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domenica 30 novembre 2014

L'italiano con il volto nascosto da una kefia, ovvero: "quando la parola 'cooperante' ha un altro significato"

L'italiano ferito mentre attacca i soldati israeliani.


Dalla STAMPA del 29/11/2014, a pag. 17, con il titolo
" Ferito dagli israeliani in Cisgiordania: 'mi hanno sparato' "
 cronaca di Maurizio Molinari.

Questa notizia, in breve, è su tutti i quotidiani.
 Il pezzo di Molinari è quello che permette ai lettori di capire meglio come sono andati i fatti.
Nei territori contesi sono presenti molti di quelli che vengono chiamati 'cooperanti', un termine sbagliato, che andrebbe invece sostituito con 'aggressori anti-israeliani', il cui compito è in genere quello di provocare - e spesso anche aggredire - i soldati israeliani il cui compito è impedire atti di violenza.

 La democrazia israeliana non si schiera a difesa dei violenti che attaccano le forze dell'ordine, poco importa sotto quale identità si nascondano. Se minacciano la vita dei soldati vengono presi a fucilate.
 L'italiano credeva di trovarsi in una situazione simile alle manifestazioni che avvengono in Italia, ad esempio durante le violenze dei NoTav.
 Non è così in Israele, adesso lo sa, ed è bene che lo sappiano i suoi compagni  dell'ISM, quel che loro chiamano 'solidarietà' in Israele si chiama violenza, e come tale viene giustamente repressa.

Ecco il pezzo:



Giallo a Kfar Kaddum, in Cisgiordania, sulla dinamica del ferimento di un volontario italiano di «International Solidarity Movement» nella West Bank. L'episodio avviene al mattino di ieri quando un gruppo di militanti palestinesi dà inizio alla protesta di Kfar Kaddum contro la chiusura, da parte di Israele, di una strada locale che porta alla città di Nablus.

Il volontario italiano, di origine lombarda e trentenne, partecipa alla protesta ma afferma di indossare un «corpetto fosforescente» giallo per distinguersi dagli altri manifestanti. Testimoni oculari parlano di scontri fra giovani palestinesi e soldati israeliani con i primi che arrivano in circa 400 ad appena 40 metri dalle truppe.

E a questo punto che gli israeliani sparano proiettili. L'obiettivo sono i manifestanti con il volto coperto dalla keflah e fra loro c'è - secondo la ricostruzione del portavoce dell'esercito - anche l'italiano, che viene raggiunto da due colpi al petto ed al ventre. E ferito gravemente e finisce la giornata con un ricovero prima a Nablus e poi a Ramallah.

L'italiano si dice «sorpreso che i soldati mi abbiano sparato contro» perché «ero riconoscibile», ma il comando militare è perentorio nell'affermare è stato colpito perché «era con chi agisce contro di noi».




Alla contrapposizione fra le versioni si aggiunge l'interrogativo sulla reale identità del ferito perché quando l'ospedale lo ricovera lui afferma di chiamarsi «Patrick Corsi» premurandosi poi di spiegare, a diplomatici e reporter, di avere «un altro nome, preferendo celarlo nel timore di provvedimenti restrittivi da parte di Israele».

Dietro la vicenda c'è dunque il corto circuito fra i molti stranieri volontari con i palestinesi - che arrivano con aerei di linea a Tel Aviv - e le autorità israeliane.

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