo si manifestò al suo meglio. Per incidens: fu quella l'occasione che ci fece prendere il primo contatto diretto con Adriano Sofri e Lotta Continua. Anche loro praticavano l'antimilitarismo, pur se in forme e con obiettivi diversi dai radicali: distinguendosi profondamente dagli altri gruppi di sinistra extraparlamentare, non erano mistici del marxismo nelle sue varie forme quanto attenti, per dire, alle problematiche dei "proletari in divisa" nella loro umana concretezza. Toccò a me portare al loro giornale il nostro comunicato che annunciava la marcia. Entrai con qualche esitazione nella sede del movimento, attento a non disturbare i tre o quattro enormi molossi napoletani che sonnecchiavano per le scale, e fui guidato in una stanza dove scorsi Adriano, in piedi dinanzi ad una finestra, l'immancabile berrettuccio con visiera calcato in testa. Lo avevo incrociato, in precedenza, negli stanzoni della tipografia dove loro pubblicavano il bel quotidiano e noi il nostro saltuario (e brutto) foglio, "Notizie Radicali". Addirittura ci strusciavamo, perché i due banconi di lavoro erano assai vicini, ma non avevamo mai scambiato nemmeno un saluto. Gli consegnai il comunicato. Lui spiegò i foglietti, li scorse, annuì: "Lo pubblico interamente". E dire che, stilato da Pannella, era piuttosto lungo. Appena uscito dall'incontro telefonai a Marco. Da allora è cominciata una lunga amicizia.

Partendo da Milano, facevamo a piedi una ventina di chilometri al giorno. Durante il cammino, distribuivamo volantini che spiegavano le ragioni dell'iniziativa, all'epoca inusuale, ritagliata semmai sulla famosa "Marcia di Selma" (1965) con la quale gli afroamericani avevano dato il via al movimento di liberazione dei neri. Anche la marcia era un modo con cui il corpo comunicava: i volantini - si raccomandava Pannella - dovevano essere distribuiti uno alla volta, non sparsi al vento; magari, mentre li consegnavamo, avremmo potuto scambiare con il ricevente qualche battuta di spiegazione. Il volantinaggio, con queste scrupolose modalità, veniva fatto anche durante le soste in ogni località dove potessimo organizzare, alla svelta, un comizietto volante in una piazza di mercato o in un parco pubblico, davanti ad un pubblico rado, assembrato lì per lì - nulla a che vedere con i ben organizzati comizi dei partiti tradizionali. Osavamo anche consegnare il volantino nella mano di un automobilista o di un sospettoso camionista. Sentivamo però spesso, alle nostre spalle, il loro grido rabbioso, "Andé a lavurà". Straordinariamente, noi radicali per lo più ancora borghesi anche se ormai senza più giacca e cravatta, ci mescolavamo con persone di ogni ceto, che si univano, per qualche tratto, ai marciatori (sempre in fila per uno, così da non intralciare il traffico). E qui ci imbattemmo, anche se non proprio per la prima volta, nei "capelloni", ragazzi che si staccavano dalla famiglia, per lo più di modeste condizioni sociali, per iniziare un loro autonomo percorso di vita, antagonista con famiglia e società; e che, per esprimere questo loro (confuso) dissenso, si lasciavano crescere i capelli sulle spalle. Tra questi "freak" si veniva diffondendo l'uso di marijuhana, di canapa indiana e di LSD, l'acido lisergico in voga tra i movimenti di liberazione (del corpo, ovviamente) americani e non solo. In Italia, di quella roba, pochissimi sapevano qualcosa. Pannella cominciò ad interessarsene, durante le tappe andava a dormire assieme a loro nei sacchi a pelo. Credo che non abbia mai fumato, in vita sua, una "canna", ma divenne presto un esperto, delineando cosi la nostra linea antiproibizionista sulle droghe: leggi che proibissero di proibire, che consentissero invece a ciascuno non solo di lavorare, ma di farsi la sua vita, di pensare, amare, credere secondo le sue personali inclinazioni. Cercavamo di definire una politica "totale", che abbracciasse l'uomo e la donna nella loro totalità esistenziale, in primo luogo corporea. 

Questo corpo politicizzato liquidava tutta l'esperienza liberale, proprio nel momento in cui ne assumeva gli obiettivi se non addirittura le finalità ultime. E proprio in quella direzione il Partito Radicale, pur nella continuità giuridica con quello di Mario Pannunzio e di Ernesto Rossi, stava mutando - e aggiornando - i suoi connotati. All'anticlericalismo coerente, all'antimilitarismo non pacifista, si affiancavano i rapporti con i movimenti di liberazione americani, i "diritti civili", i "diritti umani", l'obiezione di coscienza, la scoperta delle droghe, l'autogestione del corpo, delineando impasti ideali e politici nuovi, che utilizzavano nuovi metodi di lotta, l'"azione diretta" e i sit-in, i cartelli-sandwich autodipinti, la stampa ciclostilata. Durante i sit-in la polizia non ci picchiava, ma ci spintonava e ci trascinava via, con qualche rudezza eccessiva: era comunque  il corpo a farla da protagonista. Un po' più tardi (credo) Umberto Eco avrebbe teorizzato la forza del linguaggio segnico rispetto a quello verbale.

In Italia, ma non solo, si veniva rafforzando, anche sul piano ideologico, il partito di massa, molto conservatore dulle questioni etiche, assolutamente antilibertario ed attento invece sempre alle più precise distinzioni di ruoli. Il dirigente si separava dal militante e si aggregava a formare un ceto politico, se non già una casta, assai professionalizzato, che si riproduceva sostanzialmente per cooptazione. Si rafforzava e istituzionalizzava la ricerca di potere a ogni livello, necessaria per soddisfare il nuovo ceto e le sue ambizioni. Questo partito di massa non era certo totalitario come i fascismi, ma era "totalizzante", ripudiava qualsiasi esperienza libertaria, fondata sulla singolarità di un corpo.

Ogni tempo, ovviamente, ha i suoi linguaggi: non ci misi molto ad avvertire che - in opposizione coerente a tutto questo - il "Living" rappresentava ed esprimeva perfettamente quello che io e i miei amici venivamo allora scoprendo per conto nostro, casualmente e sperimentalmente. Si potrebbe poi sospettare (e io, dopo tanti anni, talvolta lo sospetto) che in un momento di rimescolamento delle parti e persino delle identità quale fu quello che allora vivemmo, forse il Living rappresentava ed esprimeva la vita e noi facemmo teatro.

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