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martedì 25 marzo 2014

Terrorismo dal volto umano ? "Solo una voce femminile può parlare della nostra sofferenza" dal Corriere della Sera

da Informazione Corretta del 22 marzo 2014
Informazione che informa

Terrorismo dal volto umano ?
come il femminile del Corriere della Sera aiuta la propaganda di Hamas

Testata: Io Donna
Data: 22 marzo 2014
Pagina: 113
Autore: Valentina Ravizza
Titolo: «'Solo una voce femminile può parlare della nostra sofferenza'»




Riportiamo da IO DONNA n° 13, supplemento del CORRIERE della SERA di oggi, 22/03/2013, a pagina 113, l'articolo di Valentina Ravizza dal titolo "Solo una voce femminile può parlare della nostra sofferenza".

Un'intervista a Isra al-Modallal, prima donna portavoce di Hamas, la quale svolge il suo compito, offrendo un campionario quasi completo delle menzogne e distorsioni della propaganda antisraeliana.

A cominciare dall'affermazione secondo la quale a Gaza vigerebbe un'inesistente occupazione israeliana, per approdare alla descrizione di un'inesistente crisi umanitaria, attribuita naturalmente, ancora, a Israele.

La giornalista, dal canto suo, manca di porre domande che possano imbarazzare l' interlocutrice. Per esempio, non le ricorda i crimini compiuti dall'organizzazione che rappresenta. Se lo facesse non lascerebbe più dubbi sulla natura terroristica di Hamas; natura terroristica che invece viene presentata come una semplice opinione di Unione Europea e Stati Uniti.

L'intervista fornisce un eccellente contributo alla strategia propagandistica di Hamas, presentando la sua portavoce come una giovane donna moderna, attivista umanitaria anziché militante di un movimento totalitario; esempio di emancipazione femminile anziché complice di un gruppo fondamentalista e terrorista.


qui sopra Isra al-Modallal e qui sotto Valentina Ravizza

 

 Ecco l'intervista:
Il nuovo volto del governo palestinese è giovane (ha solo 23 anni) e donna. Porta il velo, spesso colorato, ma pure un filo di trucco. È mamma, però single, anzi divorziata. Isra al-Modallal è da pochi mesi la portavoce - ma non membro - di Hamas, l'organizzazione islamista che controlla la striscia di Gaza. È nata in Egitto, ha fatto le scuole superiori in Inghilterra, a Bredford (parla inglese con l'accento dello Yorkshire), ma si è laureata in giornalismo all'Università Islamica di Gaza. Ex reporter per una stazione televisiva locale e per un canale satellitare inglese, nel suo ufficio preferisce tenere, accanto al Corano, un libro di storia americana piuttosto che un ritratto del Primo ministro Ismail Haniyeh come invece i suoi colleghi, quasi tutti uomini. E tra i quasi 5.500 follower del suo profilo twitter (@isra_jourisra) ci sono attivisti e giornalisti di tutto il mondo.
 
Tra i suoi numerosi follower ci sono anche cittadini israeliani? 
Se ci fosse qualcuno di loro interessato a capire davvero cosa sta succedendo in Palestina, perché no? 

Non teme che la sua immagine femminista venga sfruttata per mostrare la facciata più amichevole di un movimento considerato terroristico da Unione Europea e Stati Uniti? 
Io voglio parlare delle questioni umanitarie prima ancora che delle responsabilità dei governi. Se per far sentire la voce di Gaza, per raccontare l'occupazione, le sofferenze che siamo costretti a sopportare serve una donna che arrivi al cuore della comunità internazionale, allora io sono un punto di forza per Hamas. 

Lo sarà anche per le donne palestinesi? 
Le donne sono coinvolte dal conflitto con Israele quanto gli uomini. Soffrono quanto gli uomini. Non è vero che sono relegate in secondo piano, solo che spesso hanno meno istruzione perciò non conoscono i loro diritti e per questo non possono nemmeno farli valere. Quando le incontro imparo molto da loro, sono i miei "miti" molto più di qualche donna politica famosa. 

Una bella responsabilità per una mamma ventitreenne con una figlia di quattro anni da crescere.
Lei è la cosa più bella che mi sia capitata nella vita. Mi è molto vicina, capisce che sono una madre impegnata ma che cerco di non farle mancare nulla, anche grazie all'aiuto della mia famiglia. Qualche volta la porto persino al lavoro con me. E le spiega che cosa fa, qual è Iasituazione del suo Paese? Quando non c'è elettricità e mi chiede perché siamo al buio, non posso dirle che è tutto normale. A volte accendo tante candele e le racconto delle fiabe per rendere magico quel momento e farla sorridere. Però voglio anche che cresca sapendo di essere palestinese. E questo non significa solo parlarle del conflitto, dell'apartheid cui siamo costretti, ma anche trasmetterle la nostra cultura, le storie tramandate dagli antenati. 

Lei che ha vissuto alcuni anni in Inghilterra, frequentando la scuola superiore nello Yorkshire, non ha mai la tentazione di mollare tutto e andarsene?
Probabilmente prima o poi andrò all'estero per completare gli studi, ma non voglio rinunciare ai miei sogni. Non è giusto piangere e stare zitti, io voglio che tutti sappiano cosa sta succedendo qui a Rafah (la più grande città sul confine fra la Striscia di Gaza e l'Egitto, dove quasi metà dei 96 mila abitanti vive nei campi profughi, ndr), così come nella Cisgiordania occupata. Lo sapete che non abbiamo il diritto di viaggiare, di essere liberi? Che ci manca l'85 per cento dei beni di prima necessità? Che non abbiamo più benzina per far funzionare le nostre auto o medicine negli ospedali? Non c'è vita a Gaza, non possiamo nemmeno sognare un futuro. 

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iodonna@rcs.it

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